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POLITICA 13 Novembre Nov 2014 1200 13 novembre 2014

Renzi, 5 motivi per il voto anticipato

Le incertezze del Cav. L'attacco di Juncker. Il ko di Obama. La minoranza dem. E le dimissioni di Napolitano. Perché il premier deve andare alle urne nel 2015.

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Il premier Matteo Renzi.

In Italia le elezioni anticipate a primavera 2015 potrebbero essere molto più vicine di quanto sembri.
Ma non per gli scontri tra governo e sindacati, né per i diktat di minoranza interna al Pd, alleati e opposizione.
INFLUENZA DI UE E USA. Distratti dalle piazze calde e dalle trattative politiche sulla legge elettorale, in pochi, nei palazzi romani, hanno dato il giusto peso al guanto di sfida lanciato dal neopresidente della Commissione Ue ai leader di Italia e Inghilterra e ai risultati delle elezioni di midterm negli Stati Uniti. Eppure questi due eventi, collegati tra loro, rischiano di stravolgere l’assetto geopolitico internazionale, compreso quello dell'Europa e del nostro Paese.
CAMBIO GEOPOLITICO. Perché in questa matassa si intrecciano anche i destini del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, del Partito democratico e della destra capitanata dell'ex Cavaliere.
Ma per comprendere cosa stia veramente accadendo, bisogna rimettere in ordine i tasselli del puzzle. Partendo dall’Europa.

Juncker contro Renzi per scrollarsi di dosso i progressisti

Il neopresidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker.

La prima uscita ufficiale del nuovo presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker non è certo passata inosservata.
Diretto al premier ha scagliato un potente attacco: «Devo dire al mio caro amico Renzi che io non sono il presidente di una banda di burocrati. Quindi invito tutti i primi ministri a rispettare la mia istituzione perché non siamo meno legittimati rispetto ad altri».
POPOLARI IN DIFFICOLTÀ. Il lussemburghese sente il peso di un mandato non pieno, o comunque condizionato dal sì dei progressisti europei, senza il voto dei quali a Bruxelles si sarebbe creato uno stallo mai visto prima: le elezioni di maggio, infatti, hanno disegnato una mela spaccata quasi perfettamente a metà, con i popolari di Angela Merkel e soci ancora un pezzo avanti, ma non più autosufficienti, e il Pd, alleato e colonna portante del Partito socialista europeo, prima forza del Vecchio Continente e spalleggiatore del fronte anti-austerità guidato da Londra. Senza il benestare di Renzi, dunque, oggi Juncker non sarebbe dove si trova.
SOLDI PER LO SVILUPPO. Tanto che per ottenere il disco verde del presidente del Consiglio, il nuovo presidente della Commissione Ue ha dovuto giocare subito la carta dei 300 miliardi di euro da mettere in circolo nel sistema economico-finanziario dell'Europa nel corso del suo mandato. Cifra su cui il leader dem ha messo subito gli occhi per riavviare lo sviluppo, in combinato disposto con la flessibilità necessaria per riprendere la strada della crescita (trascinando pure l’Italia), caldeggiata anche da Londra.
L'UE MANTENGA LE PROMESSE. Del resto, è inutile girarci attorno: se non si risana la congiuntura internazionale, il nostro Paese resterà fermo al palo ancora per lunghi anni. E Renzi, che non si fida delle promesse, nei mesi che hanno preceduto l’entrata in carica di Juncker ha messo sapientemente le mani avanti, attaccando le burocrazie continentali per inchiodare il contraente principale del patto europeo (questo sì che conta, altro che quello del Nazareno) alle responsabilità assunte in estate.
Ma il presidente della Commissione Ue, ora che è nel pieno dei poteri, vuole liberarsi dalla morsa dei governi progressisti, per riprendere il coltello dalla parte del manico e fare il mazziere nella partita di poker europea.

Negli Usa i repubblicani puntano a conquistare Washington nel 2016

Il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi.

Dietro la volontà di Juncker c'è poi l'effetto delle elezioni di midterm con i repubblicani che hanno segnato un punto importante, prologo di una possibile vittoria alle presidenziali 2016.
Conquistando la maggioranza al Congresso, l’Elefantino ha, infatti, messo fine alla luna di miele con il leader della svolta, quel Barack Obama che doveva essere motore del cambiamento mondiale, ma che ora sembra diventato di colpo una palla al piede per i democratici Usa, sempre più intenzionati a schierare la pasionaria Hillary Clinton per frenare la corsa dell’ennesimo Bush della dinastia. Si tratta di George P., fresco vincitore delle elezioni in Texas, su cui i repubblicani di nonno George H.W. e zio George W., puntano per ritornare alla Casa Bianca.
SVOLTA PER I PRO MERKEL. Nel caso in cui i conservatori americani riconquistassero Washington, allora per gli epigoni europei la musica cambierebbe. Per i progressisti di Renzi (da sempre tifoso della Terza via blairiana, dunque clintoniano) in peggio, mentre per i Popolari di Frau Merkel e Juncker in meglio.
In virtù di questi fattori, ecco che il guanto di sfida lanciato dal presidente della commissione Ue assume tutt’altro valore.
IL CAV TIFA PER I BUSH. Ma anche in Italia qualcuno ne gioverebbe. Di sicuro Berlusconi, che alla famiglia Bush è legato da una solida amicizia ventennale. Non tanto per un suo ritorno in campo da vincitore (ormai l’età avanza e un sostituto sa che deve trovarlo), ma per lanciare nell’agone politico il successore, che a quel punto potrebbe essere davvero uno dei suoi figli. E avere le spalle coperte da un amico in America è una paracadute mica da poco.
PD, VOTO PER AVERE POTERE. Diventa dunque naturale che l’ex premier tiri il freno a mano con il giovane leader Dem: chiudergli la finestra di marzo, approvando la legge elettorale a febbraio, obbligherebbe Renzi a rimandare almeno di un anno le elezioni, ma a quel punto i giochi in Usa sarebbero praticamente fatti.
All’inverso, all'ex rottamatore converrebbe mettersi le spalle al sicuro da fuoco amico e nemico, conquistando una maggioranza tutta sua in parlamento prima delle presidenziali americane, in modo da tutelarsi anche in caso di affermazione dei repubblicani.

L'ex rottamatore punta a una nuova maggioranza

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Se l’inquilino di Palazzo Chigi uscisse rinvigorito (anzi, meno precario) dalle urne italiane, anche la sua leadership nel Pse sarebbe più stabile, aumentando la forza contrattuale con i conservatori europei e Juncker.
A quel punto avrebbe i numeri per spingere il presidente della commissione Ue a erogare, in tempi brevi, una prima tranche consistente di quei 300 miliardi di euro promessi a giugno. Perché prima entrano in circolo e più velocemente la crisi si sblocca.
RICHIO DI NUOVA CRISI. Se, invece, a Bruxelles andranno per le calende greche, allora il processo subirebbe un pericoloso rallentamento, con conseguente inasprimento della fase di recessione. E in uno scenario del genere, i soliti noti avrebbero un potere smisurato.
NAPOLITANO PREOCCUPATO. Di questo scenario, riferiscono fonti del Quirinale a Lettera43.it, Napolitano è seriamente preoccupato. Tanto da essere ancora tormentato nella scelta di lasciare il Colle a fine 2014 o proseguire almeno fino all'autunno 2015.
Cambiare il presidente della Repubblica adesso, significherebbe chiudere ogni possibilità di voto anticipato.
SERVE FIGURA NEUTRALE. A meno che non venga scelto un sostituto equidistante da conservatori e progressisti americani, con buoni rapporti europei e buone entrature nel cosmo eurasiatico. Eppure i tempi tecnici impedirebbero comunque di allestire le urne entro maggio. Ma a quel punto votare a primavera 2016 potrebbe non essere più conveniente. Né per Renzi, né per il Paese.

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