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ANALISI 6 Novembre Nov 2014 1557 06 novembre 2014

Crisi ucraina: Mogherini e una prudenza che può portare lontano

Evita dichiarazioni bellicose. Usa un linguaggio possibilista. Che dà il senso di un dialogo in corso. Così l'Alto rappresentante Ue può contribuire a riportare il sereno.

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Federica Mogherini.

La crisi ucraina è il primo tema sul quale si è soffermata Federica Mogherini, nuovo vicepresidente e Alto rappresentante dell’Unione europea dal primo novembre, nell’intervista rilasciata a più testate giornalistiche italiane e internazionali.
Più cauta e circospetta di quanto non fosse stata nei giorni precedenti, Mogherini ha sì ribadito l’illegalità e illegittimità delle elezioni presidenziali e parlamentari delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk (giudizio già anticipato da Europa e Usa prima del loro svolgimento); ha sì richiamato le responsabilità di Mosca sulla dinamica della crisi. Ma ha poi, abilmente e opportunamente a mio giudizio, tenuto aperte tutte le porte suscettibili di offrire sbocchi costruttivi alla soluzione politica, evitando accuratamente toni minacciosi e/o sprezzanti, alla maniera di Poroshenko che ha parlato di «elezioni farsa».
Anche sul versante delle sanzioni sul quale invece premono gli Usa. E lasciando fuori dal suo orizzonte qualsivoglia riferimento alla Nato e alla sicurezza militare, spina nel fianco di Mosca.
MOGHERINI: «HO SENTITO POROSHENKO E LAVROV...». Ha lasciato cadere un «ho sentito Poroshenko e Lavrov», senza dire di più, ma dando il senso di un dialogo in corso.
Alcuni membri dell’Unione prenderanno a pretesto quest’intervista per confermarsi nel convincimento della presunta inclinazione pro-Mosca di Mogherini.
E a poco varrà richiamare i suoi ripetuti addebiti a Putin.
L'ACCORDO DI MINSK AL CENTRO. In realtà penso, e anzi spero vivamente, che la sua presa di posizione derivi da una ponderata valutazione delle responsabilità complessive - dunque anche euro-americane oltre che ucraine (Kiev e “ribelli”) e russe - della situazione attuale.
E da una seria valutazione della posta in gioco in termini di sicurezza (energetica), di sviluppo economico-commerciale e di partenariato strategico. La sua insistenza sull’accordo a tre (Osce-Mosca-Kiev) di Minsk del 20 settembre circoscrive il perimetro degli interlocutori “indispensabili” e lo esalta nel suo significato politico-strategico, saldandosi con il non esplicitato ma ben presente accordo sul gas (Ue-Mosca-Kiev) e il rinvio alla fine del 2015 dell’Accordo di libero scambio Ue-Ucraina.
LA MINACCIA DI STRASCICHI RANCOROSI. Chissà se dietro la maschera di distacco che esibisce in pubblico abbia influito in lei anche il disagio maturato seguendo la velenosa spirale che ha portato l'Ucraina a essere teatro di una guerra fratricida e terreno di scontro tra Russia da un lato e Usa con Unione europea e Nato dall'altro.
Che lo ha marchiato con una scia di sangue e di sofferenze lunga 4 mila morti e 9 mila feriti (stime Onu) oltre a 900 mila, tra profughi interni e sfollati nei Paesi vicini. Col tragico corredo di una poderosa inseminazione di intolleranza, rancore, odio che rischia di continuare: per ragioni che affondano le loro radici in una storia di convivenza divenuta a un tratto matrigna al servizio di pulsioni di potere, derive ideologiche e agende geo-politiche impregnate di una temibile opacità.

Linguaggio ancorato alla prospettiva di una soluzione politica della crisi

Petro Poroshenko, presidente dell'Ucraina.

Voglio pensare che il linguaggio di Mogherini, possibilista e tenacemente ancorato alla prospettiva di una soluzione politica della crisi, sia dettato dall’aspirazione di sfuggire alla tagliola di un approccio manicheo (improvvido, fuorviante e in odore di un perniciosa nostalgia di Guerra fredda) rispetto a una realtà tanto densa di chiaroscuri. Dove è francamente arduo riuscire anche solo a immaginare la fattibilità del ritorno a una piena sovranità di Kiev su tutto il suo territorio, mentre si sono create le condizioni tali da far piuttosto pensare a una separazione coniugata sul crinale sottile di un’autonomia tanto pregnante da sconfinare in una sostanziale indipendenza.
RESPONSABILITÀ CONDIVISE. Lungi da me ritenere che le elezioni tenutesi nelle provincie ribelli siano state coerenti con l’accordo di Minsk. Non lo erano e Mosca si è arrampicata sugli specchi per dimostrare il contrario.
Ma, anche qui, le responsabilità sono piuttosto condivise. Per il pregresso e da ultimo per la decisione di escludere il partito dei filorussi, pur forte di un quasi 10% di voti nelle elezioni del 26 ottobre (senza contare le province indipendentiste), dal negoziato per il prossimo governo che di uno strategico respiro di unità nazionale avrebbe avuto e avrebbe un gran bisogno.
POROSHENKO APRA AL DIALOGO COI FILORUSSI. È vero, come dice anche Mogherini, che Mosca ha dichiarato di «rispettare» il risultato del voto, cosa diversa dal «riconoscerlo». Ed è altrettanto vero che un pizzico di realismo suggerirebbe di ripartire da quel margine di ambiguità, lasciare a latere il tema scivoloso della legalità-legittimità e su di esso riportare al tavolo negoziale i protagonisti dell’accordo di Minsk.
Diciamo pure che un’importante carta da porre sul tavolo negoziale sarebbe anche un’energica sollecitazione a Poroshenko (che preferisco in abiti civili e non in tuta mimetica) e sodali ad aprirsi a un’inclusività di governo che renda credibile la sua volontà di ricercare le condizioni di una praticabile convivenza con i filorussi, dentro e fuori dal territorio controllato da Kiev.
NON È TARDI PER INVERTIRE ROTTA. Temo che questa svolta non ci sarà e che l’orizzonte che si dischiude adesso, tra manovre negoziali, altre sequenze di guerra civile e mosse di deterrenza più o meno azzardate (tra le quali il varo di ulteriori sanzioni contro Mosca che la consegna del Senato ai Repubblicani americani verificatasi con le elezioni del 4 novembre rende assai plausibile), possa incubare incognite preoccupanti.
Lo temo per le crepe che si sono ormai create nei rapporti tra Europa e Russia e per le fratture prodottesi nel tessuto sociale e politico ucraino. Lo temo perché finora è mancata una leadership locale e/o internazionale capace di fare di quel Paese, proprio per la sua struttura e la sua storia, il laboratorio di un lungimirante partenariato di interessi e forse anche di valori tra Mosca e l’Europa.
Penso che, se arrivati a questo punto una tale prospettiva è irrealistica, non è troppo tardi per porre un freno alla deriva che si profila e fors’anche per invertirne progressivamente la rotta. È una sfida che vale la pace in Europa e una parte tutt’altro che trascurabile del suo benessere. Una solida alleanza al riguardo tra Bruxelles, Berlino e Roma potrebbe rivelarsi preziosa in proposito.

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