Susanna Camusso Segretario 141120185644
ANALISI 21 Novembre Nov 2014 0559 21 novembre 2014

Legge di stabilità, Renzi ha fatto una cosa di sinistra

Articolo 18 salvo. Taglio dell'Irap in busta paga. Stretta sulle spese dei ministeri. Ma non sulla sanità. La Cgil insorge. Ma la manovra pare ispirata dai sindacati.

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Anna Maria Furlan l’ha scelto come principale argomento per cancellare le ragioni di chi vuole portare l’Italia in piazza, il prossimo 12 dicembre, contro Matteo Renzi.
«La manovra», ha detto la segretaria della Cisl, «è una legge importante: 36 miliardi non sono pochi spiccioli ma investimenti davvero importanti. Il problema è che alcune cose sono positive, alcune vanno riscritte e altre proprio mancano».
SOLO LA CISL PROMUOVE LA MANOVRA. Positive quelle che «favoriscono occupazione e lavoro, decontribuzione, detassazione» e anche la «manovra sull'Irap, anche se bisognerebbe legarla maggiormente agli investimenti delle azione». Da bocciare, invece, «il Tfr in busta paga».

Radicali e riformisti dicono: «Il Jobs Act è ok»

Il presidente del Consiglio ripete che il sindacato è un freno allo sviluppo del Paese. La Cgil (e ora anche la Uil) replica che la politica economica del governo necessita di una correzione (in chiave sociale) perché non incide sulla crescita e genera povertà.
Chi assiste da spettatore a questa guerra però fa fatica a comprendere i termini concreti della questione e soprattutto non capisce perché si litighi su un Jobs Act, del quale si dicono soddisfatti sia il “radicale” Cesare Damiano sia il “riformista” Maurizio Sacconi.
Renato Brunetta ha sintetizzato la situazione parlando di «una fregatura sia per la destra sia per la sinistra». Vecchi leader sindacali come Savino Pezzotta riducono la vicenda a uno scontro prettamente politico, che ha più a che fare con il controllo del Pd che con i destini dei lavoratori.
RENZI VA INCONTRO ALLE RICHIESTE DELLA SINISTRA. Anche perché, a ben guardare, le misure prese dall’esecutivo non sembrano lontane dalle proposte lanciate negli ultimi anni dal fronte confederale.
Emblematico, in quest’ottica, il Jobs Act. Sul nodo centrale, l’applicazione dell’articolo 18, non ci sono grandi novità rispetto a quanto già previsto dalla legge Fornero: già l’economista torinese aveva di fatto facilitato l’uso della conciliazione nei procedimenti legati a licenziamenti economici per aumentare il numero dei risarcimenti a scapito di quello dei reintegri.
Ma per compensare il definito passaggio tra questi due istituti, Renzi e il ministro del Lavoro Giuliano Poletti hanno dovuto mettere in campo nuovi strumenti di welfare per convincere la sinistra Pd e lo stesso sindacato.
INDENNITÀ DI DISOCCUPAZIONE ANCHE PER I PRECARI. Innanzitutto c’è l’impegno a estendere anche ad alcune fasce di precari, assunti con forme di contratti atipici, l’indennità di disoccupazione (l’Aspi).
A essere puntigliosi le risorse messe a disposizione (circa 1,5 miliardi rispetto a oggi) potrebbero essere non sufficienti.
Il governo pensava di finanziare il nuovo sistema di ammortizzatori universali, girando su questo capitolo le risorse per la cassa integrazione ordinaria. Ma Damiano – con un emendamento in commissione Lavoro – ha salvato la Cig, per le aziende che riescono a dimostrare di avere un futuro produttivo.

Arriva la stretta su contratti a progetto e partite Iva

Il capolavoro in quest’ottica, però, è la razionalizzazione delle forme più flessibili contenute nella Pacchetto Treu e la riforma Biagi.
Per incentivare l’utilizzo del nuovo contratto unico a tutele crescenti (che tanto ricorda il contratto di lavoro unico lanciato negli anni scorsi dalla Cgil) Poletti ha promesso la fine di co.co.co e co.co.pro, oltre a una stretta sull’uso non idoneo delle partite Iva.
E tanto basterebbe per fare la gioia di chi in corso d’Italia ha da sempre definito la legge 30 foriera di precarietà o chi in Cisl e Uil ha messo al centro della sua agenda la “cattiva precarietà”.
UNA MANOVRA ISPIRATA DAI SINDACATI. A ben guardare la stessa Legge di stabilità per il 2015 sembra ispirata dai sindacati. Certo c’è un taglio di 150 milioni ai patronati (bracci economici del sindacato).
Ma, come ha spiegato Furlan, è difficile contrastare una manovra estremamente espansiva rispetto a quelle dell’ultimo quinquennio: i tagli alla spesa dei ministeri ammontano a meno di 2 miliardi, il budget della sanità non è stato toccato.
Anche il taglio del cuneo fiscale sembra tagliato sulle esigenze del sindacato: i 6,5 miliardi in meno di Irap saranno tutti spalmati sulla componente lavoro e concessi alle piccole come alle grandi aziende, che per la legge dei grandi numeri mantengono alti i livelli di occupazione.
E a pioggia saranno anche utilizzati gli incentivi per assumere con i contratti a tutele crescenti: verranno applicati sia nel caso di nuovi rapporti di lavoro sia alle stabilizzazioni.
CAMUSSO, LA PIAZZA PER 'PRENDERSI' IL PD. Sfiora poi il pauperismo, e la lotta alla povertà lanciata dalla Cgil, il bonus da 80 euro destinato ai redditi più bassi. Che, come hanno dimostrato i dati della Confcommercio, non ha riattivato la domanda, perché rivolto a persone che, se hanno qualche soldo in più in tasca, o lo risparmiano o ci pagano le bollette e i debiti pregressi.
Il 12 dicembre, quando la Cgil, la Uil e forse l’Ugl saranno in piazza, il Jobs Act sarà legge. Mentre la Stabilità, Bruxelles permettendo, sarà in dirittura d’arrivo. Ma questo non impedirà a Susanna Camusso di raggiungere i suoi obiettivi: il primo è avere peso contrattuale nella scrittura dei decreti attuativi del pacchetto lavoro, l’altro, più strategico, è far pesare la piazza nella guerra per il controllo del Pd e spingere Renzi a riconvocarla ai tavoli che contano.

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