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CREPE IN VISTA 6 Novembre Nov 2014 2036 06 novembre 2014

Renzi: «Il Patto del Nazareno scricchiola»

Il premier all'assemblea Anci avverte il Cav. E Boschi conferma: «Avanti anche senza Fi». La Consulta avvicina M5s e Pd. Prove d'intesa sula legge elettorale.

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Matteo Renzi. Dietro di lui, un'immagine di Silvio Berlusconi.

Al termine di una giornata che lo ha visto vittima pure di una contestazione durante la visita alla sede Alcatel-Lucent di Vimercate, Matteo Renzi, intervenendo all'assemblea Anci, ha di fatto confermato le crepe nell'accordo sulle riforme con Silvio Berlusconi.
«Il patto del Nazareno scricchiola, altro che se scricchiola», ha ammesso il premier a poche ore di distanza dalla fumata bianca alla Consulta che ha visto il Movimento 5 stelle riavvicinarsi al Pd sostenendo la candidatura di Silvana Sciarra nel 21esimo scrutinio per l'elezione dei giudici della Corte costituzionale.
BOSCHI: «AVANTI SENZA DI LORO». In mattinata, il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi aveva già confermato l'ipotesi di andare avanti sulla legge elettorale anche senza il sostegno di Forza Italia. Tanti indizi che portano verso un progressivo allontanamento tra Partito democratico e Fi sulla tortuosa strada delle riforme e, al contempo, a un avvicinamento tra Renzi e il M5s.
DISTANTI SULL'ITALICUM. Ratificate, quindi, le divergenze di vedute emerse nell'incontro del 5 novembre a Palazzo Chigi tra il premier e il Cav, col primo propenso a spingere sull'acceleratore dell'Italicum e il secondo decisamente orientato a dilatare i tempi. Una sorta di avvertimento, quello lanciato da Renzi al vertice Anci, dopo che Boschi in mattinata era tornata all'attacco. «Mi auguro che Forza Italia mantenga gli impegni», aveva detto, «ma se si dovesse tirare indietro, certo noi non possiamo tirarci indietro di fronte alla necessità e all'urgenza che il Paese ha di una legge elettorale che funzioni e garantisca la governabilità».

Le prove d'intesa Pd-M5s scuotono Fi e Ncd

Angelino Alfano e Matteo Renzi.

Il M5s torna quindi a delinearsi come possibile interlocutore per cambiare l'Italicum e, su temi chiave come giustizia e Consulta, si è avvicinato al Pd innescando una fibrillazione trasversale nel centrodestra di opposizione (Fi) e di governo (Ncd).
«Renzi deve dire chiaramente se vuole rompere» il patto del Nazareno con Fi sulle riforme, ha detto l'azzurro Giovanni Toti.
In ambienti di Palazzo Chigi, il metodo del premier è stato definito come «la mossa del cavallo», termine derivato dagli scacchi per indicare un'iniziativa inattesa, per liberarsi da un impedimento. Quell'impedimento che sull'elezione dei due giudici alla Corte Costituzionale Renzi era deciso a superare, indicando come candidata Silvana Sciarra e ottenendo anche il sì del M5s. La sua elezione, nell'ottica renziana, funge quasi da esempio, applicabile ad uno spettro di riforme che va dalla legge elettorale al Jobs Act e che indica la volontà del premier di discutere con tutti, da Fi alla minoranza Pd, ma con l'obiettivo, non rinviabile, di trovare una soluzione.
ASSE SULLA GIUSTIZIA. L'accordo con il M5s ha di fatto risolto il rebus della candidata Pd alla Consulta, lasciando Fi con una candidatura 'monca', visto che il nome indicato dagli azzurri - Stefania Bariatti - non ha raggiunto il quorum necessario. Su un'altra sponda, quella della commissione Giustizia al Senato, e su un tema diverso, la responsabilità delle toghe, l'asse Pd-M5s ha contribuito a superare una spigolosissima impasse sugli emendamenti del governo e in particolare sull'obbligo di motivazione per i giudici che si discostano dalle sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione. Nodo sul quale Ncd si era detta favorevole, proprio come Fi, andando contro il parere del governo.
SACCONI SI DIMETTE, POI FA DIETROFRONT. In mattinata Maurizio Sacconi aveva reagito alla nuova 'convergenza' annunciando le proprie dimissioni da capogruppo al Senato, salvo tornare sui propri passi dopo una telefonata chiarificatrice con Renzi, in cui il premier avrebbe dato garanzie sul suo impegno a non produrre maggioranze diverse.
NO AL VOTO ANTICIPATO. Intanto in parlamento si rincorrono i sospetti che si avvicini l'appuntamento con le urne, nonostante il premier abbia voluto chiarire: «Alle ultime elezioni europee il Pd ha preso il 41%. Alcuni hanno detto vai alle elezioni, porta in parlamento i tuoi amici e poi fai le riforme. Noi abbiamo fatto una scelta diversa, investire il capitale del 41%. Adesso ci giochiamo il tutto per tutto perché l'Italia si rimetta in moto».

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