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MAMBO 3 Novembre Nov 2014 1759 03 novembre 2014

Scissione Pd, perché non conviene a Matteo Renzi

Il premier non commetta l'errore tipico della sinistra: dividersi e contare sempre di meno.

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Il premier Matteo Renzi.

Il borsino della scissione nel Pd cambia giorno dopo giorno.
Molti a sinistra la considerano inevitabile e auspicabile, ma tanti al seguito di Matteo Renzi - e forse anche il premier - hanno le stesse suggestioni e desideri.
Che cosa ha da guadagnare l'ex rottamatore da una scissione?
Apparentemente farebbe chiarezza nel proprio partito, dove a quel punto resterebbero solo i suoi seguaci.
VIA DAL PD SOLO CHI NON CI VUOLE STARE. Renzi, tuttavia, dimentica che in ogni partito, da che mondo e mondo, se va via una corrente un'altra ne prende il posto. In altre parole, nel Pd ci sarà una altra ala sinistra al posto di quella che deciderà di andar via.
Se questo dato non impressionerà Renzi e i renziani, su un altro dovrebbero invece riflettere. La scissione, per modesta che possa essere, elettoralmente porterà via alcuni voti ai dem, impedendo loro di aspirare a quel successo che il presidente del Consiglio immagina, cioè un trionfo simile a quello delle Europee.
Non sarà il buon Gennaro Migliore a trattenere il voto di sinistra e nemmeno Andrea Romano a catturare i moderati.
I DEM POTREBBERO TRASFORMARSI. Ma il cambiamento di scenario più grave sarebbe nella fisionomia dello stesso Partito democratico.
Qui è bene che Renzi chiarisca a se stesso e a noialtri il suo pensiero.
Se lui ha in testa un Pd onnicomprensivo deve trattenere la sinistra, tranne quella che vuole proprio scappare via.
Se invece pensa a un altro partito che non sia più il Pd , ma una cosa fatta a immagine a somiglianza sua, deve sapere che:

a) molti elettori democratici non voterebbero un partito chiaramente e programmaticamente personale;

b) questo partito sarebbe più che liquido, gassoso, come mi sforzo di dire da tempo, cioè quella roba che finite le bollicine sparisce per lasciar posto a una bevanda che fa schifo.

Il partito di tipo personale ha inoltre bisogno che Renzi si affermi con modalità e contenuti diversi da quelli attuali.
Il premier ha un grande seguito perché è un 'rottamatore totale' di uomini, culture, organizzazioni, istituzione e, temo, società. Non c'è ancora il salto nella leadership piena. Non è ancora uno statista.
Voglio dire che è visto da tanti elettori come un taxi veloce che ci porta lontano dal cumulo di macerie del berlusconismo e della vecchia sinistra.
Però fa solo il taxi, per ora, e, arrivati alla meta, o non manifestandosi essa raggiungibile, in tanti viaggiatori saranno pronti a prenderne un altro.
PANSIDACALISMO, MALATTIA DELLA SINISTRA. In parole povere, ridotto solo alla sua squadra Renzi può fare 'tempesta e assalto' ma costruisce ben poco.
E la sua squadra si rivela non solo fragile culturalmente e mediaticamente, ma ormai sempre con le stesse facce, basta ricordare quelle parlamentari andate in Europa e adesso candidate alla presidenza di una Regione.
Tutto qui il rinnovamento? La Moretti, che in tre anni partecipa a tre elezioni diverse e il coetaneo di Veltroni, Paolo Gentiloni, che invece di esser rottamato, come l'ex segretario del Pd più brillante che ci sia mai stato, fa un altro salto di carriera in nome del clan?
Capite bene che con tutta la buona volontà è difficile scacciare i dubbi sul renzismo pur restando fermi a criticare la sua demonizzazione da parte di una sinistra che scopre il pansindacalismo, cioè la sua malattia senile.

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