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SCENARIO 30 Ottobre Ott 2014 0600 30 ottobre 2014

Pd, la scissione si allontana

Sposetti lo ha detto: dagli ex Ds niente soldi. Così l'opposizione dem attende. Anche perché non c'è un leader. A meno che Boldrini non scenda in campo.

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Gianni Cuperlo.

La scissione della minoranza Pd è finita in ghiacciaia nel tempo di una dichiarazione stampa. Da quando l’ex tesoriere Ds, Ugo Sposetti, forse l’unico ad avere il vero polso della situazione sulla Fondazione nata dopo la fine dei Democratici di sinistra, ha detto pubblicamente che quelli intenzionati a lasciare il partito di Renzi non dovranno bussare alla sua porta. Tradotto: da lui non avranno un solo centesimo.
IL SOGNO INFRANTO DELLA MINORANZA. Una mazzata ferale per i progetti di quell’opposizione interna che, asfissiata (o per dirla alla maniera del premier, «spianata») dalla forza del segretario, aveva ormai preparato le valigie per dare vita a un nuovo soggetto si sinistra con Sel e pezzi del sindacato.
IL GIALLO DELLA CENA. I sogni di gloria, però, devono restare nel cassetto. Almeno per il momento. Nel frattempo qualcosa la dovranno pur organizzare, comunque. E proprio questa sembra la motivazione della cena che doveva tenersi mercoledì 29 ottobre a Roma e poi, a quanto pare, è saltata. Tra gli invitati previsti c'erano Stefano Fassina, Gianni Cuperlo, Alfredo D’Attorre e Pippo Civati, i leader dell’opposizione interna, chiamati a studiare nuove soluzioni che prevedano soprattutto la loro permanenza nel Pd.

L'ipotesi di una discesa in campo di Boldrini

Il presidente della Camera, Laura Boldrini.

Il fulmine arriva dopo giorni in cui erano state passate al vaglio diverse candidature per la leadership della nuova formazione.
Messa da parte quella di Nichi Vendola, che ormai anche in Sel considerano pronto al passo indietro, erano fortemente in campo quelle del numero uno Fiom, Maurizio Landini, dell’ex socio di rottamazione, Civati, e addirittura si era diffusa la voce di una possibile discesa in campo dell’attuale presiedente della Camera, Laura Boldrini, anche se le fonti interpellate da Lettera43.it non confermano né smentiscono.
Ora tutti questi discorsi sono stati interrotti. Anche se c’è pure chi non sembra avere intenzione di archiviare il file.
ROSY CI CREDE ANCORA. Come Rosy Bindi, che ad Agorà ha ribadito: «Se non vuole una scissione e se non vuole uno sciopero generale, Renzi deve decidersi a parlare con la minoranza». La presidente della commissione Antimafia ha anche aggiunto che «il 41% delle Europee comprende anche il 25% di cui parla Matteo. Il ritorno a un partito che ha la configurazione tipica dei sistemi proporzionali è una grande operazione, ma va fatta rappresentando quelle che sono le origini dell'Ulivo. Per rappresentare il Paese bisogna tener conto anche della piazza della Cgil».
FASSINA: «VOGLIO RESTARE NEL PD». Parole che cozzano con la semi-retromarcia di Fassina. «La scissione non è inevitabile, il nostro spazio è il Pd, il nostro compito è quello di contribuire a correggere un’agenda che va migliorata. Confermo che sono nel Pd e nel Pd voglio rimanere», ha spiegato nel videoforum di Repubblica.
Anche se non disdegna di sferrare un colpo sotto la cintola al presidente del Consiglio e i suoi fedelissimi. «Coloro che oggi invocano la disciplina del partito», ha detto infatti l’ex responsabile economico di Largo del Nazareno, «ad aprile 2013 non solo non votarono i candidati espressi dal partito per il presidente della Repubblica, ma si attivarono per fare campagne contro».
Ma a scanso di possibili equivoci, Fassina puntualizza che non vuole far cadere il governo. «Il mio impegno è per cambiare l’agenda, le misure che si fanno, non per cambiare l’esecutivo. La rotta che stiamo seguendo non funziona. Io vorrei che il governo Renzi mietesse successi con un cambiamento di rotta».
A Palazzo Chigi, però, sono scattati i riti apotropaici. Perché da quelle parti, in tempo di gufi, fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.

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