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SCENARIO 7 Novembre Nov 2014 0558 07 novembre 2014

Pd-M5s: la legge elettorale e un'intesa possibile

Il Cav frena sull'Italicum. Ma il premier ha un piano B. Metà della compagine grillina è decisa a fare asse coi dem. Che ora hanno i numeri anche senza Fi.

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Il premier Matteo Renzi.

Accostare il nome di Matteo Renzi al Movimento 5 Stelle, senza una parolaccia o un'accusa, sembrava un'ipotesi fuori dal mondo, solo fino a poche settimane fa.
Oggi che il Patto del Nazareno scricchiola (o forse è definitivamente tramontato, almeno nella testa del premier), sembra invece una possibilità valida, che potrebbe fruttare, in tempi brevi, l'accordo per una nuova legge elettorale.
Per capire quanto concreta sia questa possibilità, bisogna però mettere insieme una serie di tasselli.
GRILLINI DISPONIBILI AL DIALOGO. Innanzitutto non confondendo i piani: nel M5s da un lato ci sono i padri fondatori, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, dall'altro i cittadini-portavoce. Il proprietario del marchio e il dominus della piattaforma web non vogliono nemmeno sentir parlare del giovane premier, mentre qualcuno della truppa parlamentare ci dialogherebbe molto volentieri.
Non per forza per un tornaconto personale, ma almeno per non condannare la loro esperienza politica a una lunga serie di rimpianti per non aver portato a casa praticamente nulla di quanto promesso in campagna elettorale.
«PONTIERI» E «DISSIDENTI» APRONO A RENZI. Nel gergo da Transatlantico (ripreso anche dal deputato Tancredi Turco in un suo post sulla «cosmogonia grillina»), questi movimentisti si chiamano «dialoganti».
Ma con Renzi sembrano disposti ad aprire un canale anche i cosiddetti «pontieri», ovvero quelli che fanno da pacieri nel Movimento e contemporaneamente provano a stabilire un contatto concreto con il Pd, e gli ormai famosi «dissidenti», in costante disaccordo con le indicazioni che arrivano dal blog, soprattutto se a deciderle non è la Rete.
DI MAIO E DI BATTISTA SI CHIAMANO FUORI. Sommati gli uni agli altri, alla fine, riescono a mettere insieme poco meno della metà dei parlamentari pentastellati (104 deputati e 39 senatori in totale). Non sono la forza maggioritaria del gruppo, ma hanno spalle sufficientemente coperte per resistere agli attacchi delle altre anime del M5s.
E ne arrivano davvero tanti, dai «talebani» agli «ortodossi», ai quali si accodano con maggiore veemenza anche «falchi», «pasdaran» e «fedelissimi» di Grillo e Casaleggio. Mentre dalla contesa, almeno apparentemente, si tirano fuori gli uomini del «cerchio magico» (per intenderci, i vari Di Maio, Di Battista, Nuti, Toninelli), quelli che «influenzano le decisioni» dei capi.

Una deputata Pd: «Sappiamo chi è affidabile, li abbiamo testati»

Grillini in aula al Senato.

Ai duri e puri del grillismo, ovviamente, il Pd non chiude le porte ma nemmeno offre sponde. «Perché fidarsi è bene, non fidarsi è meglio», spiega a Lettera43.it una delle deputate (di rito renziano) più attive nel ruolo di pontiere, «ormai abbiamo fatto una sorta di screening delle personalità con cui possiamo o non possiamo confrontarci».
Diverso è invece il discorso con coloro i quali hanno già offerto prova di affidabilità. «E ce ne sono già un bel po'», prosegue la fonte. «Li abbiamo testati concretamente, magari con piccoli accordi nelle commissioni e ci hanno dato risposte piacevolmente positive, oltre a estrema riservatezza».
Perché è proprio nei piccoli gruppi delle commissioni che avvengono i contatti più intensi, visto che Transatlantico e aula sono luoghi 'pieni di occhi e orecchie indiscreti'.
ITALICUM SENZA FI? SI PUÒ. Quando gli esponenti del Giglio magico del premier sostengono che i numeri per approvare la legge elettorale ci sono, anche senza Forza Italia, dunque, non mentono. Almeno stando alle indiscrezioni raccolte.
«Sono mesi che portiamo avanti il dialogo con parte del Movimento 5 stelle», conferma un senatore vicino al segretario nazionale. «Non potevamo permetterci il lusso di affidare il futuro del Paese all'accordo con una sola forza politica, che peraltro aveva già tirato brutti scherzi in passato al centrosinistra».
MA BERLUSCONI HA LA PRIORITÀ. Ma Renzi non ha nessuna intenzione di passare per quello sleale, ecco perché per il momento il dialogo prosegue, ma la priorità spetta a Berlusconi. Ma non all'infinito. Tradotto dal dizionario del leader dem, significa: il primo a rispondere al suo appello fu il Cav a gennaio 2014, ma anche se ora ha tirato il freno a mano sull'Italicum, le trattative con altre forze politiche possono (anzi, devono) proseguire.
Se Silvio scioglierà le riserve in tempi brevi, tutto proseguirebbe come prima. In caso contrario, almeno Renzi non sarebbe costretto a ricominciare tutto d'accapo (anche Vendola ha riaperto al premier).
Di questo sono stati avvisati anche i grillini dialoganti, che hanno compreso e accettato il momento, senza mostrare segni di insofferenza. Del resto, anche loro sono costretti a camminare sulle uova, ma restano comunque disponibili a entrare in partita. E forse un po' ci sperano.
CONSULTA, OK A SCIARRA COI VOTI M5S. Di sicuro i segnali ci sono tutti, e non è un caso se dopo 20 votazioni a vuoto giovedì 6 novembre sia stata eletta, con i voti di Pd e M5s, Silvana Sciarra alla Consulta, mentre Alessio Zaccaria (indicato dai pentastellati) abbia ottenuto il disco verde per il Consiglio superiore della magistratura. Inoltre, se contiamo che dem e 5 stelle hanno trovato anche l'accordo per la responsabilità civile dei magistrati, facendo infuriare Ncd e parte di Forza Italia, allora il quadro diventa sempre più interessante.
E così, da che voleva aprire il parlamento come una scatoletta di tonno, Grillo rischia di vedere i suoi «guerrieri meravigliosi» cambiare verso, mentre Silvio non sta affatto sereno. Chi lo avrebbe detto. È la politica, bellezza.

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