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ANALISI 22 Novembre Nov 2014 0645 22 novembre 2014

Elezioni regionali: Emilia e Calabria, le grane di Renzi

L'ombra dell'astensionismo in Emilia. La forza della vecchia guardia in Calabria. Il suo Pd è favorito in entrambe. Ma il premier rischia di uscirne sconfitto.

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Domenica 23 novembre i cittadini dell’Emilia Romagna e della Calabria tornano alle urne per eleggere i loro nuovi presidenti di Regione e i relativi Consigli.
Nelle due competizioni i candidati con le maggiori chance di vittoria sono quelli del Partito democratico: Stefano Bonaccini sotto le due Torri e Mario Oliverio al Sud.
Apparentemente la situazione sembra perfetta per il nuovo Pd targato Matteo Renzi, che potrebbe mettere in bacheca altri due nuovi trofei da quando è segretario nazionale, dopo i successi in Sardegna e alle Europee.
Tutto liscio come l’olio, dunque? Niente affatto, perché molto spesso le apparenze ingannano, e anche in un Pd vincente i problemi da affrontare sono tanti, urgenti e di difficile soluzione.

Emilia Romagna: Bonaccini favorito, ma l'astensionismo fa paura

Stefano Bonaccini.

Il caos dell’Emilia Romagna è stato snocciolato in tutte le salse negli ultimi mesi. Dal clamore dell’inchiesta sulle «spese pazze» in Regione fino al ritiro del renziano Matteo Richetti dalle primarie dello scorso 28 settembre, caratterizzate da un pericoloso astensionismo, mai visto prima in una delle terre più rosse e partecipative d’Italia: appena 58 mila elettori, ovvero quasi un iscritto su tre.
E la paura che il popolo diserti ancora le urne sta terrorizzando i dirigenti locali alla vigilia del voto. Secondo le indicazioni che arrivano dagli esperti di sondaggi, alle urne potrebbe recarsi solo il 50% degli aventi diritto.
«LA GENTE È INCAZZATA? È IL MINIMO...». Questo non dovrebbe comunque impedire a Bonaccini di vincere, ma il risultato non sarà schiacciante come accaduto ai suoi predecessori, visto che alle sue spalle avanza la Lega di Matteo Salvini che potrebbe sovrastare la Forza Italia berlusconiana (il M5s è dato in calo netto).
A taccuini chiusi, diversi esponenti emiliani del Pd spiegano a Lettera43.it che questo rischio è concreto. Una deputata molto radicata sul territorio fotografa in maniera tranchant la situazione: «Abbiamo combinato solo casini negli ultimi mesi, se la gente è incazzata è il minimo».
«NON TUTTO IL PARTITO REMA NELLA STESSA DIREZIONE». Un collega più moderato, appartenente ad Area Riformista, invece, prova a fare il pompiere: «Ovunque si fanno errori, è umano farne anche nel Pd. Abbiamo vissuto un periodo di passaggio generazionale ed è normale che la macchina deve ancora fare il rodaggio».
Ma in area renziana la spiegazione non convince: «È dalle primarie 2012 che i compagni perdono consensi, mentre Matteo ne guadagna. Ma in Emilia Romagna non tutto il partito rema dalla stessa parte», lasciando intendere che per alcuni il Congresso nazionale non è ancora finito. Anzi.

Calabria: avanti Oliverio, l'oppositore di Renzi

Mario Oliverio, candidato del centrosinistra alle regionali in Calabria.

Questo problema non esiste, invece, in Calabria, dove il 23 novembre Oliverio avrà un Pd compatto e solido a sostenerlo.
Peccato, però, che non rispecchi affatto gli equilibri del Pd nazionale.
«MATTEO VINCERÀ PERDENDO». A Montecitorio, infatti, circola da qualche giorno una battuta che dà il senso di ciò che accadrà dalle parti di Cosenza: «In Calabria Renzi vincerà, perdendo…».
Oliverio infatti è esponente di una componente interna al partito in aperta opposizione al segretario nazionale. E nemmeno troppo morbida. Infatti, alle primarie il deputato di San Giovanni in Fiore ha letteralmente sbaragliato la concorrenza renziana, che aveva schierato il giovane sindaco di Pizzo Calabro, Gianluca Callipo.
«UN PREMIER DEBOLE AL SUD? È UN RISCHIO». Tornando al voto, in Calabria non si prevedono problemi di affluenza. Anzi.
E proprio qui sta l’inghippo, perché il fatto che la gente andrà in massa a votare Oliverio, è la prova provata che da quelle parti il concetto di “rottamazione” non è stato nemmeno preso in considerazione da popolo e militanti del Pd. «Ed essere deboli al Sud è un rischio per ogni leader lanciatissimo come lo è oggi Renzi», dice una vecchia volpe della politica oggi «felicemente in pensione, ma comunque impegnato».

La rottamazione incompiuta: la vecchia guardia conta ancora

Il premier Matteo Renzi.

Questi due fenomeni, Emilia Romagna e Calabria, sono però facce di una stessa medaglia. O meglio, sono frutto di un lavoro di cambiamento lasciato a metà (per ora) dal nuovo segretario nazionale, che l’8 dicembre 2013, pochi minuti dopo aver stravinto le sue primarie, annunciava dal palco dell’Obi-Hall di Firenze: «Questa non è la fine della sinistra. Questa è la fine di un gruppo dirigente della sinistra».
Eppure molti di loro sono ancora a giro, contano e addirittura rischiano di vincere.
Ma cosa si aspettava il popolo delle primarie dall’attuale presidente del Consiglio? Quali erano i primi passi da compiere una volta aperta la breccia del Nazareno? E cosa ha fatto, invece, il nuovo comandante da quando è al timone della nave dem?
L'OBIETTIVO DI UN PD MENO ROMANO-CENTRICO. Renzi voleva un Pd meno romano-centrico, dove le realtà locali contassero di più e aprissero il dialogo con la cittadinanza, per riallacciare un rapporto di fiducia che si era perso dalla fine dell'era Veltroni in poi.
Addirittura pensava di elargire più risorse ai circoli che alla sede centrale: una vera e propria rivoluzione. Per ora, però, nulla di tutto questo si è visto, complici anche l'abolizione scalare dei finanziamenti pubblici ai partiti e il fatto che Renzi è passato dalla stanza numero 20 dal secondo piano di Largo del Nazareno al piano nobile di Palazzo Chigi in un batter d'occhio.
IL CALO DEGLI ISCRITTI? COLPE DA DISTRIBUIRE. Il segretario-premier è attivo per 18 ore al giorno, e quando può si sdoppia, ma i nodi sono così tanti da sciogliere che servirebbe un clone. Il vice Lorenzo Guerini si danna l'anima per non far mancare la sua presenza, ma da solo può ben poco, sopratutto perché l'80% del suo tempo lo deve spendere ad ascoltare idee o lamentele delle varie anime dem.
Del calo degli iscritti, poi, si è già parlato ampiamente, ma le colpe non possono e non devono essere attribuite solo alla nuova gestione.

A livello territoriale non c'è stato rinnovamento

La sede del Pd in Largo del Nazareno a Roma.

Molto ha fatto, ad esempio, il mancato rinnovamento (anche generazionale in alcuni casi) a livello territoriale.
Nel senso che a Roma è arrivato un giovanotto di 39 anni promettendo di “cambiare verso” ai vecchi tabù della sinistra italiana, mentre il cittadino che vive un po' la passione politica si ritrova sempre e solo il vecchio, storico segretario di circolo (lo stesso da 20 anni) che di mollare la sua poltrona non ci pensa nemmeno per sbaglio.
MANCA LA PROGETTAZIONE POLITICA. Sul territorio, inoltre, manca anche un minimo di progettazione politica. Le federazioni locali, a parte qualche sporadica eccezione, ormai difficilmente lanciano campagne su temi di scottante attualità.
I circoli - questa è la lamentela che più spesso ascoltano i parlamentari quando tornano nei loro collegi di provenienza - «preferiscono farsi imboccare dal nazionale, piuttosto che lanciarsi in proprie iniziative».
E NEL 2015 CI SONO LE AMMINISTRATIVE. Un esempio sono gli incontri organizzati per promuovere la riforma della #BuonaScuola. A dare l'input fu proprio Renzi, durante una delle tante direzioni nazionali degli ultimi mesi: «Solo dopo l'appello del segretario, le sezioni si sono mosse, altrimenti manco quello...», raccontano diverse fonti a Lettera43.it.
Alla luce di tutti questi fattori, ecco perché i casi Emilia Romagna e Calabria, la prima in calo di elettori, la seconda totalmente slegata dal sentiment nazionale, sono le due facce di una stessa medaglia.
Senza contare le guerre nucleari che si prevedono anche in altre Regioni, in vista delle Amministrative 2015. Campania, Liguria, Toscana e Marche docet.

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