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ARIA DI CAMBIAMENTO 8 Dicembre Dic 2014 2218 08 dicembre 2014

Israele, parlamento sciolto: voto il 17 marzo

Cade il terzo governo Netanyahu. Sondaggi: centrosinistra avanti.

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La Knesset, la camera dei rappresentanti di Israele.

L'8 dicembre 2014 potrebbe diventare una data storica per Israele. Quella che segna la fine dell'era Netanyahu. La Knesset, il parlamento israeliano, ha sciolto la legislatura, confermando le elezioni anticipate per il 17 marzo 2015 la data per le elezioni anticipate.
Il terzo governo di Benjamin Netanyahu è durato poco più di un anno e mezzo (ma resta in carica fino al voto), e con esso si è sciolta anche la coalizione destra-centro che ha retto il Paese e che si è sbriciolata dopo il licenziamento da parte del premier dei due ministri centristi Yair Lapid e Tizpi Livni.
RIELEZIONE DIFFICILE. E se è vero che da qui a marzo molte cose possono cambiare, secondo vari sondaggi di questi giorni non è così scontato che Netanyahu torni a fare il primo ministro.
L'ostacolo maggiore a un quarto mandato dell'uomo forte del Likud - e Israele in passato ha riservato varie sorprese sull'alternanza al potere anche nei casi più scontati - viene proprio da un possibile blocco tra centristi (come Lapid e Livni) e laburisti guidati da Isaac Herzog.
Un sondaggio commissionato dalla tivù della Knesset dà 23 seggi (su 120) a un cartello laburisti-Livni contro i 21 seggi del Likud. Un'altra ricerca ha indicato nel 65% la quota di israeliani non più favorevoli a Netanyahu.
LIVNI: «OCCASIONE PER CAMBIARE». «Queste elezioni», ha detto chiaro e tondo Livni, «sono un'opportunità per sostituire l'attuale primo ministro. Mi auguro che il popolo comprenda che questa è un'opportunità per compiere il cambio». Non da meno Herzog: «I laburisti si stanno avviando a diventare partito di governo a capo di un grande blocco centrista». Senza contare l'appoggio che, secondo alcuni, potrebbe venire dal partito religioso Shaas (ora fuori dal governo) di cui alcuni dirigenti si sono espressi a sfavore di Netanyahu.
E neppure quello che si dice possa arrivare dall'uomo ancora senza partito e senza struttura: l'ex ministro del Likud Moshe Kahlon indicato da molti come la possibile sorpresa delle elezioni di marzo e più incline, sembra, a una possibile politica di alleanza con il blocco di centro.

Un referendum su Netanyahu

Benjamin Netanyahu

Se i sondaggi possono essere fallaci, un dato, a giudizio degli analisti, sembra certo: il voto del 17 marzo è destinato a trasformarsi un referendum pro o contro Netanyahu. Il primo passaggio per l'attuale premier è comunque vincere le primarie del Likud previste il 6 gennaio, anche se in questo caso non dovrebbero esserci dubbi.
IL PREMIER GIÀ IN CAMPAGNA. A scanso di equivoci, Netanyahu è apparso da subito in campagna elettorale, nonostante le voci di questi giorni che lo davano impegnato a trovare un'altra maggioranza con l'inclusione dei partiti religiosi in modo da evitare la decisione dell'8 dicembre della Knesset. Non a caso nel pomeriggio dell'8 dicembre ha annunciato di volersi adoperare per abolire l'iva al 18% sui prodotti alimentari di base, suscitando le ire degli ex ministri Lapid e Livni che hanno ricordato come proprio il primo ministro abbia in passato respinto una loro iniziativa in questo campo.
Oltre agli scambi polemici, i partiti si stanno preparando: Kahlon e il partito nazionalista di Avigdor Lieberman (attuale ministro degli Esteri) - a cui i sondaggi danno 9 seggi ognuno - hanno stretto un patto di condivisione del voto, così come hanno fatto i laburisti e il Meretz (sinistra sionista).
IL MINISTRO DELLA CULTURA SI RITIRA DALLA POLITICA. L'ultimo giorno della Knesset - oltre all'approvazione di emendamenti alla legge sui richiedenti asilo e di quello che vieta la possibilità dei partiti di contrarre prestiti bancari per le loro campagne - ha segnato anche l'annuncio del ritiro dalla politica di Limor Livnat, ministro della Cultura del Likud, anche questo giudicato da alcuni un segnale dello stato delle cose.
Le elezioni in Israele non hanno però cambiato l'atteggiamento dei palestinesi: il leader Abu Mazen ha confermato che intende porre, senza attendere l'esito del voto, una risoluzione al Consiglio di sicurezza dell'Onu per il riconoscimento della Palestina come Stato e la fine dell'occupazione israeliana.

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