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PERSONAGGIO 3 Dicembre Dic 2014 1557 03 dicembre 2014

Ashton Carter, un tecnocrate a capo del Pentagono

Silenzioso ed efficiente. Non ha trascorsi nell'arena politica. Meno scomodo di Hagel, può rafforzare la linea del presidente. Chi è il favorito per il Pentagono.

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Volendo era la scelta più ovvia. Poco fantasiosa, ma la più sicura. Il numero due che diventa il numero uno è, in genere, un passaggio tecnico, più che politico.
Ma, nel caso della Casa Bianca, la nomina, data per certa dai media Usa, del democratico Ashton Carter, il tecnocrate del Pentagono, a segretario alla Difesa, può avere grande valenza per le mosse di fine mandato di Barack Obama.
Se è vero, infatti, che le sabbie mobili nelle politica estera dell’amministrazione Usa erano provocate dalle opinioni diverse tra lo staff della presidenza, il Consiglio nazionale di sicurezza e il Pentagono, promuovendo il vice del dimissionario Chuck Hagel la linea della Casa Bianca si può rafforzare.
FISICO TEORICO COME ANGELA MERKEL. Bisognerà vedere come si muoverà questo 60enne, fisico teorico come Angela Merkel, accademico del Mit e di Harvard, uomo-macchina del Pentagono ed ex consigliere di Bill Clinton, in un contesto politico.
Farà tirare bombe su Iraq e Siria come quando, nel 2006, voleva sferrare un raid preventivo contro la Corea del Nord che lanciava missili a lunga gittata? O piuttosto, visto che l’organizzazione delle guerre non è il suo campo, seguirà la linea del presidente Obama?
Massima efficienza e risparmio nella Difesa furono imposti proprio con l’arrivo, nel 2011, di Carter a numero due del Pentagono.
UNO SCIENZIATO PRESTATO AL PENTAGONO. Con lucida razionalità, lo scienziato prestato all’apparato militare cancellò il programma da 200 miliardi di dollari dell’era Bush, Future Combat System, per l’ammodernamento delle forze armate, abbattendo anche i costi stratosferici del piano Joint Strike Fighter, per rinnovare il parco caccia.
Il capo di Stato maggiore interforze Martin Dempsey lo ha definito la «persona più importante e meno conosciuta di Washington». E può essere che, effettivamente, Carter sia la mente della riorganizzazione della Difesa americana.

La mente dei tagli del Pentagono: meno soldati, più cyber security

Dal suo ingresso alla Casa Bianca, nel 2009, Obama ha voluto un Pentagono più snello economico, efficiente e incisivo nelle azioni militari.
Il Pentagono dei raid mirati con i droni di ultima generazione (10 volte meno costosi dei caccia) e delle operazioni di cyber security, le guerre del futuro guidate dall’informatica. Altri tagli sono in programma al budget della Difesa.
Per i raid in Iraq e Siria, Obama ha cercato di spendere il meno possibile, puntando sul sostegno della Nato e guardando anche in prospettiva.
RISPARMI PER 46 MILIARDI ALL'ANNO. Fino al 2023, la spending review dell’amministrazione Usa prevede risparmi di 46 miliardi di dollari l’anno al Pentagono: una città diventata una metropoli (da 100 mila a circa 800 mila dipendenti) durante la guerra al terrore di George W. Bush, quando Carter lavorava come consulente di società private come la Global Technology Partners e la Aspen Strategy Group.
Oltre che sulla pletora di dipendenti e collaboratori, il dimagrimento si abbatterà sugli F-35 (ordinati dall’Italia), per la Difesa americana ormai obsoleti, e avrebbe dovuto interessare anche il programma nucleare, poi però rilanciato da Obama dopo la crisi con Mosca, con un «piano di modernizzazione» a bilancio dal 2016, per almeno 335 miliardi di dollari.
BASI E AEREI DA ROTTAMARE. Prima che riesplodessero la guerra in Iraq e l’allarme terrorismo, all’inizio del 2014 Hagel aveva proposto riduzioni dell’esercito ai livelli precedenti alla Seconda guerra mondiale (da 522 mila a 440-450 mila soldati), in vista di «minacce meno prevedibili e più flessibili» .
Rientrate dall’Iraq e dall’Afghanistan, le truppe americane non avrebbero più dovuto partire per guerre all’estero che diventano paludi. E da rottamare, nel budget per il 2015 da presentare al Congresso, ci sarebbero dovute anche essere diverse basi e i vecchi aerei d’attacco (A-10) e spia (U-2) degli Anni 70.

L'addio di Hagel, stretto tra falchi e colombe

Poi è tornata la Guerra fredda con la Russia. Migliaia di unità speciali, «per la formazione dell’esercito», sono state rispedite in Iraq contro i jihadisti dello Stato islamico. E a settembre, prima di gettare la spugna, Hagel annunciava l’offensiva per «colpire i santuari dell’Isis in Siria».
Sempre il generale Martin Dempsey, per l’occasione, spinse l’acceleratore, aprendo a un possibile ritorno di boots on the ground, stivali sul terreno, nel teatro iracheno: «Se si renderà necessario lo raccomanderò al presidente», disse il capo di Stato maggiore che comanda tutte le forze Usa.
Vecchio amico di Obama, Hagel se n’è andato, confessando mancanza di peso delle decisioni del Pentagono.
CONTRO L'IMPIEGO DI TRUPPE DI TERRA. Contro di lui sarebbero arrivate diverse pressioni, anche dallo staff della Casa Bianca. Non erano chiare, peraltro, le sue ultime posizioni sulle crisi in Medio Oriente: repubblicano pentito, Hagel era da anni contro l’impiego di truppe a terra e per la collaborazione con l’Iran, cavallo di battaglia di Obama.
Ma sull’Isis («una minaccia che va oltre tutto ciò che abbiamo visto finora»), ha scritto il New York Times, avrebbe forse voluto essere meno colomba di Obama. E molti falchi suoi ex compagni di partito lo pressavano per spingere l’acceleratore.
Un insider senza trascorsi come Carter potrebbe essere più libero. Di certo ha accettato una patata bollente, che in diversi hanno rifiutato.
FLOURNOY DICE NO, IL GOP SCARTA JOHNSON. Michèle Flournoy, per esempio, sottosegretario alla Difesa che Obama voleva prima donna a capo del Pentagono, non se l’è sentita. Il segretario alla Sicurezza interna Jeh Johnson, altro nome di punta, era nel mirino dei repubblicani per il ruolo nella contestata riforma sull’immigrazione.
L’ex vice di Hagel, invece, dà meno nell’occhio. La Cnn, da fonti dell'amministrazione, ha riferito di una sua investitura a giorni. Il Grand old party (Gop) non ha innalzato barricate contro di lui per il voto necessario al Senato. Davvero allora il buon Carter è il ripiego per la svolta pacifista di fine mandato di Obama?
Gli sviluppi in Medio Oriente non sono dei migliori. È però forse una coincidenza che la sua nomina segua a stretto giro di posta la notizia, data dal Pentagono, dei raid «indipendenti» dell’Iran in Iraq.

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