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TENSIONE 11 Dicembre Dic 2014 1756 11 dicembre 2014

Riforme, scontro interno nel Pd

Delrio: «La minoranza vuole il voto anticipato? Lo dica». D'Alema: «Non minacci i parlamentari».

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Graziano Delrio.

Ancora tensione dentro il Partito democratico, a poco più di due giorni dall'assemblea di domenica 14 dicembre. Stavolta, a spaccare in due il più importante partito di maggioranza, sono ancora la legge elettorale e le riforme costituzionali. Dopo i due emendamenti contro i senatori a vita su cui il governo è stato battuto l'11 dicembre, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, ha tuonato via Twitter: «Se la minoranza del Pd vuole andare a votare lo dica. Noi vogliamo continuare e arrivare fino al 2018».
RENZI: «PICCOLO INCIDENTE». Un concetto ribadito poco dopo anche dal premier Matteo Renzi: «Per quello che mi riguarda la legislatura finisce a febbraio del 2018».
E sulle riforme, il presidente del Consiglio ha detto: «Ci sono talvolta incidenti di percorso. Ieri è accaduto in commissione alla Camera, recupereremo in Aula perché non è possibile fare soluzioni pasticciate e perché questo voto è stato considerato come segnale politico». E non è escluso che in assemblea Renzi possa tornare a blindare testi e tempi chiedendo un voto sulla sua relazione.
CHITI: «LO DICONO LORO». Immediata la replica di Vannino Chiti, dem fautore del Senato elettivo e delle preferenze: «Il parlamento ha il dovere di approvare una buona legge elettorale, che restituisca ai cittadini italiani la possibilità di scegliere i parlamentari e di determinare le maggioranze di governo», ha detto Chiti attraverso una nota. «La legge elettorale ha questo scopo: non ha certo il compito di condizionare lo svolgimento delle elezioni politiche in una data o in un'altra».
«UN IMPEGNO SERIO PER L'ITALIA». Per Chiti «è anche un impegno serio, indispensabile all'Italia, quello di approvare una riforma costituzionale seria e coerente, che superi il bicameralismo paritario, rinnovi e rafforzi la nostra vita democratica. È strano che il sottosegretario Delrio chieda alla minoranza del Pd se voglia le elezioni anticipate: a parte il fatto che non è nel potere delle minoranze questa scelta, faccio notare che fino ad ora sono stati esponenti che si dichiarano di assoluta fede renziana ad invocare il voto».
D'ALEMA: «CI SONO PROBLEMI MAGGIORI». Sul tema è intervenuto anche Massimo D'Alema: «È stupefacente che una persona ragionevole come il sottosegretario Delrio, nel giorno in cui escono i dati della produzione industriale con l'ennesimo segno meno a conferma della gravità della crisi del nostro Paese, non trovi di meglio che minacciare i parlamentari», ha detto l'ex premier.
«Delrio dovrebbe sapere che le riforme costituzionali sono materia squisitamente parlamentare e che i deputati e i senatori hanno il diritto e il dovere di cercare di migliorare testi che restano contraddittori e mal congegnati malgrado il notevole impegno della relatrice».
D'ATTORRE: «NO A FIDUCIA SULLE RIFORME». Duro anche il bersaniano Alfredo D'Attorre: «Sulle riforme il governo dovrebbe stare ben attento a non porre una questione di fiducia, qui stiamo lavorando con molta serietà e nessuno può permettersi di parlare di giochetti».
Intanto, in commissione al Senato, è scaduto il termine per i subemendamenti ai due emendamenti Finocchiaro che mettono nero su bianco l'Italicum 2.0. Solo la Lega ne ha presentati 5.400, ai quali si sommano i 12 mila presentati, da tutti i gruppi, la sera del 10 dicembre.
E la minoranza Pd non si è tirata certo indietro. Chiti ha presentato un emendamento che pone il Mattarellum in sostituzione dell'Italicum e non come norma di salvaguardia, come previsto dai renziani. Mentre 34 senatori Dem hanno firmato un subemendamento che sostituisce al sistema dei capilista bloccati dei listini circoscrizionali, completati dal 75% di candidati scelti da preferenze. «È un tentativo di trovare una mediazione», ha spiegato Miguel Gotor. Ma il suo auspicio, adesso, sembra soprattutto un'utopia.

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