Premier Matteo Renzi 141203214102
EDITORIALE 5 Dicembre Dic 2014 1350 05 dicembre 2014

Mafia Capitale, lo strabismo del Pd nei confronti di Marino

I dem prima lo hanno messo all'angolo, sperando di vederlo cadere. Poi l'hanno trasformato in paladino della legalità. Un comportamento che è il manifesto dell'ipocrisia della politica.

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Il premier Matteo Renzi con il sindaco di Roma Ignazio Marino.

I marziani, qualche volta, da alieni pericolosi si trasformano in difensori dei buoni.
È la sorte toccata a Ignazio Marino, il sindaco di Roma che fino a ieri i suoi compagni di partito tenevano a rosolare sulla graticola sperando di vederlo cadere.
«Non conosce abbastanza la città. Ubbidisca al partito e cambi gli assessori», aveva tuonato il capogruppo al Senato Luigi Zanda al culmine dell'insofferenza verso quel primo cittadino maldestro e incompetente, bersaglio dell'insoddisfazione dei suoi abitanti per come, dalla neve al quartiere ghetto di Tor Sapienza al Panda-gate, veniva amministrata la città.
Poi piombano a sconvolgere la rassegnazione le vicende di Mafia Capitale e come d'incanto i giudizi sul sindaco si capovolgono. Dalla polvere alle stelle, da accusato a granitica diga contro il marciume dilagante.
RENZI ORA SI TIENE STRETTO MARINO. Tanto che Matteo Renzi decide di commissariare il Pd romano mandandoci niente di meno che il presidente del partito, Matteo Orfini, che in quell'humus è nato e cresciuto. Ma non si sogna minimamente di mettere in discussione Marino, come invece sembra voler fare il prefetto Giuseppe Pecoraro, alfaniano duro e puro, che sta valutando se non sia il caso di commissariare il Campidoglio.
SINDACO INADEGUATO MA ESTRANEO AL MARCIUME. La verità, al di là dell'onda emotiva e della convenienza del momento, è che l'“alieno” Marino si è rivelato sinora un sindaco inadeguato ad affrontare i problemi di una città complessa come Roma, la cui atavica origine peraltro renderebbe difficile per chiunque risolvere.
Ma proprio questa sua aria da Forrest Gump, questa sua estraneità al sistema delle correnti e delle tessere che voracemente si spartisce poltrone e appalti, anche quando di mezzo ci sono dei poveri cristi di immigrati, lo hanno tramutato in un eroe positivo.
L'IPOCRISIA DEI PARTITI TOCCA IL CULMINE. Col che l'ipocrisia dei partiti, e non solo del Pd, tocca il suo culmine, e si incarna in comportamenti del tutto funzionali alla convenienza del momento. Ma forse più che di partiti sarebbe giusto parlare, come qualcuno ha fatto, di tribù che si spartiscono per sfere di influenza il territorio. E delle quali segreterie e direzioni nazionali fingono di non accorgersi, non solo lasciandole scorazzare liberamente, ma anzi cercando di ricavarci qualche vantaggio.
POLETTI CADE DAL PERO. Come quel Salvatore Buzzi, presidente della Cooperativa 29 giugno finito in carcere perché crocevia delle tangenti capitoline, ma anche commensale alle cene da 1.000 euro a posto organizzate per il fundraising del partito nazionale.
Che il ministro Poletti, pizzicato con lui a una cena in non proprio commendevole compagnia, cada candidamente dal pero fingendo di ignorare la degenerazione di quello che fu un virtuoso sistema economico solidaristico, lascia francamente interdetti.
E COME LUI I DIRIGENTI ROMANI. Idem il fatto che nessuno dei dirigenti romani del Pd sapesse della vastità del reticolo corruttivo che allignava in molti comparti della pubblica amministrazione, coinvolgendo uomini di vertice dell'apparato.
Passi che la politica arrivi sempre dopo, e grazie all'azione della magistratura che supplisce a quello che dovrebbe essere un suo compito, ma almeno si potrebbe risparmiare quell'atteggiamento da Alice nel Paese delle Meraviglie di chi vuol rivendicare un proprio candore.
Quello di chi non ha visto e sentito. E che per salvarsi usa le persone come il povero malcapitato Marino, trasformandole da capri espiatori in encomiabili paladini della legalità.

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