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SCENARIO 29 Ottobre Ott 2014 1727 29 ottobre 2014

Ucraina, Odessa e venti di indipendentismo

Il voto di novembre è un test per Poroshenko. Aria di secessione nel Sud-est.

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da Kiev

Petro Poroshenko.

A primavera la Crimea se n’era andata con una consultazione popolare non riconosciuta dalla comunità internazionale, che non aveva però impedito alla Russia di annettere la penisola sul Mar Nero.
Poi erano fiorite le repubbliche secessioniste, a Donetsk e Lugansk: ai referendum indipendentisti non era seguito nessun passo di Mosca, che aveva sconsigliato invece un secondo voto sull’annessione, ma era cominciata la cosiddetta operazione antiterroristica del governo di Kiev che si tramutò ben presto in guerra aperta.
LA TREGUA DI MINSK E IL VOTO. Gli accordi settembrini di Minsk tra Petro Poroshenko e Vladimir Putin hanno condotto a una fragile tregua e al congelamento del conflitto. Le elezioni d’autunno hanno ora rimescolato le carte in parlamento a Kiev e spostato la Rada sul versante nazionalista e rumorosamente antirusso.
Il nuovo governo che sta nascendo in questi giorni dovrà affrontare la questione del Donbass da subito, anche solo perché domenica 2 novembre i separatisti hanno indetto elezioni politiche che Mosca ha annunciato di voler riconoscere.
INDIPENDENTISMO A ODESSA. E nonostante i primi freddi sembra che altri movimenti separatisti provino ancora a sbocciare. Almeno stando a quanto segnalato dai servizi segreti ucraini che a Odessa avrebbero tranciato sul nascere il tentativo di un gruppo di indipendentisti di dar vita a un’altra repubblica secessionista sul Mar Nero.
Al di là della veridicità o meno del complotto svelato è comunque una realtà che oltre agli Oblast di Donestk e Lugansk, anche un altro pugno di quelli del Sud-est non hanno eufemisticamente un buon rapporto con Kiev e il potere centrale rappresentato dal presidente Poroshenko e dal primo ministro Arseni Yatseniuk.

Una mappa dell'Ucraina.


SUD EST, FEUDO DELL'OPPOSIZIONE. Da Kharkiv a Odessa, passando per Dnipropetrovsk e Zaporizha, l’elettorato ha dato più fiducia al Blocco d’opposizione degli eredi di Victor Yanukovich che agli attuali governanti. Persino i comunisti hanno fatto bella figura in una tornata elettorale dove oltre il 60% dei votanti è rimasto a casa.
Da qui a prendere le armi e aprire altri fronti interni la strada è lunga: ma i mesi passati, da Maidan degenerato grazie alla strategia di pochi al Donbass gestito da una minoranza filorussa in parte eterodiretta, hanno insegnato che in Ucraina non bisogna sorprendersi di nulla.
IL TEST ELETTORALE DI NOVEMBRE. Ecco dunque che le elezioni di novembre si pongono come primo test per chi comanda nella Capitale. Sostanzialmente presidente e governo non potranno fare molto, se non alzare la voce. Per forza di cose la linea è quella difensiva, come quella sul terreno a Donetsk, dove le truppe di Kiev continuano a difendere l’aeroporto, diventato ormai un simbolo.
Nei giorni scorsi è stato segnalato il rafforzamento di entrambe le linee, ma per ora, a parte le solite scaramucce, non ci sono stati mutamenti essenziali strategici. Se i governativi perdessero il controllo del campo di aviazione, la questione avrebbe ripercussioni però anche a Kiev e Poroshenko finirebbe ancora di più sotto la pressione dei falchi guidati da Yatseniuk.
LE CONSEGUENZE DI UNA OFFENSIVA. Questi, se avranno forza abbastanza nel nuovo governo, potrebbero anche decidere di scatenare subito un’offensiva, che sì sarebbe probabilmente suicida, soprattutto ricordando come alla fine di agosto in una settimana i separatisti grazie all’aiuto russo hanno riconquistato il terreno perso in due mesi, ma avrebbe il vantaggio di scaricare i costi politici e materiali su altri. Il pericolo è che successivamente l’incendio nel Donbass si estenda appunto da Kharkiv a Odessa, dove non mancano le possibilità di attecchire.

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