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EDITORIALE 1 Dicembre Dic 2014 1042 01 dicembre 2014

Perché Matteo Salvini è un leader vincente

L'unico capace di capire le paure del Paese. E di far uscire la Lega dal separatismo.

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Matteo Salvini della Lega Nord.

Va molto di moda l'altro Matteo.
Secondo il termometro sempre puntuale del sondaggista principe Nando Pagnoncelli, piace a un italiano su tre. E si capisce anche perché.
Nella contemporanea eclissi di Beppe Grillo e Silvio Berlusconi, Salvini pesca a mani basse nel loro bacino elettorale.
Prove tecniche di quel che potrebbe essere una imponente avanzata nazionale si sono avute con le elezioni in Emilia Romagna, da cui è uscito sicuro e unico vincitore.
Il Cav, con incauto entusiasmo, lo ha persino incoronato a goleador del centrodestra, fatto salvo una precipitosa marcia indietro quando i suoi hanno storto la bocca.
Ma in fondo l'ex premier aveva ragione.
LA LEGA SA FAR LEVA SULLE PAURE DEGLI ITALIANI. Salvini è giovane e a suo modo moderno, l'uomo di Arcore alla vigilia dei suoi ottant'anni parla di dentiere e cataratte ai pensionati, e quella che fu una straordinaria verve comunicativa è pressoché scomparsa, almeno a guardare i pochi intimi che sabato 29 novembre a Milano ne hanno salutato l'ennesima ridiscesa in campo.
A differenza di Silvio, che deve fare i conti con un'agguerrita e numerosa fronda interna, il signore delle felpe non ha rivali. Flavio Tosi, il sindaco di Verona, ha un progetto politico che non scalda gli animi. Sa di autoreferenzialità, di tavolino, ed è troppo moderato per fare breccia su un elettorato cui bisogna parlare con toni forti.
Salvini invece ha capito una verità triste ma ineludibile, ovvero che di questi tempi il consenso lo aggreghi facendo leva sulle paure della gente.
Il leader della Lega come nessuno prima di lui sa dare corpo agli spettri che aleggiano nelle periferie urbane, nei quartieri-ghetto dove sono gli immigrati a dettare legge, allo smarrimento del ceto medio impoverito che si dibatte nel tunnel senza uscita della crisi.
La paura è un sentimento per lo più irrazionale, ma non c'è cosa più sbagliata che bollarlo come reazionario. La sinistra che lo crede tale, magari brandendo le insegne di un ecumenico terzomondismo, sbaglia di grosso.
SENZA L'IDEA PROGRESSISTA DEL MONDO VINCONO I NAZIONALISMI. Viviamo un epoca in cui la classe politica, ahinoi, deve più farsi carico più delle paure della gente che non della costruzione del futuro. Il nazionalismo, lo spirito autarchico, rinascono quando non c'è più un'idea progressista del mondo che possa fare da collante. E soprattutto indicare una prospettiva.
Salvini vince perché a questi spettri è riuscito a dare un volto ben preciso, incarnandoli nell'Europa dei burocrati e della moneta unica, ovvero quel monolite che implacabilmente erode la sovranità delle nazioni, e con essa i loro principi identitari. Se lo facesse arricchendo il suo popolo nessuno avrebbe niente da ridire, specie in Italia dove lo scambio tra benessere economico e radici culturali si è già consumato a cavallo degli anni Sessanta.
Ma siccome questa Europa impoverisce le persone, pesca a piene mani nelle loro tasche in nome di una pur sacrosanta disciplina di bilancio da rispettare, così facendo compatta il fronte di chi vuole liberarsi dai suoi lacci.
L'UNICO CHE PUÒ INSIDIARE RENZI. A differenza di Bossi, che agitava l'arma spuntata del separatismo, Salvini ha prestato molta attenzione a costruire un asse antieuropeista transnazionale dove far confluire non in posizione gregaria (lo si è visto di recente al congresso dei lepenisti a Lione) il suo movimento.
L'uomo è un fattuale, un cultore di microstorie, un agitatore intelligente che si insinua nelle contraddizioni del globalismo in nome delle istanze del territorio.
Tutto questo innervato da una comunicazione 2.0 che non ha nulla da invidiare ai suoi antagonisti, come Renzi e Grillo, anch'essi cultori della Rete.
Se fossimo nell'altro Matteo, ci staremmo molto attenti.

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