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RETROSCENA 6 Novembre Nov 2014 0730 06 novembre 2014

Grazia a Berlusconi: il Cav rifiutò le condizioni di Napolitano

Vespa svela nel suo libro la trattativa attraverso la ricostruzione di Alfano.

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Il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi a colloquio con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Il silenzio di Silvio Berlusconi e il niet di Niccolò Ghedini. Ecco i due elementi che hanno impedito all'ex Cavaliere di godere della grazia del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, da parte sua, sarebbe stato favorevole a offrire la concessione, anche se alle sue condizioni.
A svelare il retroscena della 'trattativa' tra il Quirinale e il leader di Forza Italia è stato Bruno Vespa nel suo libro Italiani voltagabbana (in uscita il 6 novembre per Mondadori-Rai Eri), la cui anticipazione è pubblicata dal Corriere della Sera. Il giornalista, infatti, ha precisato, attraverso le parole del ministro dell'Interno Angelino Alfano, come sia realmente andata la vicenda.
LA TRATTATIVA DI ALFANO. In pratica, ha scritto il giornalista, l'ex Cavaliere aveva maturato «l'idea che il presidente della Repubblica fosse il regista occulto della crisi di governo che portò Mario Monti a Palazzo Chigi e che non fosse estraneo alla 'persecuzione giudiziaria'». Ed è proprio questo atteggiamento che ha impedito a Berlusconi di accettare l'offerta del Colle.
«A settembre 2013», ha raccontato il titolare del Viminale all'epoca ancora segretario del Popolo della libertà, «chiesi un appuntamento a Napolitano preannunciandogli che volevo parlargli della grazia. Quindi rinnovai, a nome del Pdl, la richiesta formale che Berlusconi fosse nominato senatore a vita».
QUATTRO CONDIZIONI DAL COLLE. Il capo dello Stato, secondo la ricostruzione di Alfano, «ascoltò» e poi pose quattro condizioni: «Le dimissioni dell'ex premier prima del voto sulla decadenza, la disponibilità a rivedere le condizioni della grazia, la volontà di diffondere un comunicato in cui si spiegava che il giudizio su Berlusconi riguardava l'imprenditore e la possibilità di fare un appello al parlamento in favore di un provvedimento generale di amnistia e indulto».
Tuttavia, per il ministro, Napolitano non subordinò la concessione della grazia alla rinuncia dell'attività politica del leader di Forza Italia: «Non mi ha mai detto esplicitamente niente del genere».
IL NIET DI GHEDINI. Eppure, per Ghedini, secondo Alfano, «la proposta del presidente della Repubblica equivaleva a far ritirare Berlusconi dalla politica». E a nulla servì il pressing dell'allora segretario del Pdl che, stando alla ricostruzione fornita da Vespa, «rimase deluso» e ribadì che l'ex Cavaliere - il quale «Non formulò alcun giudizio definitivo» sulle proposte del Quirinale - se non si fosse dimesso sarebbe comunque decaduto per le norme della legge Severino.
«Anche Gianni Letta tacque in merito», ha spiegato Alfano. E quindi «non se ne riparlò più».

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