Pietro Bettino 141209194207
INTERVISTA 9 Dicembre Dic 2014 1831 09 dicembre 2014

Mafia Capitale, Di Pietro: «Meglio Craxi di questi qui»

Il leader Psi? «Ci aiutò di fatto durante Mani pulite». Dopo lo scandalo romano, Antonio Di Pietro rivaluta l'ex nemico. «E i partiti non possono non aver visto».

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«Bettino Craxi si assunse le sue responsabilità e denunciò in eguale misura quelle degli altri, aiutando così la nostra inchiesta. E questo Craxi lo sapeva, non lo fece insomma a sua insaputa, non era un ingenuo. Denunciò il sistema di Tangentopoli nell’aula della Camera e davanti ai giudici del tribunale di Milano. Gli altri invece hanno fatto gli ipocriti e hanno continuato a farsi i ca… loro. Mafia capitale ha fatto emergere con forza il ruolo delle cooperative che anche per conto della sinistra, ex Pci-Pds-Ds, ha messo in piedi un sistema tangentizio molto sofisticato, con modalità innovative e di tipo ingegneristico. Ma quel sistema emergeva già dalla nostra inchiesta».
«GLI ALTRI PARTITI FACEVANO FINDA DI NON VEDERE». In questa intervista esclusiva a Lettera43.it, Antonio Di Pietro ribadisce più volte di non aver nulla da rimproverarsi su Bettino Craxi. Ma, sull’onda dello megascandalo di Roma capitale, ammette per la prima volta, la differenza di comportamento tra l’ex premier e leader socialista e quello degli altri partiti «che finora hanno fatto finta di non vedere e non sentire e che ora fanno ipocritamente gli scandalizzati, come se cadessero dalle nuvole» a cominciare dalla sinistra.

Antonio Di Pietro, ex leader dell'Italia de Valori.

DOMANDA. Ma perché allora il Pool di Mani pulite non indagò a sufficienza sulla sinistra e alla fine invece fu Craxi a pagarla per tutti?
RISPOSTA. Non è vero che non indagammo. Intanto, per quanto riguarda i rubli che potevano essere arrivati al Pci, non fu possibile far nulla perché nell’89 ci fu l’amnistia e non fu possibile svolgere alcun accertamento su eventuali reati di finanziamento illecito fino ad allora commessi. E poi nel mirino della nostra inchiesta finirono anche diversi esponenti di primo piano della sinistra milanese, specie quella che all’epoca veniva definita «area migliorista» di cui l’allora parlamentare Giorgio Napolitano era il loro riferimento politico e culturale.
D. Ma perché non avete colpito le responsabilità del sistema delle cooperative, venuto prepotentemente alla ribalta con Salvatore Buzzi, capo della ormai famosa Coop '29 giugno'?
R. Perché allora come ora il rapporto tra il sistema delle cooperative e la sinistra politica italiana è spesso stata di stretta collaborazione e di ingegnosi meccanismi di «sbianchettamento» delle loro relazioni, onde evitare di incorrere in possibili responsabilità penali.
D. Intende dire che era sofisticato?
R. Esattamente. Esemplifico quel che avemmo modo di accertare all’epoca dell’inchiesta Mani Pulite: vi era un sistema delle imprese che rispondeva economicamente e periodicamente - ciascuna di esse - a questo o quel partito (Dc, Psi partiti laici minori), suddividendosi fra loro la quota di tangente da pagare in cambio dell’appalto da loro ricevuto come associazione temporanea d’impresa (Ati) che avevano nel frattempo costituito appositamente per realizzare l’appalto in questione senza mettersi in concorrenza reale fra loro. In tali Ati molto spesso veniva inserita questa o quella Cooperativa, la quale, però non pagava direttamente una quota di tangente al proprio partito di riferimento ma si assumeva l’onere di far fronte alle spese di gestione ed alle campagne elettorali del partito stesso, senza alcun specifico riferimento all’appalto a cui avevano partecipato, eliminando così furbescamente il rischio di poter essere incriminati per corruzione.
Un sistema, insomma, ingegneristico già allora ma che – alla luce di quel che si sta scoprendo ora a Roma – si è ulteriormente ingegnerizzato, addirittura interloquendo con organizzazioni criminali in grado di far valere le loro richieste anche con la forza e la violenza.
D. Renzi a proposito della foto che ritrae Salvatore Buzzi a tavola con il ministro Giuliano Poletti ha minimizzato dicendo che non basta un selfie a far diventare tangentaro qualcuno.
R. Renzi è di un’impreparazione e di una superficialità in materia di giustizia che indigna e offende e, sia chiaro, non per la difesa d’ufficio che ha fatto su Poletti ma per tutte le altre castronerie e vanterie a vuoto che finora ha pronuniciato.
D. Ha qualcosa da rimproverarsi su Craxi?
R. No, perché tutto quel che ho fatto l’ho fatto in buona fede.
D. Lei non era più nel pool della procura di Milano, ma cosa pensa del fatto che gli fu impedito di venirsi a curare in Italia?
R. È vero io non facevo più parte del pool ma non mi risulta che gli fu impedito.
D. Sì, ma gli mettevano alle costole i carabinieri...
R. Doveva essere prelevato dai carabinieri all’aeroporto, perché era formalmente un latitante.
D. Come faceva ad esserlo se partì con regolare passaporto e tutti sapevano dov’era?
R. Era un ricercato, ma la sua fu una scelta dignitosa che io rispetto.
D. Si è pentito di aver detto che era affetto da un foruncolone, quando aveva invece le dita dei piedi tagliate?
R. Quella di Craxi è una storia che dovrà essere ancora scritta e non voglio fare polemiche.

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