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SCENARIO 15 Novembre Nov 2014 1501 15 novembre 2014

Romania, ballottaggio Ponta-Johannis

Il Paese al voto. Il liberale Johannis punta sulla lotta alla corruzione. Il premier Ponta su misure anti-austerity. Ma se l'economia corre, la politica affanna.

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Klaus Johannis, sindaco di Sibiu.

Il socialista contro il tedesco. Il ballottaggio dal quale domenica 16 novembre uscirà il nuovo presidente della Romania vede di fronte un'articolata sfida politico-geografica. Il socialista è l'attuale capo del governo Victor Ponta, nonostante la sua giovane età (42 anni) un politico navigato e sgusciante, pragmatico fino all'opportunismo, espressione di una tradizione politica rumena non particolarmente limpida in tema di corruzione. Il tedesco è Klaus Johannis, 55 anni, liberale, sindaco di Sibiu, deliziosa città nel mezzo della Transilvania, fondata nel 1190 da coloni emigrati dalla Sassonia.
L'ENCLAVE TEDESCA. Capitale europea della cultura nel 2009, Sibiu mantiene anche un secondo nome tedesco, Hermannstadt. Dopo la caduta del regime di Ceausescu, qui affluirono molti finanziamenti pubblici e privati dalla Germania per risollevare le sorti di un'area in cui vive una nutrita minoranza di origine tedesca. A questa comunità appartiene lo sfidante di Ponta, che della sua teutonicità ha provato a fare un punto di forza della campagna elettorale: onestà, efficienza, legalità.
E così il tedesco è riuscito a contenere lo strapotere del premier favorito in tutti i sondaggi, impedendogli di conquistare al primo turno la maggioranza assoluta, mantenendosi a 10 punti di distanza (40% contro 30% il risultato del primo turno) e lasciandosi aperta una pur minima possibilità di rimonta.
PONTA CONTRO L'AUSTERITY. Ponta appare ancora sicuro del successo. Il controllo dell'apparato statale gli fornisce un solido vantaggio, in un Paese in cui i benefici vengono distribuiti da chi detiene il potere in buona parte con il sistema clientelare e le sue promesse elettorali sono di quelle che scaldano cuori e portafogli di elettori smarriti: revisione delle misure di austerità adottate nei mesi precedenti, aumento delle pensioni.
JOHANNIS IL MORALIZZATORE. Ma, negli ultimi giorni, il suo avversario è riuscito a spostare il cuore del dibattito sui temi della giustizia e della corruzione, elemento quest'ultimo almeno altrettanto sensibile rispetto a un allargamento dei cordoni della spesa. Scandali politici hanno coinvolto praticamente l'intero arco dei partiti rumeni ma, nei giorni della campagna elettorale, la Dna, l'agenzia anti-corruzione rumena, ha avviato procedimenti nei confronti di leader di primo piano del partito socialdemocratico, arrivando a coinvolgere anche il suocero del premier.
Così Johannis ha avuto gioco facile a spostare la bussola del confronto sulla giustizia e a giocare in positivo sulla sua origine tedesca, trasformandola nella pietra di paragone su cui i due candidati si stanno misurando. Il sindaco la sfrutta assicurando di voler rivoltare come un calzino i fondamenti giuridici della Romania, di voler trasformare il suo Paese in uno Stato normale, dove i corrotti vanno in galera e non vengono tollerati o perdonati (il riferimento è alla dichiarazione di Ponta di voler graziare un famoso calciatore rumeno condannato per corruzione).

I socialisti puntano sul nazionalismo

Il leader socialista rimeno Victor Ponta.

Di contro, l'entourage del premier ha provato a ribaltare l'immagine del tedesco senza macchia, pigiando sul pulsante del nazionalismo. Ponta ha riscoperto l'amor di patria e non ha perso occasione per sottolineare in ogni dibattito o comizio il suo orgoglio di esser rumeno e il pericolo che il suo sfidante sia il cavallo di Troia di interessi stranieri.
GLI ORTODOSSI SI SCHIERANO. In soccorso gli è venuta anche la chiesa ortodossa, istituzione di gran peso e influenza in Romania, preoccupata dell'eventuale successo del protestante Johannis.
Intanto, le ultime ore di competizione scivolano fra proteste e manifestazioni in molte città, specialmente a Ovest, dove più robusto è stato il sostegno al candidato di opposizione.
L'accusa mossa al governo è di aver appositamente organizzato in maniera approssimativa il primo turno di voto dei rumeni all'estero, impedendo di fatto l'esercizio del voto in ambasciata. Il centro delle manifestazioni è in Transilvania, a Cluj hanno sfilato 5 mila persone, proteste sono state segnalate anche a Timisoara e nella capitale Bucarest.
PAESE DIVISO. La geografia elettorale del primo turno ha mostrato un Paese diviso fra un Ovest favorevole ai programmi liberali di Johannis e un Est più sensibile alle proposte socialiste di Ponta. Uno schema che ricalca quello di molte altre nazioni dell'Europa centro-orientale.
Così come comune a molti altri Paesi europei è l'inadeguatezza della classe politica, la cui pessima fama offusca anche i segnali positivi che vengono invece dall'economia e che finiscono in secondo piano.
ECONOMIA IN RIPRESA DAL 2011. Poca evidenza è stata data, per esempio, alla notizia che l'economia romena è in ripresa ormai costantemente dal 2011. I dati più certi, riferiti al 2013 e forniti dalla Banca nazionale, certificano lo Stato di un Paese che si è lasciato alle spalle la crisi: il Prodotto interno lordo è stato di 625,6 miliardi di lei, ai prezzi correnti, pari a 141,5 miliardi di euro: in termini reali, la crescita rispetto al 2012 è stata del 3,5%. E anche i numeri relativi ai primi mesi del 2014 confermano una tendenza positiva.
RISPETTO DI MAASTRICHT. Cifre in nero anche per i conti pubblici. Nel 2013, il debito pubblico aveva raggiunto il 38,2% del Pil, mentre il deficit pubblico è stato di 15,77 miliardi di lei (3,57 miliardi di euro), pari al 2,52% del Pil: numeri solidamente all'interno dei parametri di Maastricht, un risultato che non possono vantare tanti paesi europei economicamente più forti. E il tasso di disoccupazione è contenuto attorno al 7,1%. In crescita la produzione industriale, così come gli investimenti diretti esteri e il settore turistico, in calo l'edilizia dopo il boom degli anni precedenti.
È dunque nel passo diverso fra economia e politica il problema che impedisce alla Romania di abbandonare gli ultimi posti della classifica europea. Finora però il risentimento dei cittadini si è espresso in rivolte di strada o in distacco dalla politica: i cambi di governo non hanno prodotto comportamenti politici diversi e il disincanto potrebbe, alla fine, prevalere anche questa volta.

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