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ALL'ANGOLO 28 Novembre Nov 2014 1235 28 novembre 2014

Ignazio Marino, tutti i guai del sindaco di Roma

Partecipate in rosso. Screzi con i vigili urbani. Poteri forti e Pd capitolino contro. Marino è sempre più in crisi. Il Comune pieno di debiti. E gli italiani ripianano.

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Ignazio Marino, sindaco di Roma.

Il presidente del Pd, Matteo Orfini, lo ha paragonato nientemeno che a Mario Balotelli: «Deve imparare a disciplinare il suo talento per convincere davvero».
Non è dato sapere se Ignazio Marino abbia gradito o meno il paragone con Super Mario, che finora al Liverpool sta deludendo le aspettative e che è stato scaricato dal commissario tecnico della Nazionale, Antonio Conte.
Il primo cittadino di Roma si augura di non fare la fine dell’ex attaccante del Milan. La voglia di riconquistare la fiducia dei romani è grande anche se, passata la bufera del Panda-gate e ribadito che dimissioni ed elezioni anticipate non sono all’ordine del giorno, il sindaco-ciclista si prepara a percorrere una salita a tratti proibitiva.
LE 150 PARTECIPATE DI ROMA CAPITALE. Quello delle multe, «pagate anche se non dovevo», è un problema minimo se confrontato con gli altri che affliggono la Capitale: il trasporto pubblico che funziona a singhiozzo, i rifiuti che inondano le strade, le periferie diventate zone di guerriglia.
E poi ci sono i debiti del Comune, che costano 580 milioni l'anno ai contribuenti italiani e che continuano a lievitare, complice il numero delle partecipate che, dati alla mano, cozza contro il piano di razionalizzazione previsto dall’ormai ex commissario straordinario alla spending review Carlo Cottarelli.
Dai documenti consultabili sul sito del Comune risulta infatti come Roma Capitale abbia 150 fra partecipazioni dirette (come il 51% di Acea e il 100% di Ama e Atac) e indirette in altrettante società.
ATAC SALVA GRAZIE AL COMUNE. «Liberalizzazioni e dismissioni non sono un tabù: la mappa delle società partecipate del Comune di Roma fa impressione, e moltissime vanno semplicemente chiuse perché non hanno valore per il bene pubblico e per la nostra città», ha ammesso a marzo lo stesso Marino durante un’audizione alle commissioni Bilancio e Finanze della Camera.
Una delle società a versare nelle condizioni peggiori è Atac. Lo ha fatto notare Cottarelli ad agosto nel suo Programma di razionalizzazione delle partecipate locali, dove l’azienda del trasporto pubblico romano occupa il primo posto fra le 20 società con maggiori perdite nell’anno 2012, e lo ha ribadito la Cgil, che in un rapporto presentato alla fine di ottobre ha spiegato come dal 2011 a oggi i debiti di Atac siano aumentati dell’8% e gli utili scesi del 27%.
ANCHE PER AMA CONTI IN ROSSO. Solo il prestito-ponte concesso dal Comune dopo il pignoramento di 77 milioni di euro, frutto di un contenzioso con Roma Tpl (il consorzio di imprese che si è aggiudicato per nove anni il servizio di trasporto nelle zone periferiche e ultra-periferiche della città), ha momentaneamente salvato Atac. Che si trova comunque in buona compagnia.
Anche Ama, l’Azienda municipale ambiente, ha i conti in profondo rosso. Basta leggere le parole pronunciate a marzo dal presidente e amministratore delegato dell’azienda, Daniele Fortini: «Abbiamo un indebitamento di 650 milioni di euro e le esposizioni con i fornitori sono di una cifra superiore a 150 milioni».
E che dire di Fiera di Roma? A luglio l’amministratore unico, Mauro Mannocchi, ha parlato di «situazione tragica» visti i 175 milioni di debiti totali.

Vigili urbani sul piede di guerra dopo la rotazione degli incarichi

Agenti della polizia municipale di Roma, davanti al Colosseo.

Che l’amore fra la maggior parte dei 6.500 vigili urbani della Capitale e Ignazio Marino non sia mai sbocciato è cosa risaputa.
I caschi bianchi lo chiamano «il dottorino» e il loro non è certo un nomignolo affettuoso. La situazione era già precipitata a gennaio, quando circa 1.000 agenti erano scesi in piazza in occasione dello sciopero indetto dall’Ospol (l’Organizzazione sindacale delle polizie locali) per protestare contro il primo cittadino al grido di «servitori di Roma, non servi di Marino».
Mentre a giugno era toccato ai dipendenti comunali (oltre 62 mila tra Campidoglio e municipalizzate) manifestare contro il sindaco, reo di aver tagliato dai loro stipendi il cosiddetto salario “accessorio”, quella parte della retribuzione legata alla produttività ma diventata negli anni una parte fissa dello stipendio.
«TRATTATI COME DEI CORROTTI». A dare nuovamente fuoco alle polveri, oltre alla già denunciata carenza di organico che per le parti sociali non permette la gestione dei servizi di base, ci ha pensato la decisione del comandante generale dei vigili Raffaele Clemente di operare una rotazione degli incarichi per combattere possibili episodi di corruzione.
«Dopo una permanenza di cinque anni per i funzionari e sette per gli agenti nello stesso gruppo il personale sarà trasferito in un altro municipio», ha spiegato Clemente in un’intervista a Repubblica il 5 novembre: «Cominceremo a dicembre con i primi cento funzionari. In 22 mesi ne dovremo spostare 850. Non ritengo che vi siano particolari fragilità nel Corpo, ma è importante allentare i vincoli territoriali che si sono costruiti nel tempo».
Ovvia la contrarietà dei vigili, che l’11 novembre sono tornati a protestare attaccando il comandante: «Non siamo corrotti. Chieda scusa, ci ha offesi».
LE FRIZIONI CON IL COMANDANTE. Come Marino, anche l’ex capo della divisione anticrimine della polizia è inviso alla maggioranza dei caschi bianchi.
La sua nomina, a ottobre 2013, arrivò dopo la rinuncia di Oreste Liporace, il colonnello dei carabinieri scelto dal sindaco ma costretto a fare un passo indietro per la mancanza dei requisiti minimi richiesti dal regolamento della polizia municipale.
Uno dei tanti pasticciacci brutti fatti nell’ultimo anno e mezzo in Campidoglio. Fra ricorsi al Tar e proteste ora sembra essere arrivati al redde rationem. Il comandante pare intenzionato a non arretrare di un millimetro, gli agenti idem. Probabile una nuova manifestazione nelle prossime settimane.

Marino stretto fra poteri forti e oppositori interni

Francesco Gaetano Caltagirone.

C’è poi il capitolo dedicato ad amici e nemici del primo cittadino. Molti dei quali interni allo stesso Partito democratico.
Michela De Biase, presidente della commissione cultura del consiglio comunale capitolino e moglie del ministro Dario Franceschini, lo ha definito «il più grande gaffeur della storia».
Ma anche il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che già non aveva gradito i toni con cui a marzo Marino criticò la decisione dell’esecutivo di ritirare il decreto Salva-Roma dopo l’ostruzionismo del M5s («Sono pronto a bloccare la città», disse), sembra stia perdendo la pazienza.
Tanto che ora la strada per andare avanti senza intoppi dovrà necessariamente passare per un rimpasto totale della giunta da operare nel più breve tempo possibile.
IL SINDACO CONTRO CALTAGIRONE. Dalla sua Marino può contare su una sparuta schiera di alleati, da Sel alle associazioni ambientaliste fino a quelle che tutelano i diritti delle coppie omosessuali.
Contro, però, il sindaco ha uno degli uomini da sempre più potenti della Capitale, quel Francesco Gaetano Caltagirone che – complice un rapporto privilegiato con alcuni esponenti del Pd romano (e del centrodestra) – gli ha dichiarato guerra dopo il ridimensionamento subito a giugno di quest’anno nel Consiglio di amministrazione di Acea, di cui il costruttore detiene il 15,8%.
Non solo. Le cronache raccontano di un incontro avvenuto in Campidoglio pochi mesi dopo l’elezione del sindaco, in cui egli avrebbe detto a Caltagirone: «Lei ormai è vecchio, che ci fa con tutti quei soldi? Li dia alla città».
LO SCONTRO CON MANLIO CERRONI. Anche con il 're della monnezza', Manlio Cerroni, le cose non sono andate tanto meglio. Dopo la chiusura della discarica di Malagrotta, definita da Marino «una svolta per il rientro nella legalità del ciclo dei rifiuti e per la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini», il numero uno del Colari (il consorzio laziale rifiuti) ha querelato il primo cittadino che, ha spiegato, «persevera nella distorta e diffamatoria campagna stampa nei confronti della mia persona e delle aziende che rappresento».
Pure in questo caso i rapporti fra Cerroni e la politica (romana e nazionale, da destra a sinistra) sono noti. Non è un caso, dunque, che la voglia di rinnovamento abbia portato il «sindaco marziano» ad abbattere un altro sistema di potere a lui indigesto.
Quello delle multe, insomma, rischia di essere fumo negli occhi rispetto al resto dei guai della Capitale. Marino dovrà superare la salita senza cadere mai. Anche se il rischio è che qualcuno tornerà a minargli il terreno.

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