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ANALISI 31 Ottobre Ott 2014 1251 31 ottobre 2014

Fondi europei, la burocrazia frena l'Italia

In arrivo 42 miliardi. La scarsa efficienza zavorra il Sud. Che può veder sfumare i soldi. Ma il vero problema è a Roma: lungaggini e caos amministrativo.

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da Bruxelles

Per i prossimi sette anni dire 'povera Italia' sarà vietato. Quarantadue miliardi di euro è infatti la cifra che la Commissione europea ha deciso di dare al nostro Paese, in seguito all'accordo di parteneriato siglato il 29 ottobre sui fondi strutturali 2014-2020.
In particolare, 32,2 miliardi di euro di finanziamenti totali arriveranno dalla politica di coesione.
22,2 MILIARDI PER CINQUE REGIONI DEL SUD. Di questi, 22,2 miliardi per le Regioni meno sviluppate (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), 1,3 miliardi per quelle in stato di transizione (Abruzzo, Molise e Sardegna) e 7,6 miliardi per le più sviluppate (Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana, Umbria, Veneto e provincie di Trento e Bolzano). I restanti 1,1 miliardi di euro saranno destinati alla Cooperazione territoriale europea.
10,4 MILIARDI PER LO SVILUPPO RURALE. Fondi a cui si aggiungono 10,4 miliardi di euro a sostegno di 23 programmi (21 regionali e due nazionali) per lo sviluppo rurale. E altri 567,5 milioni di euro destinati all’Italia nell’ambito della Garanzia giovani.

Cinque miliardi vanno spesi entro il 2014

La sede della commissione Ue.

Un tesoretto davanti al quale l'Italia sembra più nervosa che entusiasta. La paura è infatti sempre la stessa: non riuscire a spendere i soldi e doverli restituire a Bruxelles. Un rischio ancora molto elevato per quanto riguarda i fondi dell'ultimo ciclo di programmazione 2007-2013. «Dobbiamo spendere 21 miliardi di fondi europei entro la fine del 2015, di cui 5 miliardi entro il 2014», ha fatto sapere il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio. Di questi, circa 16 miliardi sono destinati al Mezzogiorno. «È necessario quindi uno sforzo di efficienza amministrativa notevolissimo per cercare di recuperare i ritardi».
Ma è proprio l'inefficienza amministrativa il male più grande che affligge il nostro Paese quando si tratta di gestire i fondi comunitari. Per questo nel nuovo accordo 2014-2020 la Commissione ha imposto alle autorità italiane incaricate di gestire i fondi di presentare, oltre ai programmi operativi per il finanziamento dei progetti e la loro attuazione, dei Programmi di rafforzamento amministrativo (Pra), ovvero delle misure di snellimento dell’apparato amministrativo.
LA COMMISSIONE: SERVE EFFICIENZA. L'obiettivo non è solo sburocratizzare il sistema ma rispondere a una raccomandazione specifica della Commissione, che chiede all’Italia una riforma della pubblica amministrazione per migliorarne l'efficienza. Così, se i piani Pra non dovessero essere attuati in maniera soddisfacente l'esecutivo europeo potrebbe anche chiedere al Consiglio di non erogare i fondi.
Uno strumento che nel precedente ciclo di programmazione avrebbe forse aiutato a spendere le risorse in maniera programmatica, soprattutto in quelle Regioni del Sud che paradossalmente ne hanno più bisogno, ma una volta ottenute, non riescono a sfruttarle.
Basta vedere il tasso di avanzamento finanziario dei fondi (cioè quanto si riesce a spendere e certificare), che al Sud è il più basso. In Sicilia è intorno al 45-50% rispetto ai fondi a disposizione, mentre la media italiana è intorno al 60%. E ci sono Regioni che sono all’80%. «La dinamica di spesa è lenta soprattutto per le Regioni del Sud anche perché queste hanno un grosso ammontare di risorse da gestire», osserva con Lettera43.it Nicola De Michelis della Commissione europea Politica regionale, «è più facile spendere 100 mila euro al Nord che 10 miliardi in Sicilia».
PADERI: «IL SUD? DEVE GESTIRE PIÙ FONDI». Insomma, «le Regioni del Sud non sono le peggiori, ma sono solo più fragili», aggiunge a Lettera43.it Lucio Paderi della direzione generale europea Politica regionale, «per questo esistono politiche di sviluppo orientate proprio per loro, d'altro lato su queste Regioni vengono indirizzati molti più soldi che al Nord, ma le misure sono più stringenti. E il combinato crea problemi anche solo nel presentare i progetti per ottenere i fondi».
Un corto circuito che si è già manifestato nell'ultimo accordo di partenariato 2014-2020: l'Italia ha inviato tutti i programmi per il fondo regionale e sociale a eccezione della Campania, Calabria, Sicilia, le uniche di tutta l'Ue a essere in ritardo, insieme con la Svezia. Per i fondi rurali mancano all'appello Puglia e Abruzzo.
I programmi che non saranno chiusi entro l'anno non potranno partire prima del 2015. Soldi quindi non ancora persi ma il cui utilizzo è per ora rimandato. Un rinvio che un territorio colpito dalla crisi come il Mezzogiorno non può permettersi.

Il Mezzogiorno paga la mancanza di innovazione

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio.

Così, per quanto sia più difficile avviare dei progetti in un territorio depresso, davanti ai soliti ritardi, a Bruxelles c'è chi oltre alle ragioni oggettive, denuncia anche le responsabilità soggettive.
«Al Sud le macchine amministrative che si interfacciano con la gestione dei fondi sono meno efficaci», racconta chi ha lavorato con le Regioni del Mezzogiorno, «il territorio è meno dinamico, assorbe poche risorse perchè c’è meno capacità di innovazione».
Una capacità che per gli altri non arriva dal cielo, ma è frutto di impegno: «Nel 2005 in Emilia Romagna», ricorda una fonte, «abbiamo orientato i programmi per i fondi 2007-2013 su ricerca e innovazione e oggi ci ringraziano, ci dicono: 'abbiamo tesaurizzato questa vostra sfida e oggi siamo una Regione innovativa'». Grazie anche al contesto: «In Emilia Romagna c’è gente brava e intorno c’è anche un sistema universitario e imprenditoriale capace di trasformare e reinventarsi».
«LA SICILIA? DEVE SCONTRARSI CON LA CINA». I siciliani, invece, a parte qualche piccola eccellenza, spesso «continuano a puntare sulla manifattura a basso valore aggiunto, pur consapevoli che si devono scontrare non più solo con la Cina ma con la Romania e la Bulgaria, che sono in Europa: anziché fare sempre le stesse cose, dovrebbero cercare di salire nella catena del valore aggiunto».
Ma per fare questo bisogna anche avere la materia prima: «Servono gli imprenditori, quelli che mancano al Sud. Ma qui c’è un problema di cultura, c’è ancora quello che vuole il posto fisso. E spesso quello bravo è scappato a lavorare all'estero».
ÈLITE POCO DINAMICA. Nei casi in cui le idee, le capacità e il coraggio non mancano, poi bisogna scontrarsi con il solito problema dell'accesso al credito (credit crunch). E soprattutto con il grande Leviatano: «La cattiva qualità della politica. In Francia, per esempio, nei tre quarti dei casi il politico è quello che ha fatto le grandi scuole, ha lavorato nell’amministrazione, è colto. Anche i politici locali hanno un senso dello Stato molto elevato», osserva la fonte, «vanno fieri dei loro valori repubblicani. Al Sud Italia putroppo quelli bravi fanno i liberi professionisti».
In pratica, secondo chi si è dovuto scontrare con il sistema Italia, «la qualità non eccelsa della classe dirigente, una mancanza di dinamismo delle élite e un sistema di valori collettivi non sano sono le cause principali che frenano lo sviluppo e la capacità di usare i fondi europei. Problemi che Paesi come la Danimarca, la Svezia e la Francia non hanno».
IL PROBLEMA È LA CLASSE DIRIGENTE. Per quanto infatti il «funzionario medio regionale italiano sia valido come gli altri europei, si deve sempre scontrare con le alte sfere che bloccano tutto: il presidente che vuole il favore, l'amico del direttore che chiede la commessa senza bando».
La «classe dirigente non è limpida ed efficiente, se a ciò aggiungi un contesto economico depresso dove i migliori vanno via, resta quello che resta. Insomma c’è gente brava, però si perde…». Come si perdono i fondi europei.
A rimanere, invece, è sempre la corruzione. «Stranamente le Regioni del Sud in ritardo anche quest'anno nella consegna dei programmi sono Campania, Sicilia e Calabria», osservano a Bruxelles, «la corruzione non è certo limitata a quelle Regioni ma è un fattore determinante ulteriore».
Per questo la Commissione ha voluto un programma specifico sulla legalità che chiede alle amministrazioni di attrezzarsi per adottare misure anticorruzione e antifrode. «Ma questo non è controllabile certo da noi».

Un funzionario: «In Francia il sistema è più accentrato»

Palazzo Santa Lucia, sede della Regione Campania.

Le colpe non possono essere infatti regionalizzate o europeizzate, ma devono essere nazionalizzate, come osserva un funzionario: «Il pesce puzza sempre dalla testa».
Se per esempio la Francia «a livello di amministrazione centrale ha una cultura più solida, con procedure complicate che però funzionano meglio, in Italia la governance è molto più articolata: bisogna interfacciarsi con le amministrazioni regionali».
Per i fondi strutturali la Commissione deve lavorare con ben 21 Regioni e Province autonome «e questo non solo porta a uno spezzettamento maggiore dei programmi, ma anche a doversi interfacciare con persone che nell’ulteriore ramificazione Regioni-Comuni hanno minori capacità e minori esperienze. In Francia il sistema è più accentrato».
In Italia sono ancora poche le Regioni (una di queste è la Puglia) che hanno creato delle stazioni appaltanti capaci di gestire tutta una serie di procedure europee spesso difficili per i piccoli soggetti come i Comuni, che non hanno le capacità e gli strumenti necessari.
L'OSTACOLO DELLA BUROCRAZIA. Ma anche questo non spiega sino in fondo l’anomalia italiana. Nella Germania federale, per quanto i soldi comunitari da gestire siano molti meno, «il sistema multispezzettato dei 16 länder funziona comunque meglio, perchè capace di concentrare competenze ed energie».
In Italia invece è una Babele: per i programmi nazionali le autorità di gestione sono i ministeri, per quelli regionali le direzioni, che definiscono i criteri di selezione e poi lavorano con i sindaci, le società, le imprese. «C'è quindi per loro una difficoltà nel gestire procedure complesse, che non sono solo quelle comunitarie, ma regionali e nazionali».
C'è però chi, consapevole di vivere in un Paese con una posizione normativa complessa, riesce ad attrezzarsi, «cerca programmi semplici concentrati su pochi interventi, con poche procedure da attivare, e quindi meno difficoltà».
«FATTI PASSI AVANTI DAL 2011 A OGGI». Fermo restando che in un Paese in crisi è più difficile usare fondi su progetti di investimento per aziende, ricerca, innovazione. «Quando c'è crescita e dinamismo queste politiche hanno più successo», osserva chi lavora nelle regioni del Nord Europa.
Quando poi ci si mettono pure le regole come quelle del Patto di stabilità, l'impasse è assicurata: per i fondi destinati al Sud la Commissione europea mette un cofinanzimento del 75%, ma il restante 25% deve essere stanziato a livello nazionale e se la Regione prevede che il Comune dia la sua parte i vincoli del Patto ostacolano la capacità dell'ente di dare risorse proprie per finanziare il progetto al 100%.
Un ostacolo che spesso è causa di ritardi nell'uso dei fondi.
Ma nonostante tutto «i margini di miglioramente ci sono», è il messaggio finale. In termini di sfruttamento dei fondi comunitari, «il lavoro con il governo italiano dalla fine 2011, quando è arrivato Mario Monti, a oggi, è estremamente positivo». Se nel 2011 l'esecuzione dei fondi (ovvero la capacità di certificare la spesa, di dimostrare di aver speso i soldi) era al 30%, ora siamo al 60%.
Se poi si riuscisse a vincere la battaglia per scorporare il confinanziamento dei fondi dal Patto di stabilità, magari si potrebbe salire anche al 100%. Ma su questo alla Commissione europea tutti tacciono.

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