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EDITORIALE 13 Novembre Nov 2014 1119 13 novembre 2014

Forza Italia, perché Berlusconi vuole chiudere il partito

Per il bene delle sue aziende, il Cav è pronto a mollare i suoi. Col placet di Marina.

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Il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi.

C'è una domanda inevasa che, nonostante le funamboliche giravolte dialettiche messe in campo, notabili e militanti di Forza Italia si dovrebbero porre: perché, nell'ormai lungo confronto con Matteo Renzi sulla riforma elettorale, il loro leader abbia accettato di perdere.
Politicamente, e per quanto ci si appelli alle celebrate virtù tattiche del capo, è molto difficile trovare una risposta. Ma forse, più che difficile, è doloroso.
Perché, senza giraci troppo attorno, nell'enclave berlusconiano il dubbio che il Cav aderendo a quello del Nazareno abbia sottoscritto un patto scellerato è più che un sospetto.
È chiaro infatti che, accettando che il premio di maggioranza venga trasferito dalla coalizione alla singola lista, l'uomo di Arcore consegna al premier la sua sicura sconfitta.
I PROBLEMI ECONOMICI DI MEDIASET. D'accordo, Silvio Berlusconi è stato un virtuoso di spettacolari e impensate rimonte elettorali, ma di fronte a sé - senza offesa per nessuno- aveva avversari come Achille Occhetto o Pier Luigi Bersani. E c'è da ricordare che persino Romano Prodi, leader della vastissimo ensamble ulivista, nel 2006 la spuntò per un soffio.
Con Matteo Renzi, ovviamente, non ci sarebbe partita. Il Cav ha davanti uno che dal punto di vista della comunicazione è più bravo di lui, e il divario tra Pd e Forza Italia, certificato da tutti i sondaggi per difetto una ventina di punti, è chiaramente incolmabile. Anche perché di fatto, usando il linguaggio della finanza, il premier sta portando avanti un'opa sugli elettori di fede azzurra. Dunque perché questa lucida corsa verso la sua eutanasia politica?
«Ci sono 46 milioni di buone ragioni per spiegare come mai Silvio accetti di andare verso il suicidio programmato di Forza Italia», confessava il 12 novembre con malcelato sarcasmo un dirigente del suo partito.
L'allusione è al rosso di 46 milioni di euro registrato da Mediaset nei primi nove mesi dell'anno che, sulle pagine dei giornali, campeggiava con la stessa rilevanza della notizia secondo cui i principali manager del gruppo Fininvest, a cominciare dall'amico Fedele Confalonieri, premevano perché Berlusconi non rompesse l'intesa con l'attuale inquilino di Palazzo Chigi.
MARINA VUOLE CHIUDERE IL PARTITO. Di recente, in una delle tradizionali riunioni del lunedì ad Arcore, dove il Cav, attorniato dai figli e dagli uomini chiave del Biscione, fa il punto della situazione, la primogenita Marina aveva fatto un intervento lucidamente brutale. «Con Renzi», aveva detto la presidentessa di Mondadori, «i nostri titoli in Borsa hanno ripreso a correre. E noi, dovendo scegliere tra i destini di Forza Italia e quelli delle nostre aziende, non abbiamo dubbi: chiudiamo il partito».
Un pensiero che Berlusconi deve aver sicuramente fatto suo, altrimenti non si spiegherebbe la sua totale sudditanza a Renzi.
Qualcuno obietterà che il Cav ha fatto la voce grossa sulle soglie del premio di maggioranza e dello sbarramento, ma sono solo impuntature a uso e consumo dei suoi perché non lo accusino di aver calato le brache su tutta la linea.
Un'alzata di fumo che è servita a confondere anche il suo più irriducibile oppositore interno, Raffaele Fitto, che da mesi denuncia la totale inanità di Forza Italia di fronte all'avanzare del ciclone renziano.
Al notabile pugliese Berlusconi ha promesso una sorta di congresso per la prossima primavera che dovrebbe gettare le basi per una ricostruzione del centrodestra (con chi non è dato sapere).
Ma per la velocità con cui si muove il premier, la prossima primavera è lontana anni luce.
E il ritorno alle urne potrebbe aver già sancito l'irrilevanza politica di un partito nato dal nulla che solo vent'anni fa aveva trionfalmente conquistato la maggioranza degli italiani.

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