Mafia Capitale 141203073026
MAMBO 10 Dicembre Dic 2014 1000 10 dicembre 2014

Dopo Mafia Capitale, alla politica servirebbe una nuova rottamazione

I partiti hanno fallito, dimenticato il loro fine e permesso al malaffare di diffondersi.

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Un'intercettazione dell'inchiesta 'Mafia Capitale'.

C’è un aspetto penale, nella vicenda romana, che spetta ai magistrati e noi dobbiamo attendere dando agli inquisiti il beneficio dell’innocenza fino a processi ultimati.
C’è un aspetto politico che invece è attualissimo e riguarda due cose.
La prima è la valutazione di quanti si siano fatti coinvolgere nelle dazioni di Buzzi&co, la seconda riguarda l’omesso controllo.
Molti politici, soprattutto quelli post-rottamazione, sostengono che loro non possono sostituirsi ai magistrati nei controlli e che, finché la giustizia non interviene a individuare il reato, a loro spetta di occuparsi solo di politica.
LA POLITICA CERCA SOLO IL CONSENSO. Ma che cos’è la politica, soprattutto a livello locale? È - dovrebbe essere - amministrazione, controllo del governo, creazione di consenso. Nessuno dei tre passaggi basta da solo. Si ha l’impressione che contasse solo il terzo aspetto, da raggiungere con tanti mezzi, soprattutto economici.
Se non è controllo sulla vita pubblica, la politica non esiste. È per questo che la classe dirigente romana, e soprattutto la folta schiera di esponenti post-rottamazione, ha fallito: non ha voluto occuparsi del rapporto che c’era fra cifre spese e risultati raggiunti, fino al dato clamoroso di farsi imbarcare in una battaglia di bandiera pro o contro immigrati e rom senza andare a vedere che immigrati e rom erano al centro di un affare enorme e enormemente disgustoso.
Capire qual è il compito della politica è forse la cosa più cruciale di questi tempi. C’è stata una lunga stagione in cui era fatta di idee forti, radicamento, spirito comunitario, quasi monacale, e soprattutto separazione dagli altri, considerati alla specie di infedeli.
CI SI È DIMENTICATI DEL POPOLO. Poi è diventata, negli anni della Milano da bere, efficienza e idee corsare, facendo venire meno il senso di appartenenza al clan e portando con sé molte falle dal lato morale.
Con la Seconda repubblica la politica si è trasformata in spettacolo. Siamo diventati tutti spettatori in questa immensa arena in cui il lottatore dal sorriso a piena dentatura volta per volta sconfiggeva avversari denominati in modo strano: «mortadella», «baffino», epiteti a cui corrispondevano altri che lo riguardavano, spesso assai più offensivi.
In questi passaggi via via spariva il cosiddetto popolo, o se volete il cittadino, che a mano a mano perdeva lo scettro e in parte, non in piccola parte, si adattava e cercava di trarre benefici dai cambiamenti. Pensate allo scandalo romano. Buzzi dà lavoro a 1.500 famiglie circa, calcoliamo un piccolo indotto e abbiamo decine di migliaia di romani che vivono, spesso lavorando davvero, sul malaffare e lo fanno nella legalità apparente.
Ecco dove la politica ha fallito. E siccome non si tratta di una entità astratta, hanno fallito coloro che dovevano guidarla: non hanno visto per incapacità, per connivenza, per viltà.
Da qui nasce l’esigenza di una nuova rottamazione, non più generazionale, che va affidata a chi non poteva vedere perché era altrove e non a chi ha girato lo sguardo dall’altra parte.

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