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POLITICA 10 Novembre Nov 2014 0543 10 novembre 2014

Primarie: Forza Italia e Pd le snobbano

Il Cav le osteggia. Renzi vorrebbe accantonarle. Il modello, mutuato dagli Usa, è già in crisi. «Da noi non funziona», dice Ignazi, «se n'è fatto un uso scriteriato».

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Silvio Berlusconi e Raffaele Fitto nel 2010.

Siccome «Salvini, al netto della propaganda, deve ancora dimostrare di saper fare qualcosa», mentre Angelino Alfano e il Ncd rischiano di ritrovarsi «al centro, soli e ininfluenti», in caso di elezioni anticipate (magari non in primavera come vorrebbe Matteo Renzi, vista l’incandidabilità dovuta alla condanna al processo Mediaset) nel centrodestra sarà ancora Silvio Berlusconi a correre per la premiership.
Uno scenario che lo stesso Cav ha disegnato il 6 novembre in un’intervista al Quotidiano Nazionale, nella quale ha ribadito il suo «no» alle primarie in Forza Italia.
«Il Pd vi ha fatto ricorso perché non aveva una classe dirigente legittimata dal voto popolare», ha scandito Berlusconi, invece «il leader del centrodestra è stato legittimato dal voto degli italiani in moltissime occasioni».
LA SVOLTA DEL 2012 E IL DIETROFRONT. La pattuglia capeggiata da Raffaele Fitto, che più volte ha rilanciato sull’argomento alzandosi dal tavolo a mani vuote, rischia di ritrovarsi perennemente ferma al palo. Non sarebbe la prima volta, visto che nel corso degli ultimi due anni nel centrodestra le primarie sono state annunciate e cancellate, poi riproposte ma puntualmente bypassate in barba a promotori interni e formattatori.
Che l’uomo di Arcore non le digerisca non è certo un mistero. Berlusconi le accettò suo malgrado verso la fine del 2012 quando, nel corso di un ufficio di presidenza dell’allora Pdl (datato 8 novembre), Angelino Alfano decise di tirare dritto sfidando il capo: «Mi prendo questa responsabilità, altrimenti saremo dei barzellettieri. Qual è l’alternativa, inseguire qualche gelataio o leader di Confindustria?» (ovvio il riferimento al patron di Grom, Guido Martinetti, e al neo presidente di Alitalia, Luca di Montezemolo).
IL RITORNO IN CAMPO DI BERLUSCONI. Per il principale partito del centrodestra la possibilità di andare oltre il suo padre-padrone durò meno di un mese, visto che il 6 dicembre lo stesso ex segretario del Pdl si presentò davanti alle telecamere per comunicare l’intenzione dell’uomo di Arcore di «tornare in campo da protagonista».
«Il detentore del titolo», spiegò Alfano con in viso un sorriso amaro, «ha sempre il diritto di difenderlo». E poi le primarie «erano per la successione» ma «la candidatura di Berlusconi non le rende necessarie». Il resto è storia.
CAV INDECISO FRA I DUE “MATTEO”. I maligni dicono che l’ex premier abbia individuato in Renzi il suo erede, anche se il gelo calato dopo l’ultimo incontro per definire i dettagli dell’Italicum potrebbe rimescolare le carte in tavola.
C’è però anche chi, come l’ex forzista Marco Taradash, ipotizza che alla fine la scelta di Berlusconi possa ricadere sull’altro Matteo, cioè il segretario della Lega Nord Salvini. «Non avendo una proposta politica», spiega Taradash a Lettera43.it, «Forza Italia lascia campo libero al Carroccio che invece un progetto ce l’ha».
«L’UNICA PROSPETTIVA È SALVINI». «Cercando la rottura con Fitto da una parte e con Alfano dall’altra», dice ancora l’ex deputato, «Berlusconi rafforza la posizione del leader leghista: oggi il centrodestra ha un’unica prospettiva, quella del “lepenismo salviniano”, mentre ne manca una liberale-cristiana ancorata ai valori del Ppe che è presente in modo debole sia nel Ncd sia in Forza Italia».
Dire chi sarà il nuovo leader di quest’area è comunque complesso perché, conclude Taradash, «oggi non c’è il centrodestra ma solo una serie di gruppi in competizione litigiosa fra loro che non portano da nessuna parte. Di certo l’intenzione di Berlusconi di tornare in campo blocca qualsiasi forma di iniziativa politica».

In epoca renziana anche il Pd si interroga sull’utilità delle primarie

Il premier Matteo Renzi.

Se Atene piange, Sparta non ride. È stato infatti il primo partito a fare le primarie in Italia ma ora, nell’anno uno dell’era renziana, anche il Pd si domanda se questo strumento sia ancora necessario.
Lo stesso segretario-premier ha recentemente affermato che le primarie «non sempre sono utili».
Eppure sono previste dallo statuto del Pd. Quindi, a meno di clamorosi colpi di scena, al momento nessuno può esimersi dal fare i conti con gli elettori (iscritti e non al partito).
Ne sa qualcosa Alessandra Moretti, ex bersaniana, poi renziana, deputata alla Camera, all’Europarlamento e ora in corsa per la guida della Regione Veneto.
LOTTA INTESTINA IN VENETO. Nei giorni scorsi, dopo un incontro fra il Pd locale e il braccio destro di Renzi, Lorenzo Guerini, era circolata l’ipotesi di saltare il passaggio della consultazione interna puntando direttamente sull’ex vicesindaco di Vicenza quale candidato unitario. Invece le resistenze della minoranza dem costringeranno Moretti alla sfida con la deputata trevigiana Simonetta Rubinato. «Qui non ci sono in gioco carriere ma un’occasione storica di vincere in Veneto», ha attaccato l’europarlamentare, che certo avrebbe volentieri scavalcato l’ostacolo.
Una situazione che ha spinto gli altri partiti di coalizione, Rifondazione e Sel, a tirarsi momentaneamente fuori dai giochi. «Gestite in questa maniera le primarie rischiano di essere una sciagura», ha affermato il segretario regionale di Rifondazione, Renato Caldazzo. Anche Idv e Psi per ora restano a guardare. Alla faccia dell’unità.
PER I RENZIANI FLOP IN CALABRIA. Quello che il segretario teme è che alla lunga le primarie locali si trasformino in una resa dei conti contro di lui. Il campanello d’allarme è scattato a inizio ottobre quando il renziano Gianluca Callipo ha perso la corsa per la scelta del candidato governatore del centrosinistra in Calabria a vantaggio dell’ex deputato Ds Marco Oliverio. Non solo.
Perché anche in Emilia-Romagna, poche settimane prima, si era rischiato l’autogol dopo la contemporanea candidatura di due fedelissimi del leader come Matteo Richetti (poi ritiratosi dalla corsa perché «su di me c’era una contrarietà totale del Pd, sia a livello locale sia nazionale») e Stefano Bonaccini. Quest’ultimo è riuscito ad avere la meglio dell’outsider Roberto Balzani ma a votare sono andate solo 58 mila persone, meno dei 75 mila iscritti in Regione.
UMBRIA E MARCHE ANCORA INCERTE. Archiviato il caso-Toscana, dove il governatore uscente Enrico Rossi è stato ricandidato direttamente dallo stesso Renzi senza “eliminatorie”, restano aperte le questioni Umbria, Liguria, Campania e Marche. Nel primo caso l’attuale governatrice Catiuscia Marini vorrebbe ripresentarsi evitando le primarie, anche se la sconfitta del giugno scorso a Perugia (dove ha trionfato il forzista Andrea Romizi) ha imposto una riflessione al Pd umbro.
In Liguria, dove il segretario avrebbe voluto si presentasse il ministro della Giustizia Andrea Orlando – a cui al momento l’offerta non sembra interessare – la gara si disputerà fra l’ex numero uno della Cgil Sergio Cofferati e Raffaella Paita. Mentre in Campania e Marche vige l’incertezza. Tutto deciso invece in Puglia, dove Michele Emiliano è favorito su Dario Stefàno di Sel.
«STRUMENTO DEL TUTTO INADEGUATO». Secondo Piero Ignazi, docente di Politica comparata all’Università di Bologna, il problema risiede nel fatto che in questo senso «abbiamo voluto scimmiottare gli americani pur avendo un sistema politico e partitico completamento diverso dal loro. Nell’alveo del centrosinistra si sono svolte primarie estese anche ai non iscritti, unico caso al mondo, e senza alcuna regola definita. Nel tempo, ciò ha portato a una deresponsabilizzazione della classe dirigente».
Certo, conclude Ignazi, «Renzi le ha cavalcate intelligentemente per riuscire a scalare il Pd» anche se «si tratta di uno strumento esaltato fuori misura che io reputo inadeguato e di cui si è fatto un uso scriteriato».

Twitter @GiorgioVelardi

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