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GEOPOLITICA 11 Novembre Nov 2014 0600 11 novembre 2014

Guerra fredda? No, ma isolare la Russia è un rischio

Ignorata dalla Cina e osteggiata dall'Ue, Mosca cerca sponde. Col greggio a picco e i capitali in fuga, è un leone in gabbia. Emarginarla aprirebbe un conflitto.

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Vladimir Putin al vertice Apec di Pechino.

Prima Mikhail Gorbaciov, intervenuto a Berlino per l'annivesario della caduta del Muro, ha dichiarato che il mondo è sulla soglia di una «nuova Guerra fredda». Poi è arrivato il rapporto del think tank europeo European leadership network (Eln) che ha contato 40 incursioni dell'aeronautica russa nei cieli europei negli ultimi otto mesi, un numero paragonabile solo a quello degli anni della cortina di ferro. I fantasmi del conflitto tra Ovest e Est, insomma, bussano alla porta.
Ma nel mondo multipolare del XXI secolo, la Russia non riesce nemmeno a trovare una sponda nella Cina, suo possibile alleato.
BLOCCATI I FONDI AL GASDOTTO. Al vertice Apec che in questi giorni riunisce a Pechino 21 Paesi affacciati sul Pacifico, Pechino e Mosca hanno firmato un nuovo accordo sul rifornimento di gas.
E il presidente russo ha annunciato un ampliamento degli scambi diretti yuan-rublo nel settore energetico.
Ma il Dragone ha firmato lo stesso tipo di intesa monetaria in funzione anti dollaro con Brasile e Argentina. E a causa delle sanzioni occidentali, ha deciso di congelare il pagamento anticipato di 25 miliardi di dollari per il finanziamento del gasdotto siberiano incluso nell'accordo cino-russo da 400 miliardi firmato a maggio, costringendo il colosso russo Gazprom a valutare la richiesta di aiuti di Stato.
Un bello smacco: dimostrazione che il blocco orientale è più presunto che reale.
LA RUSSIA, UN ANIMALE IN GABBIA. Più che di guerra fredda e di mondi contrapposti si tratta di un pesante «isolamento di Mosca», spiega a Lettera43.it Vladislav Zubok, storico della Guerra fredda e esperto di Affari russi alla London School of Economics. «La Russia oggi è come un animale in gabbia e per questo potrebbe reagire in maniera imprevedibile».

Mosca alla disperata ricerca di una sponda con Pechino

Barack Obama e Xi Jinping.

Le tensioni asiatiche non arrivano in Occidente. Ma Mosca e Pechino hanno mire concorrenti sul Pacifico, tensioni crescenti sulla regione siberiana, e sono divise anche sulle relazioni con l'India.
In più i rapporti di forza sul fronte economico sono tutti a favore di Pechino.
Il leader russo è arrivato all'appuntamento dell'Apec con pessime notizia in valigia.
La Banca centrale di Mosca è stata costretta a rivedere al rialzo le cifre dei capitali in fuga dal Paese: 128 miliardi di dollari nel 2014, più del doppio del 2013, e 99 nel 2015, contro i 33 previsti finora.
La Vtb, la banca di investimento sotto controllo statale, ha annunciato di essere pronta a lasciare la Borsa di Londra e trasferirsi in Asia a causa delle sanzioni occidentali. E le quotazioni del petrolio hanno perso un quarto del valore.
LA CINA MIRA A ESPANDERSI. La Cina, seppur con una crescita in frenata, mira invece a espandere la sua influenza sulla regione asiatica, un'area che da sola vale quasi un terzo del Pil del mondo.
E ha iniziato bene, firmando un accordo bilaterale con la filo occidentale Corea del Sud, e portando avanti le trattative per la zona di libero scambio dell'Asia e del Pacifico (Ftaap) che includerebbe le nazioni emergenti del Sud-Est asiatico, e anche il Giappone e la Corea del Sud. Insomma, Pechino guarda in molte direzioni. E non proprio verso Mosca.
A parlare sono le cifre, spiega a Lettera43.it Alberto Forchielli, amministratore delegato del fondo di private equity Mandarin Capital: l'Unione europea è il primo partner commerciale dei cinesi, il secondo sono gli Stati Uniti. La Russia è il decimo. Nel 2013, la Cina ha attratto 16 miliardi di investimenti diretti americani e oggi ha in mano il 10,6% dei titoli del debito Usa in circolazione, pari a un valore di quasi 1.300 miliardi di dollari.
LA RUSSIA HA POCO APPEAL. «I russi stanno cercando disperatamente una sponda», ribadisce il manager conoscitore della Terra di Mezzo, «Ma vista da Pechino, la Russia è una terra di energia e poco altro: agricoltura e legname».
Poca cosa rispetto all'interdipendenza tra Cina e Stati Uniti. «L'interscambio tra Pechino e Washington è dieci volte tanto, e si concentra nel settore agricolo come nell'aerospazio e nell'elettronica: oggi l'Iphone è un'importazione cinese in America».
Insomma «l'Europa è frastagliata, divisa e non conta niente», chiosa Forchielli, «l'unico Paese che i cinesi rispettano davvero sono gli Stati Uniti: l'asse del futuro è il G2, con tutte le sue contraddizioni».

La diplomazia russa evoca i fantasmi del conflitto tra Est e Ovest

Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente Usa, Barack Obama.

Il mondo insomma non è sulla soglia di una nuova Guerra fredda, ma piuttosto di un continuo conflitto tra l'interdipendenza economica e gli interessi strategici.
«Russia e Cina hanno interessi comuni sullo scenario globale, vogliono contare di più nelle organizzazioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite, come si è visto con la Siria. Ma non propongono un modello alternativo a quello del mondo del capitalismo e delle relazioni commerciali aperte», dice Federico Romero, professore di Storia dell'integrazione europea post bellica all'Istituto europeo di Firenze. «Putin ha mire imperiali sui Paesi satelliti della Russia, ma la Guerra fredda è stata battuta dalla globalizzazione».
PREVALE CHI NON VUOLE TRATTARE. Il problema piuttosto è che nel mondo globalizzato la Russia si trova isolata. La diplomazia russa evoca i fantasmi del conflitto tra Est e Ovest, aiutata dai falchi americani, perché Mosca si trova all'angolo.
«Pechino è molto cauta: non stringe alleanze con nessuno. E l'Occidente ha emarginato Putin e questa situazione aumenta il livello del rischio di un conflitto», ha commentato con Lettera43.it lo storico della London School, Zubok. «Quello che resta della Guerra fredda è la divisione tra chi adotta la linea di Monaco, cioè l'idea che con la Russia non si debba proprio trattare, e chi invece sostiene la necessità del dialogo: purtroppo nell'ultimo anno i primi hanno parlato troppo, e i secondi troppo poco».

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