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EDITORIALE 17 Novembre Nov 2014 1030 17 novembre 2014

La memoria corta del compagno Bersani su Renzi e Berlusconi

Attacca il patto del Nazareno perché pro Mediaset. Ma lui cosa fece contro il conflitto di interessi? La sua occasione l'ha avuta. E ora rischia di diventare patetico.

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Pier Luigi Bersani.

Uscire di scena non è facile per nessuno, ammettere che si è arrivati al capolinea o che comunque è finito un ciclo e, se l'età lo consente, ne potrà iniziare un altro, è cosa non comune.
Però qualche volta, anche se lo spirito pugnace tenderebbe a prevalere e lo spirito di rivalsa è in agguato, bisognerebbe fare un sforzo e convincersi che sì, almeno un giro sarebbe meglio star fermi.
Un pensiero da cui, evidentemente, Pier Luigi Bersani è lontano mille miglia. L'ex segretario del Partito democratico non si dà pace, si agita come non mai, gira il Paese a far comizi sul fatto che, dopo di lui, tutto è sbagliato, tutto è da rifare.
SE NE FACCIA UNA RAGIONE. Incapace di farsene una ragione, colui che alle ultime Politiche voleva smacchiare il giaguaro e ha finito correndo lui il rischio di essere smacchiato, non perde occasione per attaccare la nuova dirigenza del partito. Ma mentre Massimo D'Alema lo fa con interventi mirati dove il suo sarcasmo emerge come un'onda di piena per poi ritirarsi, quello di Bersani è un tarello continuo.
L'ultima uscita ha per bersaglio il patto del Nazareno, un accordo che ha favorito spudoratamente Mediaset. Da quando è stato siglato, il titolo del Biscione avrebbe iniziato una sfrenata corsa in barba al mercato che invece soffre i morsi della crisi.
Non è così, e persino Il Fatto quotidiano, che certo a Renzi non gliene fa passare una, glielo ha fatto notare. In realtà dal momento in cui Renzi ha messo piede a Palazzo Chigi in borsa Mediaset ha perso quasi un terzo del suo valore.
COL PATTO CI GUADAGNA RENZI. Ma al di là delle statistiche, sarebbe bastata anche una semplice riflessione politica per capire che l'intesa tra il Cav e l'ex sindaco di Firenze favorisce di gran lunga di più il secondo.
In modo plateale se, e lo vedremo nei prossimi giorni, Berlusconi accetterà una riforma elettorale in cui il premio di maggioranza toccherà alla lista e non alla coalizione. E proprio nel momento in cui nei sondaggi l'ensemble del centrodestra segue di un soffio lo schieramento opposto.
E IL CONFLITTO DI INTERESSI? Bersani poi, nella sua vis polemica, omette un particolare che non è certo di poco conto. Ovvero che il suo partito, quando ancora Renzi era di là da venire, si è guardato bene pur avendone la piena facoltà di promuovere quella legge sul conflitto di interessi che avrebbe impedito la discesa in campo del Cav.
Ha preferito invece agitare lo spauracchio del berlusconismo convinto di poterne ricavare un tornaconto elettorale. Errore fatale, come la storia ha inoppugnabilmente dimostrato.
RISCHIA DI DIVENTARE PATETICO. Da quando Renzi ha conquistato il Pd, l'ex segretario si è incarnato nel ruolo di mosca cocchiera e fedele garante dell'ortodossia di un partito che il buon Bersani, al par di altri che lo hanno preceduto, ha contribuito a ingessare.
Un ruolo che rischia di diventare patetico, oltre che palesemente inefficace.
Se Renzi cala nell'indice di gradimento è perché con la sua “annuncite” si fa male da solo, non certo per merito del lavoro ai fianchi dell'ex segretario. Che ha avuto la sua grande occasione quando Napolitano lo incaricò di formare il governo, e per insipienza l'ha sprecata.
A questo punto, magari un po' lunga e silente, converrebbe una sana pausa di riflessione.

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