Matteo Renzi 141202101729
EDITORIALE 2 Dicembre Dic 2014 1035 02 dicembre 2014

Renzi impantanato nel Vietnam parlamentare

Fiducia in ribasso. Governo ostaggio degli alleati. E riforme al palo. I guai dei premier.

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Il premier Matteo Renzi.

Cala l'indice di gradimento, gira al ribasso il vento di quella che sembrava, questa sì, una gioiosa macchina da guerra, tanto che scricchiola persino quel patto del Nazareno che teneva Silvio Berlusconi agganciato al suo rimorchio.
Per la prima volta dopo la marcia trionfale delle Europee, Matteo Renzi sembra un motore imballato che, pur andando a mille, muove a rilento.
RENZI IN DIFFICOLTÀ. L'uomo ha ancora energia da vendere, spavalderia in gran quantità, e una buona dose di fattore C che non lo abbandona. Gli verrà in aiuto, come non bastasse l'allegra anarchia di Forza Italia, anche la prevedibile diaspora grillina che seguirà alle inconsulte mosse del capo «stanchino».
Ma siccome è un animale politico come pochi, il premier può sì nascondere dietro il sorriso di circostanza il non facile momento, ma il primo a rendersene conto che le cose non stanno andando per il verso desiderato è proprio lui.
ITALICUM IN ALTO MARE. Il risultato è che su ogni questione ora deve guardarsi da nemici interni ed esterni, e impegolarsi in estenuanti trattative che alla fine finiscono per annacquare la valenza riformatrice delle sue scelte.
L'Italicum è in alto mare, ma da quel che appare sinora si tratta di una riforma elettorale talmente pasticciata da far rimpiangere mattarelli e persino porcelli. Valga per tutti la sciagurata soglia di ingresso al 3%, volutamente bassa per garantire la poltrona ad Angelino Alfano, ai suoi e magari a quel che resta dei sopravvissuti di Scelta civica, ma che certo non eliminerà il potere di veto dei cespugli.
IL FLOP DEL JOBS ACT. Stesso discorso per il Jobs act, che la mediazione con la minoranza dem ha reso nella sua versione attuale un provvedimento inutile, oltre che discriminatorio perché penalizza i nuovi assunti garantendo ai vecchi tutte le protezioni. E, aggiungiamo noi anche se al solo sentirlo i sindacati si imbestialiscono, le molte comode rendite.
Se l'intenzione era quella di togliere di mezzo l'alibi che impedisce alle aziende di assumere, siamo ben lontani dallo scopo. Non sarà questo Jobs act, e la modesta defiscalizzazione che lo accompagna, la molla per far ripartire il mercato del lavoro.
DUBBI SUL QUIRINALE. In questo contesto si aggiunge complicazione a complicazione, poiché a gennaio 2015 Giorgio Napolitano lascerà il Quirinale e l'elezione del nuovo inquilino, vista l'aleatorietà delle maggioranze necessarie, si preannuncia come un evento destinato a paralizzare la politica.
Del resto i partiti ci hanno messo una vita per eleggere due giudici della Consulta, in una selva di giochi e trabocchetti da far impallidire la Prima repubblica, figurarsi per una partita di vitale importanza come quella del Colle.
SFUMATO L'EFFETTO EUROPEE. L'errore di Renzi è stato, quand'era forte del 40 e virgola delle Europee e di un consenso personale bulgaro, di non forzare la mano e andare subito a elezioni politiche. In una parola, confidando troppo nella sua azione di rottamatore che sulla sua strada avrebbe infranto ogni ostacolo, non ha capitalizzato come avrebbe dovuto e potuto quel risultato.
IMMOBILISMO DI GOVERNO. Così il suo governo si deve quotidianamente confrontare con tre partiti, compreso il suo, i cui rispettivi capi non controllano più, e deve scendere a patti con quelle correnti e sottocorrenti (vedi l'esasperato frazionismo della minoranza dem) che in cuor suo aborrisce. Il tutto condito da un persistente scenario di recessione che certo non gli giova.
Continuando in questo modo, dall'attuale logoramento il premier rischia la definitiva paralisi. Che per un decisionista come lui è il preludio di una esiziale battuta d'arresto.

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