Giuseppe Rita Censis 141205154847
FACCIAMOCI SENTIRE 8 Dicembre Dic 2014 1341 08 dicembre 2014

Bella la meritocrazia. Se è quella degli altri

Le parentele impoveriscono la classe dirigente. E i nuovi talenti vanno all'estero.

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Giuseppe De Rita, presidente del Censis.

Da Wikipedia: «La meritocrazia è una forma di governo dove le cariche amministrative, le cariche pubbliche e qualsiasi ruolo che richieda responsabilità nei confronti degli altri, è affidato secondo criteri di merito e non di appartenenza lobbistica, familiare (nepotismo e in senso allargato clientelismo) o di casta economica (oligarchia)».
Da alcuni anni in Italia si parla molto di meritocrazia come alternativa al modello relazionale che da troppo tempo caratterizza la nostra forma di governo. Il successo del libro Meritocrazia di Roger Abravanel ha fatto sì che l’argomento divenisse tema di dibattito mediatico. Ma se guardiamo la realtà la situazione sta realmente evolvendo verso un sistema più meritocratico?
LE CARICHE PUBBLICHE HANNO CRITERI DI MERITO? Le cariche amministrative e le cariche pubbliche e qualsiasi ruolo che richieda responsabilità nei confronti degli altri vengono realmente distribuite secondo criteri di merito?
Personalmente credo di no, ma magari mi sono distratto. Un esempio? Alcuni dicono che l’arrivo (precipitoso) di Matteo Renzi al posto di Enrico Letta fosse legato al fatto che l’attuale presidente del consiglio volesse rinnovare le oltre 300 cariche delle aziende pubbliche o parapubbliche, in scadenza ai tempi, attraverso un metodo meritocratico e non attraverso un sistema di appartenenza politica.
RIVISTAZIONE DEL MANUALE CENCELLI. Poiché le nomine che poi hanno avuto adeguata visibilità sui media sono state solo quelle delle grandi aziende (Eni, Enel, Finmeccanica, Fs, Poste, etc,) tutti possono giudicare la validità del modello “meritocratico” utilizzato.
A me è sembrato solo una rivisitazione del manuale Cencelli con l’aggiunta delle quote di genere quale esigenza moderna. Alcuni potrebbero dire: nel pubblico è sempre stato così inutile illudersi. Cosa dire allora delle cattedre universitarie che vengono ereditate per via dinastica?
UNO SGUARDO AL PRIVATO. Bene allora diamo uno sguardo al privato e prendiamo le aziende magari anche quotate in borsa. Innanzitutto va detto che alcuni imprenditori, pur quotando la propria azienda, non hanno capito (e non capiscono ancora) la differenza che passa tra essere “padrone” o azionista di maggioranza. Come azionisti di maggioranza, salvo rare e nobili eccezioni che naturalmente esistono, si sentono ancora padroni dell’azienda e le nomine ai vertici sono lì a confermarlo. Quanti membri della famiglia ci sono nei principali gruppi famigliari italiani? Fininvest, CIR, Mediolanum, Fiat e via dicendo?
LA FAMIGLIA CONTRO LA DEMOCRAZIA. Alcuni saranno certamente bravissimi ma la grande quantità di figli, nipoti, fratelli etc. qualche dubbio lo alimenta. Alcuni organigrammi aziendali assomigliano molto di più all’albero genealogico della famiglia che ad una distribuzione delle cariche attraverso un sistema meritocratico. È quindi mia personale opinione che in Italia la meritocrazia non potrà mai affermarsi proprio perché il modello educativo familiare la ostacola. I nostri figli sono sempre i più bravi e se hanno un problema è perché qualcuno ha contribuito a crearglielo: la tata, il/la maestro/a, i professori, gli amici, i/le fidanzati/e, i mariti o le mogli, i suoceri etc. Quando si hanno più figli, inoltre, sono pochi i genitori che scelgono il leader nel rispetto dei superiori interessi dell’azienda. Sceglierne uno, per molti genitori, significa discriminare gli altri per cui ha tutti i figli va trovato un ruolo anche se non lo meritano (magari perché alcuni amerebbero fare altro).
SCUOLA E CHIESA NON AIUTANO. Anche la scuola non aiuta. In una classe un bravo studente rappresenta un problema per gli altri che non un talento da curare con attenzione. D’altro canto anche i maestri e/o i professori non vengo selezionati e gestiti attraversi modelli meritocratici. Se vogliamo anche la Chiesa non aiuta: «Beati gli ultimi perché saranno i primi» o «La parabola del figliuol prodigo» certamente non spingono alla meritocrazia. Il sindacato? La meritocrazia aziendale per loro rappresenta solo un aspetto discriminatorio da parte «dei padroni».
Va però detto che il tema meritocrazia, mediaticamente parlando, attira l’attenzione dell’opinione pubblica: Abravanel ci ha costruito la propria elevata visibilità dopo 35 anni di attività nella consulenza aziendale. Il Censis dell’82enne De Rita ha pubblicato quantità industriali di studi/documenti sul tema. Peccato che lo stesso De Rita (quello del “Piccolo è bello”) ha recentemente contribuito a far nominare il proprio figlio Direttore Generale dello stesso Censis.
SERVIREBBERO NUOVI TALENTI. La nostra è quindi una meritocrazia de’ noantri che non riguarda mai noi stessi ma sempre quello che dovrebbero fare gli altri. Non ci stupiamo se poi i giovani che non vogliono sentirsi “figli di” o coloro ai quali viene preclusa qualunque opportunità meritocratica vadano all’estero. È un errore che pagheremo tutti poiché la naturale conseguenza è un impoverimento della nostra classe dirigente che avrebbe peraltro tanto bisogno di una nuova generazione di talenti alla quale affidare le sorti del nostro Paese. Dispiace dirlo ma finché l’economia relazionale prevarrà sulla competenza e sul merito non riusciremo a migliorare la produttività e la competitività dell’Italia nel contesto internazionale.

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