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NUOVO SCONTRO 12 Novembre Nov 2014 2330 12 novembre 2014

Italicum, la minoranza Pd si ribella ma Renzi tira dritto

La Direzione non vota sull'intesa col Cav. Il premier: «Non mi servono mandati».

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Matteo Renzi alla direzione Pd il 12 novembre 2014.

Partito democratico sull'orlo di una crisi di nervi. Nel giorno dell'incontro tra Renzi e Berlusconi sull'Italicum, è risalita la tensione tra il premier e la minoranza dem, tutt'altro che soddisfatta dai nuovi termini dell'accordo con Fi tanto da porre un vero e proprio veto alle modifiche. La direzione del partito è stata così preceduta e seguita da polemiche e prese di posizione.
E alla fine ha deciso di non votare sulla bozza di accordo sull'Italicum discussa nel pomeriggio tra il premier e il Cav. In «zona Cesarini», con l'atmosfera rovente, è passata la proposta del presidente dell'assemblea Pd Matteo Orfini per il quale già nella direzione precedente si era votato sullo stesso argomento. Inutile dunque il bis.
Ma Renzi ha tirato dritto. «Non credo di aver bisogno di un mandato esplicito dalla direzione» sulle modifiche alla legge elettorale, «perché credo che la legge che sta emergendo garantisce a mio giudizio tutti gli obiettivi che ci eravamo dati».
VETO AI NUOVI ACCORDI E NO AI CAPOLISTA BLOCCATI. «Non vogliamo i 100 capolista bloccati», era stato il concetto espresso dai dissidenti dem che avevano ribadito «la netta contrarietà al modello elettorale proposto» nel vertice tra il premier e il Cav e quindi la decisione di «non votare» le modifiche. Non «ratifichiamo il Patto del Nazareno», è stata la linea espressa fin dalla mattinata del 12 novembre. Una posizione espressa in una riunione svoltasi a Montecitorio che ha riunito i big del dissenso anti renziano: da Massimo D'Alema a Stefano Fassina, da Cesare Damiano a Guglielmo Epifani, da Gianni Cuperlo a Alfredo D'Attorre. Tavolo al quale in serata si sono aggiunti anche l'ex segretario dem Pier Luigi Bersani, il capogruppo alla Camera Roberto Speranza, il ministro Maurizio Martina e Pippo Civati.
RENZI TIRA DRITTO: «NON HO BISOGNO DI MANDATI». «Siamo in un momento delicato della legislatura: la legge elettorale è il presupposto per mostrare agli italiani che stiamo facendo le cose sul serio», ha detto il premier al termine dell'incontro.
Le altre priorità: lavoro, giustizia e riforma della Pa. «Un disegno organico per modernizzare il Paese. Solo così possiamo guidare l'Europa».
«ITALICUM ENTRO FEBBRAIO». «Entro febbraio la legge elettorale deve essere approvata», ha proseguito Renzi sul nuovo Italicum. «Stiamo compiendo un passo storico, in linea con la storia del Pd, con la sua vocazione maggioritaria: la legge elettorale deve definire una lista vincitrice la notte delle elezioni». Premio di maggioranza, quote rosa, cento collegi con «capolista bloccato ma riconoscibile».
Il segretario del Pd ha portato in direzione la versione aggiornata della legge elettorale. «Ridurre la soglia d'accesso va a rafforzare la governabilità: perchè vogliamo dare il premio alla lista e non alla coalizione. Su questo Forza Italia ha qualche perplessità. Le rispettiamo ma andiamo avanti».

Trattativa sul Jobs Act

Alfredo D'Attore

Per tutto il pomeriggio ha tenuto banco anche la «trattativa» minoranza e governo sul Jobs Act, dove, in commissione Lavoro, quasi tutti i componenti Pd hanno presentato un emendamento che, ripercorrendo quanto deciso nella direzione sulla riforma del lavoro è volto ad «assicurare la garanzia del reintegro nei casi di licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare, previa qualificazione specifica della fattispecie». Emendamento sul quale la sinistra Pd continua a promettere battaglia - abbozzando anche un asse con Sel - soprattutto se il governo opterà per mettere la fiducia sul testo uscito dal Senato. «Non voglio crederlo. Esiste un tema di lealtà verso ciò che decide la ditta e un tema di dissenso nel merito bisogna trovare una chiave, una mediazione», è il warning lanciato da Bersani.
Mentre Teresa Bellanova, sottosegretario al Lavoro, se da un lato apre a un dibattito rapido sul tema dei disciplinari dall'altro ribadisce la volontà di portare in Aula prima la legge di stabilità e poi il Jobs Act. E, l'impressione, è che se il testo approderà già lunedì e con l'ombra di una fiducia, la minoranza Dem difficilmente alzerà bandiera bianca.
RENZI: «JOBS ACT? PROBLEMA DI TECNICALITÀ». «Sul Jobs Act la discussione c'è già stata, c'è un problema di tecnicalità parlamentare: per me ha un senso che la riforma dell'articolo 18 parta in vigore tutta insieme il primo gennaio 2015. È un elemento di pulizia», è stato il commento di Renzi al Nazareno. E il premier ha detto di vedere due alternative: e cioè se procedere mettendo la fiducia sul testo del Senato o se comunque garantire entro il primo gennaio l'entrata in vigore anche attraverso delle modifiche da verificare con le forze della coalizione. «Il punto è che il primo gennaio il Jobs Act deve entrare in vigore».
FASSINA: «IL LAVORO È DIRITTO NON TECNICALITÀ». «Ridurre il problema del lavoro a tecnicalità parlamentari non ci aiuta a risolvere i problemi di tanti cittadini: si tratta di diritti, non di tecnicalità», è stata la replica di Stefano Fassina. E la critica dell'ex vice ministro è rivolta ai «nuovi tempi» delle riforme: «Viene il dubbio che si voglia andare al voto».

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