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BASSA MAREA 5 Novembre Nov 2014 1227 05 novembre 2014

Midterm Usa 2014, Obama paga i rapporti con Wall Street

Gli errori in politica estera ed economica hanno dato il colpo di grazia.

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Il presidente americano Barack Obama.

Era un referendum sui sei anni di Barack Obama, gli ultimi due in particolare, e il presidente ha perso oltre le previsioni.
Ha perso sette seggi al Senato che passa, anche quello, sotto il controllo dei repubblicani. Ha visto aumentare di almeno 10 seggi la già forte maggioranza degli avversai alla Camera che era di 233 a 199 e sarà da gennaio, quando si insedia il nuovo Congresso, di almeno 243 a 189, e alcuni risultati sono ancora aperti (tutti i risultati).
E, fatto ancora più significativo, i repubblicani del Gop sono andati oltre le previsioni nel voto locale conquistando almeno tre seggi di governatore in più là dove erano dati da molti sondaggi in calo di uno.
OBAMA, I SUCCESSI AL GRIDO DI HOPE AND CHANGE. Quando Obama fu eletto la prima volta sei anni fa trovava un Congresso composto da 49 a 49 al Senato e 233 democratici contro 198 repubblicani alla Camera. La sua netta prima elezione, hope and change era il grido di battaglia, portò la squadra congressuale democratica a 57 contro 41 senatori e a 256 contro 178 deputati, risultato rovesciato con la bruciante sconfitta alle midterm del 2010, per i democratici una delle peggiori dell’intera storia parlamentare, e dalla quale uscirono con 51 senatori (più due indipendenti che in genere votavano con loro) e 191 deputati contro 242.
I REPUBBLICANI RIVIVONO I FASTI DEGLI ANNI 20. La riconferma di Obama nel 2012 si trascinava dietro tre senatori in più e una decina di deputati in più, tutto perso in queste midterm del 4 novembre 2014.
Il Gop ha alla Camera, vero polso degli umori del Paese insieme alle legislature degli Stati, una maggioranza inferiore solo di pochissimi seggi a quelle storiche del 1895-1897 (246 seggi) e del 1925-1927 (247 seggi), nel cuore del decennio repubblicano degli Anni 20.
I RECORD NEGATIVI DI TRUMAN ED EISENHOWER. Con una perdita complessiva nelle due elezioni a metà del suo doppio mandato di almeno 73 seggi, Obama si avvicina al record negativo di Harry Truman che ne perse nel 1946 e nel 1950 un totale di 83, mentre Dwight Eisenhower registrò un calo di 66 sommando quelli del 1954 e del 1958.
La storia però è stata benigna con Truman ed Eisenhower, nonostante questo, ed è presto per anticipare il suo giudizio su Obama. I motivi della secca sconfitta non sono tuttavia un mistero e risalgono più indietro nel tempo di quanto in Italia comunemente si creda.

Non dite che Obama «ha fatto bene in economia»

Un ufficio di collocamento negli Stati Uniti.

Anche recenti analisi pubblicate dalla stampa nostrana tracciano sostanzialmente questo quadro: Obama ha fatto bene in economia, ha varato una importante riforma sanitaria, ma gli americani non gli perdonano i timori recenti sollevati dalla politica estera. Volevano meno impegni, Obama così ha fatto, ma si trovano impauriti.
C’è in questo un 30%, al massimo, di verità, e un 70% di difettosa informazione, non sempre giustificabile.
Nei sette anni che vanno dall’ultimo George W. Bush ai primi due di Obama sono stati persi circa 9 milioni di posti di lavoro e dal 2011 a oggi ne sono stati creati grossomodo altrettanti anche se la crescita della popolazione in età da lavoro, pari a circa 12 milioni, mantiene robuste le fila dei disoccupati sottoccupati e marginalizzati.
REDDITO LORDO MEDIANO FERMO AL 1995. Ma il dato fondamentale è che sono finiti posti che pagavano spesso bene e ne sono stati creati di nuovi che pagano a maggioranza male. La differenza media tra le vecchie e le nuove retribuzioni è del 27% circa in meno.
Più di metà dei lavoratori americani, dicono i dati recenti della Social Security, il sistema pensionistico pubblico, ha guadagnato nel 2013 meno di 28.031 dollari lordi e il 39% meno di 20 mila . Il dollaro vale il 25% in meno dell’euro e il calcolo è presto fatto. Il reddito lordo mediano, cioè a metà della scala, della famiglia è a 51 mila dollari reali, in moneta stabile, fermo al 1995.
LA CRESCITA? IN BUSTA PAGA NON SI VEDE. E, mentre la disoccupazione ufficiale nella misura U3 è al 5,9%, nella misura U6, comprendente anche sottoccupati involontari e drop-outs, è oltre l’11.
Da noi si cita a grandi titoli il dato positivo del Pil di un trimestre, e gli ultimi due (aprile-settembre 2014) sono ottimi, ma il titolo rimpicciolisce quando il dato è assai meno buono o negativo, e finora dal 2010 è stata un’alternanza di risultati che porta la crescita tendenziale attorno al 2%. Noi italiani vorremmo averla. Ma gli americani non la avvertono in busta paga. E per questo gli umori economici dell’80% almeno degli americani non sono troppo diversi dai nostri.
SANITÀ, IL BILANCIO TRA UN ANNO. La riforma sanitaria è questa: Obama obbliga le assicurazioni a curare anche chi prima veniva scartato perché costoso, ma assicura anche che le assicurazioni possano reperire altrove, con metodi legali e non, i mezzi necessari senza incidere sui bilanci.
Le nuove coperture di non assicurati sono in parte di ammalati gravi prima esclusi, e questo è positivo, in parte di giovani che devono pagare ricorrendo poco per anagrafe alla sanità perché servono così a rimpinguare i bilanci. Quindi, solo fra un anno circa facendo il saldo fra aiutati e danneggiati si potrà dire che cos’è la riforma Obama.

Il presidente ha sconfessato la sua campagna elettorale

Trader a Wall Street.

Sulla politica estera: va bene diminuire gli impegni, ma il tutto va organizzato, chiedendo ad altri (agli europei, per cominciare) di fare di più, e il risultato non può essere dilettantesco e caotico.
La verità è che il love affair fra Obama e il suo elettorato, la parte più progressista in particolare, è stato breve e nei due mesi tra la sua vittoria del 2008 e l’ingresso alla Casa Bianca si era già incrinato.
Obama infatti aveva fatto una campagna di sinistra, promettendo aria nuova, e alla fine, in un clima stradominato dai disastri di Wall Street, rovesciava dopo la vittoria completamente copione, metteva da parte la squadra di economisti coraggiosi che lo aveva sostenuto e imbarcava tutti gli uomini di Bill Clinton, i responsabili maggiori cioè del disastro finanziario, affidando loro le leve del comando.
POTEVA CAMBIARE WALL STREET, NON L'HA FATTO. Nei primi mesi alla Casa Bianca godeva poi di un prezioso Roosevelt moment in cui poteva, come fece l'ex presidente, riscrivere alcune regole fondamentali e lasciare Wall Street con meno profitti ma ben più solidità. Non lo ha fatto, anzi se ne è ben guardato, se ne è allontanato inorridito. Perché?
Lo stesso dicasi sul lobbismo, che aveva promesso di disciplinare severamente, e non è mai stato così fiorente. Perché? Se si guarda la carriera di Obama e le mosse verso Wall Street quando dal 2006 preparava la sua corsa, si capiscono varie cose.
DEMOCRATICI A PEZZI, COME NEL 1920. The audacity of hope era un altro slogan di Obama e il titolo di un suo libro. «I no longer hope for audacity», diceva nel marzo 2011 un suo grande sostenitore, l’attore Matt Damon.
La sottile sfiducia, dovuta a un Obama che da subito ha inquinato i pozzi sui temi dei rapporti con il potere finanziario, è all’origine della sconfitta del 4 novembre e di un partito democratico molto mal preso, come solo Woodrow Wilson lasciò nel 1920. È una tragedia, per il primo presidente afroamericano.

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