MEDIO ORIENTE 18 Novembre Nov 2014 1430 18 novembre 2014

Palestina e l'identità smarrita di Hamas

Divisi tra Qatar e Iran. E insidiati dai gruppi jihadisti. Islamisti di Gaza in crisi. Ora i 5 morti a Gerusalemme. Che affossano il processo di pace. Foto.

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Gerusalemme brucia con Hamas verso la Terza intifada.
Ormai non ci credono più neanche i moderati di al Fatah a un governo di unità nazionale spendibile, in Consiglio di Sicurezza all'Onu, come passe-partout per essere riconosciuti Stato.
Due popoli, due Stati. Due Stati, due democrazie. Il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Mahmoud Abbas non rinuncia a portare, entro novembre, la richiesta tra le potenze con il diritto di veto, dopo il plebiscito dell'Assemblea, nel 2012, per la Palestina come Stato osservatore alle Nazioni unite. Anche la Svezia ormai considera i territori un Paese autonomo, svincolato da Israele.
HAMAS È SPACCATA. Ma i cinque morti nella sinagoga di Kehilat Yaakov, a Gerusalemme, rivendicati con orgoglio da Hamas, sono una pietra tombale sulle timide aperture di Stati Uniti e Gran Bretagna alle istanze di Abbas e contro le politiche espansionistiche di Israele.
Anello debole della lotta politica contro «l'occupazione sionista» della Samaria (Gerusalemme Est e la Cisgiordania) e contro le aggressioni di Gaza erano, e sono sempre di più, gli islamisti al potere nelle Striscia.
Un partito diviso, che attinge voti dalla disperazione popolare e che, nella deriva della Primavera araba, si è spaccato in due padroni: l'Iran finanziatore della resistenza contro Israele e il Qatar alleato della Fratellanza musulmana, della quale Hamas è una filiazione.
SPIRALE ESTREMISTA. Dopo l'ultima guerra di Gaza dell'estate 2014 - oltre 2.100 morti tra i palestinesi, un terzo dei quali bambini - il consenso di chi chiede un tributo di sangue israeliano è merce sempre più preziosa.
Nella Striscia Hamas è spinta ad alzare continuamente la posta dello scontro, per bloccare l'emorragia di voti verso i gruppi e i gruppuscoli jihadisti, potenzialmente sensibili al richiamo dell'Isis.
Una spirale che, nel momento meno opportuno, affossa il progetto politico della Palestina e che, nel momento di maggiore isolamento internazionale di Israele, va invece incontro ai grandi interessi di un futuro Stato ebraico.

La crisi blocca il nucleare all'Iran e lo Stato della Palestina

Gerusalemme: sangue all'interno della sinagoga, teatro dell'attentato (18 novembre 2014).

La crisi a Gerusalemme scoppia come una bomba a orologeria per deviare Stati Uniti e Gran Bretagna, oltre alla tentazione di incoraggiare il riconoscimento internazionale della Palestina, dall'accordo definitivo sul nucleare con l'Iran da firmare (o far saltare) entro la data, ormai imminente, del 24 novembre.
Discredita il governo unitario di riconciliazione tra Hamas e al Fatah (il partito di Yasser Arafat e dell'erede Abbas) e, last but not least, permette a Israele di riaprire la sua partita sui territori contesi della Capitale eterna: primo fra tutti, la parte del Monte del Tempio di Gerusalemme Est che per i musulmani - e per le Chiese cristiane - appartiene ormai alla Spianata delle Moschee.
TERRORE NELLA SINAGOGA. Con Hamas «felice per la vendetta eroica e rapida» dell'attentato alla sinagoga - gli attentatori hanno sparato all'impazzata, muniti anche di asce e coltelli, una mezz'ora di «terrore» e morte per gli ebrei in preghiera -, il premier israeliano Benjamin Netanyahu non può che promettere di «reagire duramente».
I feriti sono almeno sette, quattro dei quali in condizioni gravi. Due attentatori sono stati uccisi dalle forze dell'ordine, sul terzo «terrorista in fuga» è caccia all'uomo.
E, nel mondo, le condanne ad Hamas - che approva la reazione rivendicata dai marxisti del Fronte popolare contro la morte dell'autista Yusuf al-Rumani (per Israele suicida, per i famigliari ucciso da ultrà ebrei) - sono state unanimi: per il segretario di Stato americano John Kerry si è trattato di «un atto disumano».
GUERRA PER GERUSALEMME. L'attenzione mediatica si sposta dal via libera del governo israeliano alla costruzione illegale di oltre 1.000 case per coloni a Gerusalemme Est (anche per l'Unione europea e per gli Usa una grave violazione internazionale) alla risposta agli attentati terroristici di Hamas e di altri gruppi estremisti palestinesi.
Come sempre in passato, anche nella difesa Tel Aviv giocherà d'attacco. Tanto più che, nel 2015, Netanyahu punta alla rielezione, dunque spingerà l'acceleratore al massimo su Gerusalemme per accontentare la sua platea della destra sionista.
HAMAS COSÌ AIUTA ISRAELE. Una divisione tra Hamas e al Fatah, primo partito della Cisgiordania, aiuta Israele.
In occasione dei 20 anni dalla morte di Arafat, l'11 novembre 2004, nella Striscia sono state incendiate le auto e le sedi di al Fatah. Che, all'interno, si sta spaccando tra i vertici più collaborazionisti con Israele (Abbas in testa) e l'ala più radicale.
Nel partito di Arafat è guerra con Hamas, ma sono anche convinti che «Netanyahu sta intenzionalmente indebolendo Abbas e rafforzando Hamas» e «una resistenza violenta blocca una soluzione negoziale».

Divisa tra Qatar e Iraq: Hamas permeabile al terrorismo

I colloqui al Cairo sono arenati e, dall'estate, al Fatah e il mondo si chiede a che gioco stia giocando Hamas.
Abbas, nome di battaglia Abu Mazen, non ha mandato a monte il governo di unità nazionale sopravvissuto alla guerra, ma ha recriminato ad Hamas le responsabilità (negate) degli attacchi ad al Fatah e, in parte, anche dell'ultima guerra nella Striscia.
Margine protettivo, ha detto il presidente dell'Anp, è una brutale aggressione israeliana che, tuttavia, se Hamas avesse voluto, sarebbe potuta finire prima. Da allora, anche se la campagna militare è terminata, non c'è stata pace in Palestina.
ESCALATION DI ATTENTATI. Israele ha proseguito nei blitz e negli arresti in Cisgiordania, uccidendo altri giovani palestinesi «sospetti terroristi», anche a Gerusalemme Est. I palestinesi hanno risposto con un'escalation di attentati contro civili alle fermate degli autobus.
A loro volta, gli estremisti ebrei hanno rilanciato la conquista della Spianata delle Moschee e il ritorno del terzo Tempio di Gerusalemme. Fino alla morte sospetta di un conducente di autobus palestinese: per Hamas, non una coincidenza, ma la rappresaglia per i morti israeliani in strada.
Il percorso degli islamisti della Striscia ricalca la progressiva radicalizzazione dell'Islam sunnita, in corso nei Paesi delle rivolte arabe.
La cosiddetta Primavera del 2011 ha portato il vento dell'Isis. E, per non perdere la leadership Hamas, che nell'ultima guerra di Gaza ha ripreso e diffuso esecuzioni pubbliche come nello Stato islamico, pare diretta a mostrare il suo volto più duro.
QUELLA DELL'ISIS È UNA TRAPPOLA. I generali egiziani la accusano addirittura di chiudere un occhio, se non di collaborare, con i qaedisti di Ansar Beit al Maqdis del Sinai, che trafficano nei tunnel di Rafah verso Gaza e hanno giurato fedeltà all'Isis.
Da mesi anche Netanyahu, amico del regime del Cairo, va dicendo che «Hamas e l'Isis sono la stessa cosa». I capi di Hamas sono violenti, ma, da sempre, politicamente abili. Possibile che il Partito di islamisti nato con la Prima intifada (1987), per distruggere Israele, non si renda conto della trappola?
A Gerusalemme la posta in gioco si è alzata rispetto a Gaza e la risposta di Israele sarà ancora più dura. Una vittoria elettorale, a breve termine, per Hamas, equivarrà alla distruzione, a medio termine, della Palestina. Dopo il colpo dell'uccisione mirata, nel novembre 2012, del capo militare Ahmad al Jabari, nell'operazione israeliana Colonna di nuvole, Hamas però non è più la stessa.
IL PARTITO SEMPRE PIÙ DIVISO. Il partito è sempre più diviso tra i “moderati” vicini al Qatar, l'ex premier Ismail Haniyeh e il ledaer Khaled Meshaal inclini alla trattativa (e ai finanziamenti degli emiri), e gli “iraniani”, guidati dal capo delle brigate al Qassam, braccio armato di Hamas, Mohammed Deif.
A Teheran, l'ala dura dei Pasdaran preme per la resistenza a oltranza. Con la crisi di Gerusalemme la Guida Suprema Ali Khamenei ha chiamato il mondo ad armare Hamas, auspicando la distruzione di Israele. Sopra tutto, la minaccia di un contagio dell'Isis.
Solo al Fatah, utopisticamente, può proporre una «terza Intifada non violenta» di protesta.


Twitter @BarbaraCiolli

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