POLITICA E MEDIA 21 Novembre Nov 2014 1100 21 novembre 2014

Renzi e i giornali: un amore finito?

In un editoriale Mauro bacchetta il premier. Anche Repubblica prende le distanze? Dopo la rottura col Corsera, fedeli a Matteo restano Stampa e Foglio.

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Scontri a Parma.

Si sa, la luna di miele tra il premier in carica e il Paese che governa ha sempre una data di scadenza. E il primo segnale arriva sempre con il posizionamento della grande stampa.
È una regola aurea. Una volta saliti al potere, ci si misura con la realtà.
E ogni storytelling, per quanto evocativo, sbatte il muso contro il Pil che frena, la disoccupazione che aumenta, lo scandalo di partito, le beghe tra correnti e la «cocciutaggine» dei sindacati pronti a scendere in piazza.
PIAZZA MATRIGNA. E così anche un presidente del Consiglio come Matteo Renzi, Mr 41%, è costretto a evitare le piazza e concludere le campagne elettorali per le Regionali in Emilia-Romagna e Calabria al chiuso. Dopo i mesi di selfie-mania e delle canzoncine dedicate, sono arrivate le uova.
E poco importa se Matteo promette di prepararci delle crêpe.

Quelli che prendono le distanze: La Repubblica

Per festeggiare al meglio i 90 anni di Eugenio Scalfari, lunedì 7 aprile al Teatro Argentina di Roma è stato organizzato un evento ad hoc chiamato 'Racconti di una vita' durante il quale il giornalista, scrittore e politico italiano ha anche presentato il suo nuovo libro 'Racconto autobiografico'. Oltre al direttore di Repubblica (quotidiano fondato dallo stesso Scalfari) Ezio Mauro e all'imprenditore Carlo De Benedetti (nella foto), presenti anche numerosi giornalisti e personaggi politici tra cui l'ex premier Enrico Letta, Walter Veltorni, Fabrizio Saccomanni e Lucia Annunziata.

L'aria, insomma, è cambiata. E così anche un quotidiano non certo gufo come La Repubblica si sbilancia con un editoriale non firmato per nulla tenero. Il titolo che non lascia spazio ai dubbi: «Parole sbagliate».
CADUTA DI STILE. «Un conflitto sull'articolo 18 è comprensibile», si legge sulla prima del giornale, «ed era anche prevedibile. Il linguaggio con cui il presidente del Consiglio tratta la Cgil è invece molto meno comprensibile».
È vero: Susanna Camusso non ci è andata leggera con il leader del Pd. Lo considera subalterno ai paròn, «un personaggio dell'Ottocento, abusivo a sinistra».
Ma il premier «mentre annuncia a parole rispetto per chi dissente, dileggia il sindacato, banalizza le ragioni della protesta, svaluta insieme con lo sciopero una storia legata alla conquista e alla difesa di diritti che, tutelando i più deboli, contribuiscono alla cifra complessiva della democrazia di cui tutti usufruiamo».
IL FORTINO DI SCALFARI. Una tirata d'orecchie che allinea Ezio Mauro alle posizioni critiche del fondatore di La Repubblica Eugenio Scalfari. Che a Renzi non ha mai lesinato critiche e affondi.
Un «pifferaio», lo aveva definito il 31 agosto 2014, che sta «indebolendo la democrazia» visto che «la sola vera conseguenza è il suo rafforzamento personale a discapito della democrazia la cui fragilità sta sfiorando il culmine senza che il cosiddetto popolo sovrano ne abbia alcuna percezione».
Scalfari, il Montanelli di Renzi, non ha mai stimato il sindaco di Firenze. «Il programma di Renzi è carta straccia», scriveva il 30 settembre 2010.
Due primarie dopo, il grande vecchio del giornalismo italiano ammetteva però: «Se scenderà in campo, Renzi conquisterà la segreteria del Pd, perché non ha veri avversari capaci di sbarrargli la strada».
PURE DE BENEDETTI FA MARCIA INDIETRO. Perfino l'editore Carlo De Benedetti si è dovuto ricredere: durante il 2012 aveva dato il suo sostegno a Pier Luigi Bersani e di Renzi diceva: «Non ci serve un Berlusconi di sinistra».
Ma l'avversione è durata poco. Un anno dopo, nel maggio 2013, affermava: «L'unico leader spendibile al momento è Renzi. È una persona nuova, pratica, che ha fatto il sindaco ed è giovane». Nel 2014 poi il presidente del gruppo L'Espresso aggiungeva: «Non è furbo, ma intelligente. Ho scoperto che è una spugna, ha una quantità di energia mai vista».
Ora con la gelata di Mauro forse si sta entrando in una nuova fase.

Quelli che sono sempre stati critici: Il Corriere

Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della Sera.

Il primo grande quotidiano ad aprire apertamente le ostilità con Matteo Renzi è stato il Corriere della Sera. Il suo direttore Ferruccio De Bortoli il 24 settembre ha scritto un editoriale al vetriolo: «Devo essere sincero: Renzi non mi convince. Non tanto per le idee e il coraggio: apprezzabili, specie in materia di lavoro. Quanto per come gestisce il potere. Se vorrà veramente cambiare verso a questo Paese dovrà guardarsi dal più temibile dei suoi nemici: se stesso. Una personalità egocentrica è irrinunciabile per un leader. Quella del presidente del Consiglio è ipertrofica. Ora, avendo un uomo solo al comando del Paese (e del principale partito), senza veri rivali, la cosa non è irrilevante».
«UN PARTITO PERSONALE». E poi rincarava la dose: «Le controfigure renziane abbondano anche nella nuova segreteria del Pd, quasi un partito personale, simile a quello del suo antico rivale, l’ex Cavaliere. E qui sorge l’interrogativo più spinoso. Il patto del Nazareno finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria. Auguriamo a Renzi di farcela e di correggere in corsa i propri errori. Non può fallire perché falliremmo anche noi».
LA PUBBLICITÀ PRO MATTEO. Non che il quotidiano di via Solferino fosse stato sempre tenero con il governo. Ma l'editoriale di De Bortoli ha rappresentato comunque uno spartiacque. Tanto che due settimane dopo il Corsera ha pubblicato una pagina a pagamento a sostegno del premier, firmata da esponenti dell'aristocrazia italiana, come Alessandra Ferrari de Grado, Federico Lalatta Costerbosa, Gerolamo Caccia Dominioni e Claudio Biscaretti di Ruffia. C'erano anche volti di spicco della finanza, come Alberto Milla (fondatore della banca Euromobiliare ai tempi di De Benedetti), Anna Cristina du Chene de Vere e Federico Schlesinger.
A onor del vero, il Corriere ospitò anche una pagina di sostenitori di Marcello Dell'Utri... insomma pecunia non olet.
IL CASO ALGEBRIS. La distanza con l'universo renziano, il quotidiano l'aveva segnata già il 18 ottobre 2012, sparando in prima pagina l'assetto societario del fondo Algebris del finanziere Davide Serra e la sede alle Cayman.
Dal canto suo Renzi non ha risparmiato le punzecchiature ai giornali. L'ultima il 16 settembre di quest'anno: «Abbiamo un gruppo di editorialisti che ci dicono che va tutto male, gli stessi che quando è arrivata la crisi ne hanno sottovalutato la portata. Sono gli stessi che hanno dato soluzioni che non hanno funzionato. E gli stessi che ora ci vogliono impedire di cambiare il Paese solo perché loro non ce l’hanno mai fatta». Che si riferisse anche agli economisti del Corsera Alesina e Giavazzi, critici della manovra renziana?

Quelli che il premier va appoggiato (con qualche ma): La Stampa

Massimo Gramellini.

La Stampa ha mantenuto finora invece un atteggiamento benevolo nei confronti del premier. Del resto l'asse tra Matteo Renzi e Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fca e azionista del giornale torinese, tiene.
Pure un critico come Luca Ricolfi ha aperto una linea di credito nei confronti dell'ex rottamatore riconoscendogli «coraggio ed energia» nel tentativo, «meritorio», di portare il Pd su «posizioni di sinistra liberale».
Renzi, scrisse il 16 settembre 2012, «prova a sfidare la maggioranza del suo partito, mentre nessuno degli altri lo aveva fatto finora».
L'INTERVISTA COI GOOGLE GLASS. Di tempo ne è passato ma il rapporto è rimasto sostanzialmente cordiale.
In aprile il direttore Mario Calabresi arrivò a intervistare il premier indossando i Google Glass. Un'ode al modernismo e al giornalismo 2.0.
Forse, per riportare in equilibrio la livella, Calabresi ha recentemente titolato così le prime tre lettere della sua rubrica: «Art. 18, i problemi sono ben altri»; «Art. 18, c'è chi parla senza conoscere»; «Il vero conservatore si chiama Renzi».
GRAMELLINI E IL «PASSO CARRAI». A marzo 2014, il vicedirettore Massimo Gramellini difese il premier nel suo Buongiorno con un editoriale intitolato «Passo Carrai».
Libero aveva rivelato che per poter votare a Firenze, dove correva per diventare sindaco, Renzi prese la residenza in centro storico il cui affitto era pagato dall'amico Marco Carrai.
«Chi non è ancora accecato dalle semplificazioni dovrà riconoscere che esiste qualche differenza tra un Formigoni che fa le vacanze a sbafo sullo yacht di un finanziere in affari con la Regione Lombardia da lui presieduta e il legame privilegiato che intercorre tra gli amici di una vita. Di tutte le forme di favoritismo, questa mi sembra, se non la migliore, per lo meno la più umana».
A conti fatti, la penna realmente dissidente resta quella della 'Jena' Riccardo Barenghi.

Quelli che sono renziani di ferro: Il Foglio

Il direttore de 'Il Foglio', Giuliano Ferrara.

A non avere cambiato linea è Il Foglio di Giuliano Ferrara. Con Claudio Cerasa ormai narratore ufficiale del renzismo. Invitato anche all'ultima cena di raccolta fondi per il partito, Cerasa ha seguito l'ascesa del sindaco di Firenze a palazzo Chigi. Mappando alleati, nemici, reti di potere.
LA DICHIARAZIONE DI FERRARA. Per non parlare del direttore Giuliano Ferrara. Che, pur criticandolo, lo ha sempre apprezzato. È sufficiente rileggere l'editoriale «L'erede». «Basta vederlo dall'antico Vespa», scriveva l'Elefantino; «Quello di Renzi di pianeta, è lo stesso del Cav (e non solo del Berlusconi delle origini)»; «Basta chiacchiere, è il momento del fare»; «Basta che si vada oltre i confini di destra e di sinistra».
E come Silvio, Matteo «sta suscitando, et pour cause, le stesse antipatie feroci e ideotipiche evocate come spettri del passato del Cav». Da qui il coming out: «Volete che un vecchio e intemerato berlusconiano pop, come me, non si innamori del boy scout della provvidenza e non trovi mesta l'aura di spregio che circonda il nuovo caro leader?».

Quelli che vorrei ma non posso: Il Giornale

Tenero con Matteo Renzi il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti. Talmente protettivo, lo ha accusato Marco Travaglio, «che Berlusconi rischia di diventare geloso».
La bussola va da sé è la tenuta del Patto del Nazareno. E l'umore di Berlusconi. Che, per ora, sembra voler rispettare gli accordi.
I VOTI DELL'AMICO B. «Solo uno sprovveduto può pensare che Renzi pensi di govenare fino al 2018 ostaggio da una parte di Alfano e dall'altra di una fetta del suo partito che non vede l'ora di restituire pan per focaccia», scriveva in febbraio il direttore del quotidiano di Via Negri. «Per operare sul campo gli serve altro, voti veri in parlamento che nessuno dei suoi padrini può dargli. L'amico Berlusconi i voti li ha eccome, e sono certo che in caso di necessità ne farà buon uso».
QUESTIONE DI RESPONSABILITÀ. Un amore che ha conosciuto qualche battuta d'arresto. Dopo gli scontri con il corteo Ast a Roma, Sallusti invitò timidamente il premier a prendersi «la responsabilità politica della gestione dell’ordine pubblico. Non ci provi neanche il governo a scaricare sulla polizia la colpa di incindenti con operai disoccupati». Mostrando i muscoli: «Se il renzismo deve ridursi a: pagate più tasse e ringraziatemi, perdete il lavoro e tacete altrimenti vi faccio menare in piazza, bè, allora non ci siamo e molti giudizi e posizioni vanno visti in gran fretta».
BELPIETRO VOCE CONTRO. Molto più critico invece il direttore di Libero Maurizio Belpietro. «Matteo Renzi alla fine si è rivelato più comunista dei comunisti», scriveva a giugno parlando della guerra interna al Pd. «Dopo il successo elettorale delle Europee pare che il premier non abbia intenzione di andare troppo per il sottile con la maggioranza interna e per raggiungere i risultatati sia disposto a usare anche le maniere forti».
Tuttavia, secondo Belpietro, Renzi deve stare attento «perché quello che sta accadendo nel suo partito ricorda (ovviamente con altri argomenti) ciò che accadde nel centrodestra qualche anno fa. Allora a guidare i dissidenti c'era Gianfranco Fini...».

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