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LEGGI 14 Novembre Nov 2014 2226 14 novembre 2014

Italicum e Jobs act, Renzi chiude le trattative

Il premier ha fretta. E sul lavoro si avvicina l'intesa con Ncd.

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Matteo Renzi.

Non c'è tempo da perdere. Il giorno del suo insediamento a Palazzo Chigi, Matteo Renzi si è dato un calendario e intende rispettarlo. Jobs act e Italicum non possono aspettare, il Paese non può restare senza riforma del lavoro e della legge elettorale.
RENZI: «TRATTATIVE CHIUSE». E se sul lavoro non è semplice trovare il punto d'equilibrio tra il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano e la sinistra del Partito democratico, ancora più difficile sembra riuscire a far quadrare i due patti paralleli sull'Italicum (quello tra i partiti che sostengono il governo e quello del Nazareno).
Renzi comunque intende arrivare in tempi rapidi al voto in parlamento, su due testi sui quali, ha ammonito, le trattative sono chiuse.
IL PREMIER SCHIVA I FRENI. Come anticipato dallo stesso premier-segretario all'ultima direzione dem, ora i nodi stanno venendo al pettine. Le scadenze incombono e il presidente del Consiglio intende andare avanti respingendo o schivando i freni imposti dalla minoranza Pd e da Silvio Berlusconi. Freni che, ad esempio, il premier ha evitato anche all'ultima direzione Pd, dando il proprio placet a non votare - come richiesto dalla minoranza - la sua relazione.
Certo, ha ammesso il 14 novembre a La Stampa, la fatica, quasi l'insofferenza su certi riti non si attenua, sebbene la tentazione del voto per ora sia stata messa da parte.

Guerini: «Ascoltiamo anche chi non protesta»

Lorenzo Guerini.

Per il premier, non costituisce certo un freno quella piazza che sotto il segno della Cgil è tornata a ribollire. «La piazza si rispetta» ma «ascoltiamo anche le sigle sindacali che non ci stanno», ha spiegato il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini, facendosi quasi portavoce del pensiero del suo segretario - in volo verso il G20 di Brisbane - e ammettendo quasi di non capire la portata delle contestazioni di Cgil e Fiom.
IL PD SI RICOMPATTA. Contestazioni che, per ora, sul fronte della sinistra Pd sembrano superate. Alla manifestazione Fiom di Milano c'era anche Stefano Fassina, tra gli esponenti più intransigenti del dissenso democrat, ma è stato lo stesso ex viceministro dell'Economia a non sbilanciarsi sull'intesa trovata in commissione Lavoro sul Jobs act.
FASSINA: «ASPETTO GLI EMENDAMENTI». «Aspetto di leggere gli emendamenti, il governo ha ammesso che non si poteva votare la fiducia su una delega in bianco ed è già un traguardo», ha spiegato riflettendo quasi la prudenza degli altri big della sinistra - da Gianni Cuperlo a Pippo Civati - dopo l'intesa trovata il 13 novembre.
Intesa che, invece, ha visto Area riformista protagonista della trattativa. Quella stessa area che il 15 novembre, a Milano, alla presenza di Pier Luigi Bersani, intende certificare una posizione comune all'interno del mondo democrat.

Italicum, no ad altre negoziazioni

Il ministro dell'Interno, Angelino Alfano.

E se sul fronte Jobs act è stata la giornata del rientro della frattura con Ncd (lo stesso leader Alfano ha parlato di accordo in fase di conclusione) resta aperta, e destinata al dibattito parlamentare, la partita sulla legge elettorale.
Renzi ha escluso ogni tipo di ulteriore negoziazione parallela, assicurando che per lungo tempo non sono previsti vertici di maggioranza e dicendosi certo del passaggio del testo anche con l'astensione finale di Forza Italia.
DUBBI SUI CAPILISTA BLOCCATI. Il premio alla lista e la soglia del 3%, sebbene non inclusi nell'ultimo aggiornamento del Patto del Nazareno, non sembrano insomma messi in discussione - tra la soddisfazione di Ncd - mentre continua a destare qualche dubbio la blindatura dei circa 100 capilista.
È invece la minoranza Pd, da Francesco Boccia a Cuperlo, a manifestare più di una perplessità. Dubbi rimarcati anche da Vannino Chiti.
CHITI: «È UN ERRORE». «È un errore, il 60% degli eletti sarebbe nominato, non scelto dai cittadini», è il distinguo del senatore, tra i protagonisti del dissenso dem al Senato sul ddl riforme.
E anche sulla legge elettorale, a Palazzo Madama, si preannuncia bufera. Ma alla fine, è la convinzione di Renzi, anche quel testo è destinato a passare. Entro fine anno, proprio come il Jobs act a Montecitorio.

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