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NEGOZIATI 24 Novembre Nov 2014 0810 24 novembre 2014

Iran, l'accordo con il 5+1 sul nucleare resta un miraggio

Chiudere 8 mila centrifughe su 10.200? No, grazie: Teheran fa muro. E la deadline del 24 novembre salta. Tutto rimandato a dicembre. Una sconfitta per gli Usa.

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La deadline, sempre meno improrogabile, era il 24 novembre.
Se raggiunto, l’accordo sul nucleare tra l’Iran e l’Occidente sarebbe stato storico.
Ma il tema, altrimenti di punta, è passato di colpo in sordina, nella settimana infuocata dell’attentato a Gerusalemme, che non ha eufemisticamente agevolato i negoziati in corso.
A ragion di logica, le trattative avrebbero dovuto essere serrate. Dopo il flop dei colloqui di luglio, la scadenza era stata mandata in là di cinque mesi. E ora è arrivato un ulteriore rinvio: se ne riparla a dicembre.
Nulla di fatto, dunque. Dopo un’estate e un autunno nei quali i rappresentanti del Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina più Germania) si sono incontrati a Vienna con i delegati persiani, sviscerando tutti i nodi. Senza mai fare grandi progressi.
DIBATTITO IN «FASE CRITICA». Anzi, l’entusiasmo è stato man mano calante. La fiducia si è sempre più spenta. Il dibattito è stato descritto in «fase critica».
Costretto a smentire «ostacoli seri», il ministro iraniano Mohammad Javad Zarif aveva ribadito, con toni distensivi ma senza convincere, la «volontà» di Teheran a una «seria intesa».
Con l’escalation in Israele, la Guida suprema iraniana Ali Khamenei ha poi rinfocolato, nel momento meno opportuno, la contrapposizione tra blocchi. Chiamando tutti i musulmani a «distruggere il regime sionista», in difesa dei palestinesi.
URANIO, L'IRAN NON VUOLE DIKTAT. Certo le pressioni di Israele frenano l’accordo internazionale. Ma anche gli ultra conservatori iraniani, a presidio delle centrali atomiche, fanno muro contro muro.
Specie dopo il sostegno di Hamas (armata dai Pasdaran iraniani) agli attacchi contro gli ebrei, Stati Uniti e Gran Bretagna sono tornati prudenti.
E, al di là della questione israelo-palestinese, le contrapposizioni tra i due blocchi restano «significative» sul nodo mai sciolto: la drastica riduzione delle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. Un diktat che l’Iran non accetta.

Arricchimento diluito dell’uranio, ma no allo stop degli impianti

La Guida suprema iraniana Ali Khamenei.

La scadenza del 2014 cade a un anno dall’accordo provvisorio di Ginevra sull’atomo pacifico con Teheran.
Le sanzioni sono state allentate, l’Iran ha potuto respirare un po’. Soprattutto, inglesi e americani si sono mostrati possibilisti, come mai prima, nel concedere alla Repubblica islamica il diritto al «nucleare civile».
Il parlamento britannico ha anche votato, a stragrande maggioranza, il riconoscimento allo Stato della Palestina. E, negli Usa, Barack Obama insegue il disgelo con gli ayatollah da esibire, in sfida ai repubblicani, dopo la legalizzazione di massa di milioni di immigrati: la svolta di un’Amministrazione pallida e incerta, perché controcorrente, in politica estera.
CHIESTO IL BLOCCO DI 8 MILA CENTRIFUGHE. Il presidente americano ha persino scritto lettere riservate a Khamenei, irritando Israele. Ma, nonostante gli appelli dell’Onu alla «flessibilità», l’Iran non ha aperto allo stop di oltre 8 mila centrifughe (chiesto dal Gruppo 5+1), delle circa 10.200 in funzione.
Gli Usa vorrebbero limitare a 2 mila gli impianti iraniani per l’arricchimento dell’uranio.
Ma Teheran ritiene già una grande concessione - quale in effetti è stata - l’aver accettato, con il protocollo di sei mesi di Ginevra, di calare la soglia di arricchimento dell’uranio dal 20% al 5%.
L'IRAN PERÒ MIRA ALL'AUTOSUFFICIENZA. Un numero troppo basso di centrifughe, però, vanificherebbe gli sforzi per l’autosufficienza energetica, vincolando l’approvvigionamento di combustibile alla Russia e, dicono gli ayatollah, bloccando le attività mediche e scientifiche a beneficio della popolazione.
Altro scoglio è l’opposizione iraniana a neutralizzare o riconvertire, come preteso dagli occidentali, il reattore ad acqua pesante in costruzione ad Arak, che produrrà plutonio: un elemento pesante usato (vedi la bomba di Nagasaki), come l’uranio, per la fissione nucleare.
«CHIUSURA DI ARAK FUORI DISCUSSIONE». La «chiusura di Arak è fuori discussione», ha detto il vice ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Favorevole, come il Cremlino, a una proroga dei negoziati.
Divergenze rimangono inoltre anche sul sito sotterraneo di Fordow, incubatore di migliaia di centrifughe insieme con l’impianto di Natanz.
E la reticenza iraniana alle ispezioni incondizionate dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) alimenta il sospetto che gli ayatollah non dicano tutta la verità sul programma nucleare.
«ATTENZIONE ALLA COSIDDETTA LINEA ROSSA». Ma per Farzan Sabet, iraniano esperto di nucleare del Graduate institute di Ginevra, tutti in Iran, «dai detentori della sicurezza nazionale a quelli della politica estera - Guida suprema, presidente, parlamento, forze militari - concordano su una base comune per l'accordo e hanno piena intenzione di raggiungerlo. Il problema», spiega a Lettera43.it, è «non superare la cosiddetta linea rossa»

Negoziati verso la proroga: una sconfitta per gli Usa

Per l’Iran si tratta (anche) di orgoglio.
La Repubblica islamica rivendica il diritto - sacrosanto, nei Paesi appoggiati dagli Usa - alla sovranità e all'interesse nazionale sull’arricchimento dell’uranio. L'accordo non può essere il risultato di una svendita. Tanto meno di una resa alle pressioni occidentali.
Nell’ultimo anno, l’economia iraniana si è risollevata e Teheran ha potuto rialzare la testa. La ripresa però è stata possibile solo per la fine dell’isolamento internazionale, dopo l’accordo provvisorio firmato con il Gruppo 5 +1 a Ginevra.
IMPEGNI FIN QUI RISPETTATI. Gli impegni presi sulla diluizione dal 20% al 5% delle quote già arricchite di uranio sono stati rispettati. E l’Aiea di Vienna è entrata, come pattuito, nelle centrali.
Nonostante l’Iran abbia un gran bisogno di sbloccare le sanzioni bancarie internazionali, in un anno di dibattiti, le questioni pendenti sono rimaste insolute. «Per gli iraniani, il problema è che il Gruppo 5+1 chiede all'Iran di oltrepassare la sua linea rossa, in particolar modo sulla capacità di arricchire l'uranio. E insiste su queste posizioni», continua Sabet.
SCETTICISMO GENERALE. Dopo diversi faccia a faccia con Zarif, il segretario di Stato americano John Kerry è partito per l’Austria, «preoccupato per i gap esistenti».
Anche secondo il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, tra i governi più vicini a Israele, restano «importanti punti di contrasto» e l’omologo inglese Philip Hammond si è detto «non ottimista».
A Teheran, il portavoce del parlamento iraniano Ali Larijani ha accusato la controparte di «alzare i toni». E per Zarif «gli Stati Uniti e alcuni suoi alleati premono per limitazioni arbitrarie, che non hanno nulla a che fare con la potenziale produzione di una bomba atomica».
Il generale scetticismo è confermato dai negoziatori russi, secondo i quali, «con un’atmosfera così tesa, senza un nuovo spirito sarà molto difficile raggiungere un’intesa»
PROROGA A DICEMBRE. Sull’arricchimento dell’uranio, gli ayatollah non vogliono scendere a compromessi. Anche perché, sulla lotta all'Isis, gli Usa hanno bisogno dell'aiuto dell'Iran, soprattutto in Iraq.
E alla fine i negoziati «improrogabili» sono stati prorogati almeno fino a dicembre. E possono essere rimandati di sei mesi.
L’unico accordo possibile in vista è il tira e molla tattico dei colloqui iniziati durante la presidenza Khatami (1997-2005).
Nessuna svolta storica, ma per l'analista che, un anno fa, ha seguito il tavolo di Ginevra, «l'impasse in corso non è dovuta alla mancanza di desiderio della Repubblica islamica di raggiungere un accordo».
Insomma «bisogna estendere i colloqui», conclude Sabet, «ma un'intesa a lungo termine è ancora possibile».

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