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ANALISI 4 Dicembre Dic 2014 0600 04 dicembre 2014

Egitto, la Primavera scippata non turba l'Occidente

Il proscioglimento di Mubarak è solo l'ultimo atto della crociata di al Sisi contro la Fratellanza. Ma Usa e Ue non muovono un dito. Troppo importanti i rapporti politico-economici con il Cairo in questo momento.

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Manifestanti in piazza dopo il proscioglimento di Hosni Mubarak.

Il 29 novembre scorso sono state pronunciate due sentenze, non una.
La prima è quella del proscioglimento di Hosni Mubarak dall’accusa di procurata morte di 239 egiziani (dei 900 uccisi nei 18 giorni delle proteste del 2011) per la quale era stato condannato all’ergastolo, e da quella di corruzione, condivisa con i figli Alaa e Gamal. Assolti anche il capo della sicurezza e sei alti suoi collaboratori.
Ma l’altra, che ha tenuto in gestazione la prima, è quella maturata attraverso il colpo di Stato del 3 luglio 2013, con la deposizione del presidente Mohamed Morsi, responsabile di una disastrosa gestione del potere ma eletto democraticamente, l’incoronazione del generale Abdel Fattah al Sisi e infine la sua legittimazione de facto a livello internazionale.
L'AMMAINA-BANDIERA DELLA PRIMAVERA. Eppure non sono state esibite prove sufficienti a dimostrare l’innocenza di Mubarak, dei suoi sodali e dei figli – lo stesso giudice lo ha consegnato alla definitiva sentenza di Dio – né risulta che siano state rimosse le cause della mobilitazione popolare reclamante “libertà, pane e giustizia sociale”.
E quindi? Dobbiamo dedurne che l’Egitto ci ha consegnato per altri motivi il definitivo ammaina-bandiera della Primavera egiziana o la neutralizzazione dei suoi principi attivi? Temo di sì, per ora.
L’Egitto non ha ritrovato pane, libertà e giustizia sociale. Ha trovato un al Sisi, e poteri collaterali, che ha saputo intercettare il sentimento di frustrazione e di rabbia che i continui disordini, le proteste, gli attentati, stavano diffondendo nel Paese, soverchiando progressivamente le istanze “rivoluzionarie” del 2011.
AL SISI RIPORTA LE FORZE ARMATE AL CENTRO. Lo ha cavalcato spargendo sale sulle lacerazioni dell’autoritarismo settario di Morsi e della sua incapacità di sciogliere i nodi sociali ed economici che soffocavano l'Egitto.
Ne ha tratto il profitto, riportando le forze armate al centro del potere e riconfermandole nel ruolo di garanti di un credibile orizzonte di ordine, sicurezza, stabilità, dal quale riprendere la strada dello sviluppo e della prosperità.
In una logica autoritaria consolidata dalla storia, è riuscito a rendere tale orizzonte ancor più accattivante, indicando un nemico da abbattere, una minaccia da sradicare, identificata nella Fratellanza musulmana e nei gruppi jihadisti e contrastando in modo sommario le espressioni della società civile, attivisti, attori, giornalisti, suscettibili di rappresentare un potenziale fattore di disturbo.
L'EGITTO TORNA PARTNER DI PRIMO LIVELLO. Al Sisi ha saputo trarre profitto anche dall’aspettativa di un ritorno dell’Egitto al suo storico posizionamento nel mondo arabo e nel suo altrettanto storico ruolo di stabilità nell’area. Si è speso in modo accorto nella mediazione tra Gaza-Israele, ha trovato e usato delle ragioni di una rinnovata alleanza con l’Arabia saudita e gli Emirati (suoi generosi finanziatori) rafforzandole all’insorgere della minaccia dello Stato islamico.
Ha anche adombrato la disponibilità a una possibile diversificazione delle sue alleanze (leggasi Mosca). Ha posto su questa complessiva piattaforma politico-strategica tutta la valenza prospettica di un Egitto in procinto di tornare partner economico e commerciale di prima grandezza.

L'Occidente flirta col Cairo: vantaggi politici, economici e commerciali

Il premier italiano Matteo Renzi stringe la mano al presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi.

Risultato ne è stato che la sua deficitaria pagella in materia di democraticità e di rispetto dei diritti umani è passata in seconda linea. A cominciare dagli Usa, decisisi a riprendere il tradizionale pacchetto di aiuti militari (1,3 miliardi di dollari) per giungere all’Italia e quindi alla Francia.
Il nostro Paese aveva lanciato eloquenti segnali di interesse, con le visite di Mogherini (luglio), Renzi (agosto), Pinotti (novembre) e altre di diverso livello. Al Sisi vi ha corrisposto posponendo Parigi a Roma, che nella veste di presidente di turno Ue poteva garantirgli anche una sorta di sdoganamento europeo.
Pur in un clima di misurata positività sono state evidenziate le potenzialità di un partenariato di vasta portata con l’Egitto: politiche (lotta al terrorismo, stabilità del Mediterraneo), economiche (dal raddoppio del canale di Suez all’alta velocità) e commerciale (siamo il primo partner europeo).
'MEGLIO ORA CHE CON MORSI'. Ufficialmente l’Italia non ha sollevato il tema dei diritti umani e della democrazia nè vi sono elementi per sostenere che lo si sia fatto ufficiosamente.
Ma se ciò non fosse avvenuto saremmo rimasti un passo indietro a ciò che il buon senso avrebbe suggerito e che l’attuale ministro degli Esteri ebbe a dire mesi addietro sull’Egitto: «Quanto alle libertà democratiche siamo in piena emergenza [...] e il fine da perseguire è chiaro. Utilizzare l’evidente interesse dell’Egitto ai rapporti con l’Italia per favorire una maggiore apertura politica del regime».
È comunque la comunità internazionale nel suo complesso che ha preso realisticamente atto della situazione e nel fondo la preferisce a quella che si era prospettata con Morsi.
LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE AVALLA LO SCIPPO. Dobbiamo dedurne che la sentenza Mubarak e il contesto in cui si è prodotta ci consegna una Primavera egiziana scippata con cinica destrezza e un avallo internazionale giustificato da ragioni geopolitiche e ben concreti interessi?
Nell’immediato sembra proprio che le cose stiano così; dando più che l’impressione che le vite di tante centinaia di egiziani che invocavano la libertà dal bisogno e dalla prevaricazione siano state vanamente sacrificate; che si ponga in un cono d’ombra la diffusa pratica della coartazione della libertà (22 mila persone in carcere secondo le autorità, 41 mila secondo l’Ecesr); che si avalli di fatto la persecuzione di migliaia di dirigenti e militanti della Fratellanza musulmana.
NON C'È STABILITÀ ALL'ORIZZONTE. Ma la storia ci dice che i principi attivi della consapevolezza politica non si estinguono, anzi, se soffocati finiscono per rivitalizzarsi.
Ci dice pure che la polarizzazione del Paese, specie se accompagnata da una politica di esclusione, discriminazione e intolleranza, offre brodo di cultura all’instabilità e, ciò che è peggio, alla spirale della radicalizzazione e all’estremismo.
Tanto più pericoloso in questo momento nel quale soffia il temibile vento della propaganda dell’Isis. Ci dice insomma che le garanzie di stabilità di questo novello Mubarak potrebbero rivelarsi di corto respiro.

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