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POLEMICA 26 Novembre Nov 2014 1648 26 novembre 2014

Jobs Act, Scalfarotto contro i dissidenti

Per il deputato Pd, Civati&co hanno la memoria corta. Laforgia: «Falso, nessuna retromarcia».

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Ivan Scalfarotto.

Il Jobs Act è stato approvato dalla Camera.
Un successo secondo il premier Matteo Renzi, che ha ringraziato chi lo ha sostenuto su Twitter evitando che si ricorresse al voto di fiducia.
In realtà le truppe democratiche sono apparsi tutt'altro che monolitiche.
Dei 307 membri del gruppo democratico, hanno votato in 250: i no sono stati solo due, quelli di Pippo Civati e Luca Pastorino. Mentre 33 erano assenti ingiustificati. Di questi, 29 hanno deciso di uscire dall'Aula «per lanciare un segnale al governo e al presidente del Consiglio, spiega a Lettera43.it Francesco Laforgia, deputato dem.
«Noi vogliamo tenere unito il Pd, è la nostra casa», sottolinea, «non abbiamo votato no per rispetto al lavoro della Commissione. Ma col nostro documento abbiamo voluto dare voce al disagio che arriva dalle piazze e dalle periferie».
Insomma, almeno per i 29, nessuno strappo. Né col partito né col governo.
IL POST DI SCALFAROTTO. A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato però Ivan Scalfarotto. Sul suo blog il sottosegretario alle Riforme si è tolto qualche sassolino dalla scarpa.
In un post intitolato Un minimo di memoria, ha rispolverato «il programma in tema di lavoro della mozione per Ignazio Marino segretario», del «lontano 2009». Tutto questo con l'intenzione di dimostrare che «Il Jobs Act non nasce dal nulla» e che «la sinistra riformista nel Pd - per quanto mal sopportata - è sempre esistita».
L'ACCUSA DI INCOERENZA. Scalfarotto se la prende con chi, a suo avviso, ha fatto una giravolta. «Oltre a me e a persone come Sandro Gozi, Paola Concia, Michele Meta, Rosa Calipari e Pietro Ichino», scrive il deputato Pd, «quella mozione era stata firmata anche da persone che oggi sono uscite dall’Aula (come Ileana Argentin e Francesco Laforgia) o hanno addirittura votato contro (come Pippo Civati) il Jobs Act. Però, così, vale la pena di ricordare. Tanto per tenere un minimo di memoria».
LA MOZIONE MARINO. Nella mozione che sosteneva l'attuale sindaco di Roma alla segreteria contro Pier Luigi Bersani si parlava di flessibilità, lotta alla «iniquità del mercato del lavoro»; «contratti a tempo indeterminato che consentano un rapporto continuativo e tendenzialmente stabile con il datore di lavoro; salario minimo e garanzie di reddito come protezione per chi perde il lavoro; formazione continua per aumentare il proprio bagaglio e il proprio valore professionale».
LAFORGIA: «NOI, ROTTAMATORI ANTE LITTERAM». «E dove sarebbe la contraddizione?», si chiede ironico Laforgia. «Noi sostenevamo che il partito, soprattutto su alcuni temi, dovesse rinnovarsi. Eravamo rottamatori ante litteram».
Uno degli obiettivi era arrivare al contratto unico a tutele crescenti, «che però doveva servire a ridurre il precariato». Il problema, secondo il piddino, è che la legge delega non fissa dei limiti temporali. «Anche noi abbiamo spinto per le tutele crescenti. Ma con una differenza: dopo tre, quattro ma anche cinque anni di prova, il lavoratore doveva essere pienamente garantito dall'articolo 18».
Con il Jobs Act le cose stanno diversamente. Il contratto unico a tutele crescenti «non ha un termine. Il neoassunto può essere licenziato in ogni momento della sua vita lavorativa». Per Laforgia, poi, essere entrati nella famiglia del socialismo europeo «comporta conseguenze politiche».

Laforgia: «C'è chi ha dimenticato le linee del Pd»

Laforgia non solo la memoria sostiene di averla, ma che a essere contradittorio - e smemorato - è chi dal giorno alla notte ha rinnegato le linee del Pd.
«C'erano molti disegni di legge in parlamento», ricorda il deputato, «come quello Damiano-Madia». O quello Boeri-Garibaldi, «che non solo prevedeva un periodo di prova a tutele crescenti ma ipotizzava la creazione da parte delle imprese di un fondo di garanzia al quale attingere risorse per gli ammortizzatori in caso di licenziamento».
CIVATI: «MANCA OGNI EQUILIBRIO». Civati è ancora più duro. «Non rispondo a Scalfarotto», dice, «ma agli elettori. Sono sempre stato per un contratto unico. Quell'impostazione prevedeva che dopo tre anni ci fossero ancora le tutele dell'articolo 18, quello vero e cioè prima della riforma Fornero».
La musica non cambia parlando della cosiddetta «flessibilità equilibrata». Non solo per Civati è «un'epressione datatissima», ma di equilibrio, nel Jobs Act, «proprio non se ne vede». Le risposte adeguate? «Reddito minimo garantito e contratto veramente unico».
Il deputato lombardo ricorda poi a Scalfarotto che nel testo di quella mozione «c'erano parole gravi sulle discriminazioni e chiare indicazioni sulle libertà personali. Temi che erano presenti anche nella mozione congressuale del 2013». E che sono scomparse nel Jobs Act renziano.
«DOV'ERA IL SUPERAMENTO DELL'ART 18?». Ad aver cambiato idea, quindi, secondo Civati è il segretario. «Nel suo scarno programma delle primarie», attacca, «Renzi non ha mai parlato di superamento dell'articolo 18».
«Come se fosse quello il vero problema», gli fa eco Laforgia. Che non dimentica l'altro tema caldo: le coperture. «Per questo», conclude Laforgia, «avevamo chiesto di posticipare il Jobs Act alla legge di Stabilità. Proprio per verificare le risorse effettive».

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