Forze Dell Esercito 141201135838
ESTERI 1 Dicembre Dic 2014 1512 01 dicembre 2014

Libia, perché la Nato deve tornare

Bacchetta Gentiloni. Accusa l'Alleanza di avere abbandonato i libici. E la invita a tornare per rispristinare la legalità. E fermare i raid. Parla l'ambasciatore Safar.

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A Est c'è il parlamento, eletto dal popolo ed esiliato a Tobruk, che ora manda caccia stranieri a bombardare anche i civili. A Ovest l'autoproclamato parlamento di Tripoli legittimato, dopo una stagione di sequestri, attentati e assalti ai luoghi del potere, dalla magistratura.
Troppe le armi in circolazione e le risorse da depredare, nella cosiddetta guerra tra laici e islamisti della Libia anarchica del post Gheddafi. L'ex generale Khalifa Haftar (a capo delle forze laiche di Tobruk e alleato con le brigate di Zintan) sostiene di guidare una grande «guerra contro il terrorismo».
Vicino ai militari del Cairo, l'amico-nemico di Muammar Gheddafi entrato nelle grazie della Cia per le brigate di Misurata alleate con gli islamisti è invece un golpista fallito che tenta la controrivoluzione, spacciandosi per eroe della patria.

La mappa delle città che si contendono la Libia.

«LA NATO DEVE TORNARE IN LIBIA». Sullo sfondo, il virus dello jihadismo si estende da Derna a Bengasi, attraverso l'Isis e sotto altre sigle Ma in Libia c'è anche la guerra all'ultimo sangue per le ricchezze del raìs. E, infine, il petrolio - molto - che tutti i libici, come l'Italia, vogliono tenere al sicuro dalle ingerenze straniere.
In carica da gennaio 2014, l'ambasciatore libico Ahmed Elmabrouk Safar ha accettato di parlare a lungo della crisi libica, nella sede diplomatica a Roma, rimasta neutrale.
«Il ritorno della Nato in Libia è un obbligo», dichiara a Lettera43.it, «se necessario, anche con i raid. La legalità internazionale deve essere ripristinata. I caccia di provenienza ignota si devono bloccare. Dopodiché, tutte le parti devono sedersi a un tavolo e accordarsi».
NO ALLE FORZE DI PEACEKEEPING. A fronte di una comunità internazionale che ha abbandonato la Libia, Roma «ha avuto un ruolo molto importante nel limitare il peggioramento della situazione». Ma «non sono necessarie» le forze a terra di peacekeeping, anche italiane, prospettate dalla Farnesina.
Safar parla della Libia come di un territorio dove la guerra interna tra tribù viene «utilizzata da forze più grandi», e dove si vuole trasferire la «battaglia finale, nel mondo arabo, tra laici e Fratelli musulmani». Chiedendosi alla fine: «Se l'obiettivo di Haftar è davvero la lotta all'Isis, perché le sue forze colpiscono Tripoli e Bengasi ma non il Califfato di Derna, dietro Tobruk?»

L'ambasciatore libico a Roma Ahmed Elmabrouk Safar.

DOMANDA. Cosa vive al momento la Libia, una transizione, una guerra civile, una guerra mai finita, scontri tra gruppi criminali o piuttosto, come si dice genericamente, una guerra tra milizie?
RISPOSTA. La risposta più semplice e veloce da dare è un misto di tutto ciò. Ma in realtà non è una risposta, perché talvolta la semplicità è molto pericolosa. Occorre specificare, trovare le cause e gli obiettivi e infine sanare tutti i danni di questi conflitti, per arrivare a una soluzione.
D. Come definirebbe più precisamente questo mix?
R. Uno stato post-dittatoriale, ingarbugliatosi secondo un conflitto armato e accompagnato da una lotta regionale, per la quale la condizione migliore è diventata trasferire la guerra all’interno del territorio libico. Il conflitto è una lotta anche tra diversi interessi, interni ed esterni. Se non si tiene conto di tutti questi aspetti, non si ha una reale visione del Paese.
D. Dove affonda le radici la situazione attuale?
R. Dopo la morte di Muammar Gheddafi la Libia si è trovata in una fase post-dittatoriale, senza però un apparato che potesse compiere la transizione. E senza neanche una cultura popolare che potesse appoggiarla. Le istituzioni statali erano molto deboli.
D. Cos'altro?
R. Un altro punto cardinale della fase post-dittatoriale è la divisione ampia delle armi. Dopo il conflitto, lo Stato non è più l’unico a detenerle. Questo rende tuttora difficile bloccare la violenza in Libia e spiega perché, di fatto, non abbiamo né un esercito, né un apparato di polizia.
D. Le armi si sono propagate tra le milizie di oltre 100 tribù.
R. Ma questi gruppi non hanno, come generalmente accade, una struttura piramidale. Sono allineati, il che li rende molto facili da influenzare politicamente e ideologicamente. A favore di altre forze più grandi, che li utilizzano per i loro comodi.
D. Allude a forze esterne?
R. Anche interne. La situazione economica libica è molto complicata, piena di ostacoli anche pericolosi. A causa del conflitto abbiamo delle attività economiche illegali, anche se basate principalmente sugli introiti petroliferi statali. Il fattore economico è uno dei principali motivi di conflitto nel Paese.
D. Accennava a diversi interessi.
R. Che soprattutto i potenziali economici e finanziari della Libia siano stati depredati da tutti, non è una cosa nuova. Le diverse forze sul campo se li sono presi o divisi. Qualche volta con accordi, nella maggior parte dei casi litigando per essi.
D. Dall’esterno chi preme?
R. La Primavera araba aveva portato speranze nuove, di libertà e democrazia, ma purtroppo la disillusione è stata più grande. Gruppi armati e politici hanno compromesso o oppresso le libertà sperate. Uno degli esempi più importanti è quanto successo in Egitto, che ha trasformato la guerra nel mondo arabo in un conflitto con da una parte i Fratelli musulmani, dall’altra i gruppi laici o, diciamo così, vicini all’esercito.
D. Cosa c’entra ora la Libia?
R. Tutti sembrano essersi messi d’accordo sulla Libia come luogo per la battaglia finale di un conflitto che era in più parti del mondo arabo: soprattutto in Egitto, ma anche in Tunisia, Arabia Saudita, Emirati arabi, Marocco, Giordania, Sudan o in Paesi più piccoli tipo Kuwait. A mio avviso, tanti libici, inclusi quelli che si combattono, non si rendono conto della situazione regionale. Cioè che si cerca il loro terreno per questa guerra.

Una casa vicino all'aeroporto di Mitiga, a Tripoli, bombardata dai raid di forze straniere. (Getty)

Il terrorismo in Libia? È un problema secondario

D. Perché la popolazione libica non comprende queste strumentalizzazioni?
R. La collocazione geografica della Libia, la sua situazione sociale, il conflitto citato anche sulle risorse locali e soprattutto i conflitti tribali e storici del Paese complicano ancora di più la situazione. Ma il non prendere in considerazione tutti questi elementi è un tentativo chiaro di nascondere la verità.
D. Come in Egitto, si parla ormai di una guerra tra laici e islamisti. Una guerra contro il terrorismo.
R. Quel che accade in Libia non è semplicemente una guerra tra laici e musulmani e neanche una lotta tra chi appoggia e chi è contro il terrorismo. In Libia, quello che viene definito terrorismo è secondario rispetto a una realtà più complessa, è come un’influenza provocata dall’Aids.
D. Haftar sostiene di battersi contro gli islamisti per riportare la Libia in mano all'esercito regolare. Ed è sempre più appoggiato dal presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi, incontrato più volte dal governo italiano.
R. In generale, tutti i politici guardano alla visione più semplice, la più facile da commercializzare, con la quale dialogare facilmente, senza tanti punti da discutere. Good guys, bad guys. Tornando alla metafora dell'Aids, Haftar è come l'aspirina contro l'influenza. Cura un aspetto secondario, facile da sconfiggere in pochi anni. Eppure viene pubblicizzato come la vittoria.
D. Che seguito ha l'ex generale di Muammar Gheddafi in Libia? E quanto conta ciò che lui chiama esercito regolare?
R. Haftar in Libia non ha le forze armate, un avanzamento sul terreno, né un vasto sostegno popolare per risolvere la questione. Anche perché l'avversario non è conglobato in un unico blocco piramidale, con il quale trattare. È lineare, ognuno va per la sua parte. La sua aspirina non cura la causa.
D. Quanto tempo occorre per curare l'Aids?
R. Come la Libia, l'Italia ha subito diversi conflitti interni. È arrivata all'unificazione, ma anche dopo, alla fine della Seconda guerra mondiale, ha dovuto ricostruirsi. Con lo sforzo, molto costoso e anche molto doloroso, di tutti. La situazione libica richiede il medesimo sforzo, solo che l'Italia aveva le istituzioni, noi no. Dunque, in Libia ci vuole del tempo per risolvere la situazione. Ma la politica che guarda all'aspirina non è capace di questa visione.
D. Meglio i raid - sferrati, pare, dall'Egitto con aerei degli Emirati arabi - come surrogato della Nato.
R. Questi aerei provenienti da una parte sconosciuta hanno peggiorato la situazione militare. Non dovrebbero essere tollerati e non devono continuare.
D. Ucciso Gheddafi, l'uscita della Nato dalla Libia è stata prematura in un Paese senza istituzioni?
R.
È stato un errore mortale. La comunità internazionale ci ha lasciato. Il ritorno della Nato in Libia è al momento un obbligo. Contro i raid si deve far valere la legalità internazionale. Se riusciamo a bloccarli, con lo sforzo in corso delle Nazioni Unite, possiamo arrivare a una soluzione più logica.

L'ambasciata degli Emirati arabi uniti a Tripoli, sede di un recente attentato. (Getty)

La comunità internazionale ha deluso il popolo libico

D. Con l'Ungheria, l'Italia è l'unico Paese dell'Ue ad aver mantenuto un'ambasciata a Tripoli.
R.
Rispetto agli altri Paesi, l'Italia ha tuttora posizioni più bilanciate verso la Libia. Tenere aperta la sede diplomatica rispecchia questa linea. L'ambasciata ungherese, e soprattutto quella italiana, hanno avuto un ruolo molto importante nel limitare il peggioramento della situazione in Libia. L'essere rimasti a Tripoli è un faro d'indicazione per tutta la comunità internazionale.
D. Era davvero il caso che tutti gli altri diplomatici andassero via e non tornassero?
R.
Quando si chiude un'ambasciata c'è sempre un messaggio politico, negativo in questo caso. Questo ovviamente non ha nulla a che fare con le ragioni di sicurezza, che impongono necessariamente all'ambasciatore di andare via, per evidenti ragioni umanitarie. Il messaggio politico però è quello.
D. La comunità internazionale che se ne va?
R.
Ha lasciato la Libia molto presto, deludendo le aspettative dei libici.
D. Sulla Libia l'Italia fa pressioni a Bruxelles, è nel suo interesse nazionale. Ma non ha, al momento, molta forza nell'Ue.
R.
Al di fuori della Libia, il quadro internazionale è pieno di elementi di complessità. Ci sono questioni europee interne, principalmente economiche ma anche di politica estera, per esempio verso l'Ucraina, l'Iraq e Gaza. La posizione americana poi è molto influenzata dalla politica interna. E, come ulteriore complicazione, ci si mette la situazione economica interna dell'Italia.
D. Quanto peserà tutto questo?
R. L'Italia poteva giocare un ruolo molto importante, perché ha grandi interessi. Ma credo che la situazione internazionale e interna ne limiti gli sforzi. Naturalmente, comprendiamo questa difficoltà.
D. Il nostro ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha detto che l'Italia è «in prima linea» per un intervento di peacekeeping dell'Onu. Una forza d'interposizione come in Libano sarebbe utile?
R.
Una zona cuscinetto per imporre la pace, fermando il conflitto, può essere creata anche senza forze di peacekeeping. Basta che la comunità internazionale prenda una posizione unificata sulla Libia.
D. Quale posizione?
R. Schierandosi contro i raid aerei che hanno colpito a popolazione civile e a favore della legalità internazionale.
D. Nel concreto?
R. Minacciando di usare la forza, se necessario. O impiegando anche aerei e mezzi della Nato per fermare, con decisioni e azioni pratiche, chi possa violare le regole internazionali. Sul terreno, le conseguenze sarebbero molto rapide. La nebbia che vediamo in Libia è dovuta soprattutto alla nebbia della posizione internazionale.

Le forze dell'esercito regolare libico, durante una parata a Tripoli. (Getty)

L'unica soluzione possibile è un accordo tra le parti

D. Al momento, in Libia si dichiarano legittimi due parlamenti e due governi. Uno, a Tobruk, votato a giugno dal 18% della popolazione. L'altro asceso al potere con la forza a Tripoli, poi legittimato dalla Corte suprema.
R. Per quel che riguarda Tobruk, il parlamento è stato eletto legittimamente, al di là della scarsa affluenza, direttamente dal popolo. Questa legalità è stata poi sempre sfidata dalle forze sul campo. E le esperienze che abbiamo visto nel mondo ci hanno ribadito che l'elezione, da sola, non garantisce la legalità. La cosa più importante è ciò che tu fai con questa delega ricevuta dal popolo.
D. Il Congresso nazionale e i ministeri occupati a Tripoli invece?
R. Nella capitale, l'altra parte ha acquisito la legalità imponendosi sul terreno, in assenza ovviamente di qualsiasi azione democratica, anche se poi la decisione del tribunale di Tripoli ha dato un aspetto di legittimità giuridica a questa legalità, diciamo acquisita.
D. Anche in Egitto i generali hanno, per così dire, acquisito la legalità con un golpe. Riconosciuta però, in questo caso, anche dalla comunità internazionale.
R. La differenza è che, in Egitto, l'esercito è l'unico ad avere le armi. Ciò che è avvenuto lo si è realizzato con l'uso della forza di una parte, cioè l'esercito egiziano, contro un'altra non bene armata. In Libia, non c'è una parte che può avere quella forza.
D. Sempre concretamente, come si regolano le ambasciate libiche con un doppio governo in corso?
R. Alcune sedi e alcune missioni diplomatiche hanno deciso di allinearsi al fianco di una parte contro l'altra, scordandosi di rappresentare il popolo libico e l'interesse comune della popolazione. Ma così si complicherebbe ancora il quadro. Noi, come istituzione, abbiamo mantenuto una posizione neutra.
D. L'obiettivo è di mediare?
R. La situazione non può andare avanti così, è molto chiaro. È necessario che ogni parte abbandoni la sua posizione di unico detentore della legalità. Altrimenti il Paese è diviso in due parti, una situazione di perdita per tutti.
D. Qual è l'alternativa alla scissione?
R. Ritornare a un accordo comune - complesso e completo - concordato tra tutte le parti, è l'unica soluzione possibile. Come sarà poi risolta la crisi non ha importanza, quel che conta è il principio: sedersi tutti attorno a un tavolo per la stabilità del Paese. Se ciò accadrà, i risultati saranno immediati.
D. Le divisioni tra schieramenti, tra l'altro, non riguardano solo Tobruk e Tripoli. C'è Derna, dove l'Isis ha proclamato il Califfato. Bengasi, in mano ai fondamentalisti islamici di Ansar al Sharia, che avrebbero giurato fedeltà all'Isis. È vero?
R. Cadiamo sempre nella semplificazione di chi sta con chi. In realtà, occorre distinguere. In Libia c'è una parte che ha un'ideologia estremista: la proclama, fa proselitismo e nient'altro. Alcuni vi aderiscono, per diversi motivi. Perché sono consanguinei, della stressa tribù. Per motivi umanitari e anche perché credono in questa ideologia.
D. E poi?
R. Poi c'è un altro estremismo con le stesse posizioni, che però fa anche attività fuori dalla legge, cioè terrorismo. Anche questi estremisti trovano appoggio, perché compiono azioni contro un nemico comune. Un nemico che può essere estremista o non estremista. E che può, anche lui, compiere azioni fuori dalla legge, per ragioni politiche, economiche o sociali.
D. Quanto si può realmente estendere l'Isis in Libia?
R. Se prendiamo in considerazione i terroristi del Daesh (nome arabo dell'Isis, ndr) o anche quelli che vengono chiamati Ansar al Sharia, Derna è la città più colpita e dista meno di 200 chilometri da Tobruk, è alle sue spalle. Ma Haftar, che ha le sue forze a Bengasi e anche nelle zone limitrofe a Tripoli, la tralascia. Non è una minaccia.

Combattenti di Alba libica, le brigate della coalizione tra Misurata e islamisti. (Getty)

Bisogna slegare il conflitto libico dalla guerra anti-Isis

D. Eppure sarebbe facile bombardare Derna, anche con i raid “ignoti” dall'esterno.
R.
Se la fonte di questi estremisti è Derna, doveva essere il primo obiettivo a essere fatto fuori. In realtà, da qualche tempo in Libia c'è un conflitto politico che utilizza la carta del terrorismo, ovviamente la stessa carta dell'attuale regime egiziano contro i Fratelli musulmani.
D. La radicalizzazione è tuttavia reale. In Iraq e in Siria, la Turchia schierata con i Fratelli musulmani è accusata di finanziare l'Isis. Ciò che non è ancora Isis potrebbe diventarlo?
R. Il tentativo di trasformare la deriva libica in un conflitto contro il terrorismo, di inglobarla in una guerra della coalizione anti-Isis peggiorerà la situazione, anziché risolverla. Soprattutto perché ci sono dei simpatizzanti che non hanno le idee dell'estremismo. Ma si uniscono solo per conoscenza, per amicizia, per tribù.
D. Lo abbiamo visto in Siria. Molti ragazzi di famiglie normali diventano jihadisti per infatuazione. Altri invece sono pagati con molti soldi.
R. È vero. Volendo in questo caso semplificare, per quanto le semplificazioni siano pericolose, nel mondo arabo la questione di base è sia culturale sia economica. Chi comanda cerca di sfruttare questa situazione, tirando acqua al suo mulino. Ciò è fervido nel mondo arabo, perché le libertà sono molto limitate.
D. Terrorismo e interessi economici sono legati a doppio filo in Libia, innanzitutto per il petrolio. Che succede se, come lei teme, la Libia diventerà il teatro di una battaglia finale?
R.
Se il conflitto tocca questo punto vitale per la Libia (petrolio e gas), allora veramente tutto il mondo ci avrà lasciati soli.
D. Finora l'Eni sostiene di non avere problemi con le forniture, perché è nell'interesse di tutti i gruppi libici in guerra continuare a vendere petrolio all'Italia.
R. Questo è vero. Sulla produzione petrolifera dell'Eni, che rappresenta una parte importante di quella libica, quasi oltre 250 mila barili al giorno, c'è un accordo non dichiarato tra le parti che, se tocchiamo questo nervo vitale, perdiamo tutti. Questo può essere un punto di avviamento e proseguimento del dialogo.
D. C'è una mediazione in corso?
R. Lo ribadiamo come ambasciata a Roma e lo ribadisce l'ambasciatore italiano a Tripoli Giuseppe Buccino. In un conflitto come quello libico, una posizione neutrale è bene accetta. Ci permette di mandare messaggi concreti e logici a tutte le parti. Le quali, dato che la fonte è considerata neutrale, concedono un certo margine di accettazione, di rispetto della proposta.
D. Il dialogo può salvare il salvabile, mentre le bombe alimentano la reazione.
R.
Non solo le bombe. La guerra che vediamo è una guerra di armi, servizi segreti, mezzi d'informazione. Ed è anche una guerra di cervelli e di cuori. Chi riesce a convincere i cervelli e i cuori, vincerà questa guerra.
D. Abbiamo visto che la crisi libica è molto complessa. Ma, alla fine, non era risolta neanche con la morte di Gheddafi. Lei ora è ottimista?
R.
Sempre. So che siamo sul cammino giusto, per il futuro della Libia e per i libici. Tutti insieme. Mille miglia partono sempre da un passo e il punto più importante è che, quel passo, lo abbia deciso il popolo libico. Abbiamo anche fatto diversi passi, prima di cadere in questa crisi che riusciremo a superare in uno, cinque, 10, 20 o - è possibile - anche 30 anni. L'importante è aver iniziato a camminare.

Twitter @BarbaraCiolli

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