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ANALISI 27 Novembre Nov 2014 1605 27 novembre 2014

Nucleare Iran: l'accordo si farà

Obama ha bisogno di Teheran. Teheran dell'abrogazione delle sanzioni. E in gioco c'è la credibilità del Consiglio di sicurezza Onu.

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Il presidente Usa, Barack Obama.

La formula con cui si sono chiusi i battenti del negoziato tra Iran e il cosiddetto gruppo dei 5+1 (Francia, Inghilterra, Russia, Usa, Cina più la Germania) è stata ben congegnata per soddisfare tutte le parti: riconoscimento dei progressi compiuti nella comune volontà di cogliere l’obiettivo prefissato, necessità di mantenere il «momento corrente» per giungere a concretizzare l’accordo, fissazione di due nuove scadenze. Primo marzo 2015, per la definizione della piattaforma politica, e primo luglio per l’accordo finale, comprensivo degli allegati tecnici.
Chi nei giorni e nelle settimane scorse aveva dichiarato che questo negoziato era too big to fail aveva forse sottovalutato i risicati margini di manovra di cui disponevano, o che si erano autoimposti, i due principali interlocutori, Zarif e Kerry ergo Rohani e Obama.
MARGINI DI MANOVRA RISICATI. I primi per il timore di andare oltre la soglia suscettibile di portare al niet dell’ayatollah Khamenei, il vero decisore finale in Iran, sensibile alle componenti più radicali dello spettro politico del Paese. Laddove il bisogno di liberarsi della camicia di nesso delle sanzioni non poteva risultare sovraordinato al riconoscimento della sovranità e della sicurezza nazionale.
I secondi per non voler offrire appigli al Congresso, già ora poco aperto nei riguardi di Teheran, e ai gruppi di pressione (lobby ebraica in particolare) per un’accusa di condotta troppo arrendevole e arrischiata. Laddove l’esigenza di modalità capaci di escludere il potenziale ricorso all’arma nucleare poteva apparire indebolita dalla malcelata aspettativa (lettera di Obama a Khamenei) di una disponibilità iraniana a concorrere alla lotta all’Isis.
ASTICELLA COLLOCATA TROPPO IN ALTO. Risultato ne è stato che l’asticella del do ut des tra capacità di arricchimento, numero centrifughe, flessibilità del calendario di abbattimento delle sanzioni, eccetera, ha finito per essere collocata troppo in alto, spinta anche dall’aspettativa di riuscire a strappare all’ultimo minuto utile un brandello di vantaggio da esibire a fine partita.
E dalla difficoltà di trovare un equilibrio tra una fiducia in crescita, ma non abbastanza, e una sfiducia in decrescita, ma non abbastanza.
ISRAELE E ARABIA REMANO CONTRO. Su questo iato si è consumata anche la partita collaterale dei partner regionali, segnatamente di Israele e Arabia saudita, accomunate, per ragioni diverse, dalla sfiducia nella buona fede iraniana, inutilmente invocata in nome dell’anti-islamicità del ricorso all’arma nucleare.
Il premier israeliano Netanyahu ha cercato di interferire fino all’ultimo e lo ha fatto intervenendo pesantemente sulla platea mediatica internazionale (Bbc) per ammonire (gli Usa in particolare) a non compiere l’errore strategico di un accordo che non prevedesse l’annullamento di qualsivoglia capacità di arricchimento dell’uranio da parte iraniana, definita un sistema medievale, certamente proteso a dotarsi dell’arma nucleare.

Riad, nel profondo, sperava in un intoppo

New York: Hassan Rohani all'Onu (26 settembre 2014).

Meno vocale e più articolata la posizione di Riad che ha da tempo metabolizzato la prospettiva di un esito felice del negoziato. È giunta anche a valutarla positivamente nei limiti del suo esclusivo uso civile; ma nel profondo sperava in qualche intoppo dell’ultima ora o comunque in un rinvio suscettibile di continuare ad attrezzarsi con misure tattiche e strategiche mirate a controbilanciarne gli effetti sui più diversi versanti (geopolitici, economici e di sicurezza, anche in termini di deterrenza nucleare).
E vi ha lavorato fino all’ultimo anche il ministro degli Esteri saudita, Saud al Faisal, che ha voluto farsi vedere in loco, in colloquio anche con Kerry.
E ora che questa battuta d’arresto si è verificata? Stento a condividere le tesi più pessimistiche espresse sul seguito del negoziato.
LINEA DI FERMEZZA BIPARTISAN. Intanto perché il nuovo calendario è previsto che Teheran continui ad avvalersi del bonus di 700 milioni di dollari a valere sul regime sanzionatorio, segno che non si intende appesantirne i termini dopo che, come sottolineato anche da Kerry, si sarebbero fatti concreti passi avanti nella trattativa. Significativo anche il tempo relativamente breve concordato per raggiungere l’accordo “politico”.
Proprio il mancato accordo può costituire, neppure tanto paradossalmente, argomento per accreditare la consistenza della linea di fermezza e di intransigenza seguita nel corso della trattativa a difesa dei rispettivi interessi nazionali; sia per Obama nei riguardi del nuovo Congresso controllato dal Gop a partire da gennaio sia per Rohani che non a caso ha tenuto a porre in primo piano la graniticità con cui ha tenuto a salvaguardare i diritti sovrani dell’Iran.
RUSSIA E CINA IN CERCA DI GLORIA. Insomma, un potenziale credito da porre sul tavolo tra qualche tempo anche nei confronti dei membri del gruppo, Russia e Cina in particolare, che avrebbero preferito chiudere l’accordo e assumersene il maggior merito.
Restano poi il grande rilievo strategico che riveste per l’amministrazione americana la soluzione dello speciale caso iraniano, da un lato, e la nevralgica importanza che ha per Teheran, dall’altro, la levata delle sanzioni con il più corto calendario possibile: in termini economici e sociali per la vitale boccata d’ossigeno che ciò comporterebbe per il sistema produttivo e per una stremata popolazione, in termini politici perché di questo sbocco Rohani e la sua parte politica ha fatto una decisiva bandiera da portare all’incasso già nella prossima primavera.
I MERCATI ATTENDONO TEHERAN. Un aspetto spesso trascurato ma di rilievo non indifferente riguarda la crescente difficoltà di gestione del regime sanzionatorio a fronte, tra l’altro, della pressione dei mercati (compreso il nostro) che attendono con impazienza di riannoverare l’Iran tra i loro partner.
Consideriamo altresì che, nel nuovo corso, verosimilmente più aggressivo, che Obama intende dare alla lotta contro la minaccia globale dello Stato islamico, di cui le dimissioni del ministro della Difesa Hagel sono l’emblema più eloquente, il tassello della collaborazione dell’Iran non è affatto secondario.
Resta infine il fatto forse decisivo che questo rinvio è l’ultimo appello utile. Anche per la credibilità del Consiglio di sicurezza impegnato, con la Germania, in questa trattativa con l’Iran.

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