Claudio Burlando 111201172417
EDITORIALE 12 Novembre Nov 2014 1115 12 novembre 2014

Alluvione Chiavari, Burlando è un presidente assente

In Liguria frane, esondazioni, morti. Ma lui ne parla come se non fosse governatore.

 

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Claudio Burlando

Non se ne abbia a male Claudio Burlando, sarà per la sua faccia paciosa, per l'eloquio lento e monocorde che evoca un olimpico distacco dalle cose del mondo, ma ogni volta che appare in tivù (e in questi giorni con la sua Liguria nuovamente flagellata dalle piogge capita spesso) sembra uno che passa di lì per caso. E che con noia rasente il fastidio risponde alle domande di chi lo intervista sull'emergenza che sta investendo la sua regione.
Non c'è muscolo del suo viso o sguardo che denoti partecipazione al dramma che stanno vivendo i suoi concittadini, mai un alzar di sopracciglia che mostri tutta l'indignazione per la colpevole incuria con cui è stato trattato il territorio.
SILMBOLO DELLA POLITICA CHIUSA NEL PALAZZO. Burlando, ma non se ne abbia a male, incarna la plastica rappresentazione della politica chiusa nel Palazzo che se ne infischia di quel che succede fuori. E, non contenta, quando è costretta a uscire dal dorato isolamento, sembra quasi ci voglia far pesare il disturbo che le è stato provocato.
Frane, alluvioni, esondazioni: ci sono sempre parole di circostanza, colpe da attribuire ad altri, rivendicazioni di soldi stanziati e mai spesi, inviti alla pazienza e promesse di un futuro migliore, in barba alla lampante evidenza che invece (Genova docet) bastano due giorni di pioggia perché ineluttabilmente la catastrofe si ripeta.
Burlando è uno di quei politici del Pd la cui appartenenza correntizia (è stato dalemiano, poi bersaniano, oggi dopo averlo criticato pare anche lui esser diventato un renziano acquisito) non ha mai scalfito il granitico potere di cui ha goduto in questi anni.
Dal 2005 è presidente della Regione, un tempo sufficiente per vedere il dissesto idrogeologico avanzare, i soldi stanziati non spesi, i lavori per mettere in sicurezza il territorio mai partiti.
Non ci pare di ricordare che la voce della sua vibrante protesta si sia levata alta a denunciare il misfatto.
PREFERISCE IL NON ESSERCI ALL'ESSERCI. Burlando, ma non se ne abbia a male, coltiva la nobile arte della sparizione. Nelle situazioni critiche, ed è successo più di una volta, lui frequenta l'altrove, predilige il non esserci all'esserci.
Spesso accampando teneri pretesti, come quando disertò una importante riunione del Consiglio regionale per una scampagnata a cercar funghi, peccatuccio veniale che gli fu oltremodo rinfacciato. «Ne ho raccolti più di cento», gongolava lui lasciando su Twitter traccia della colpevole scappatella.
I suo avversari - compreso l'ultimo, Sergio Cofferati, che ha lanciato la sfida per prendere la poltrona che il nostro con azzeccato tempismo libera - parlano di un “sistema Burlando” da abbattere.
Se ha resistito per così tanto tempo, immaginiamo che quel sistema abbia messo radici.
Fossero state almeno sufficienti da impedire al terreno di franare magari i suoi concittadini - burlati da Burlando - gli avrebbero perdonato quel senso di estraneità a ciò che intorno crolla.
E di cui lui parla come fosse un film che non gli appartiene.

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