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ANALISI 11 Dicembre Dic 2014 1033 11 dicembre 2014

Ue, perché l'Italia non rischia sanzioni

Il presidente della Commissione minaccia Roma. Ma per l'economista Darvas non passerà ai fatti: «Alimenterebbe l'euroscetticismo, non può permetterselo».

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da Bruxelles

Jean-Claude Juncker e Matteo Renzi. Nel riquadro, l'economista Zsolt Darvas. © Getty

Per arrivare a un compromesso bisogna che prima ci sia una guerra. Anche se fredda, anche se apparente.
Ed è questa quella che Italia e Commissione europea stanno combattendo ormai da mesi.
JUNCKER: «RIFORME O CONSEGUENZE SPIACEVOLI». «Se l'Italia e la Francia non procederanno con le riforme annunciate si arriverà a un inasprimento della procedura sul deficit. E se alle parole non seguiranno i fatti, per questi Paesi non sarà piacevole», è l'ennesimo avvertimento che il 10 dicembre il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha dato a Matteo Renzi e François Hollande.
«Le riforme le facciamo perché servono a noi e non perché ce lo dicono gli altri», è stata la risposta del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, mentre il premier - a colloquio con alcuni collaboratori - avrebbe detto: «Se falliamo noi, arriva la Troika. Visto quello che dice Juncker?».
DARVAS: «È NORMALE DIALETTICA». «È normale dialettica», ha spiegato a Lettera43.it Zsolt Darvas, esperto di macroeconomia, economia internazionale e banche centrali del think tank Bruegel. «La Commissione sinora si è mostrata molto aperta e ottimista nei confronti delle riforme strutturali proposte dall'Italia e grazie alla promessa di queste riforme è stata meno dura che con la Francia».
Ma le parole rassicuranti in questo caso servono poco. «Ora l'Italia è vicino al rischio di una procedura sanzionatoria», ricorda Darvas, «solo se le riforme saranno fatte ci potrà essere un ulteriore rinvio».
Non è quindi una questione legata «all'essere più o meno flessibili, ma all'essere realisti: se le regole sono state sottoscritte da tutti i Paesi, la Commissione non può far altro che chiedere a questi di rispettarle. Oppure ci si mette d'accordo e si decide tutti insieme di cambiarle».

Sanzioni, stop a prestiti e finanziamenti: cosa prevede la procedura

Sino ad allora, il rischio per chi non rispetta le regole previste dal Trattato di Maastricht, dal patto di stabilità e dal patto di bilancio europeo rimane quello dell'excessive imbalance procedure, ovvero la procedura contro gli squilibri eccessivi.
I Paesi che non rispettano i parametri del 3% nel rapporto deficit-Pil, come la Francia, o hanno un debito pubblico al di sopra del 60% del Pil, come l'Italia, costringono infatti la Commissione a passare all'azione.
DEPOSITO FRUTTIFERO DELLO 0,2% DEL PIL. Con la procedura in questione lo Stato riceve una serie di raccomandazioni da seguire e ha un periodo di tempo prestabilito per correggere lo squilibrio. Se sgarra, il Consiglio - in base al patto di bilancio europeo, che istituisce la sorveglianza - può intimare di adottare misure volte alla riduzione del disavanzo.
La situazione è monitorata durante tutto l'anno, ogni tre o sei mesi. E se non migliora, la Commissione può proporre, ma solo per i Paesi dell'Eurozona, un deposito fruttifero pari allo 0,2% del Pil. Una somma che può essere restituita in caso di correzione.
PER ROMA LA MULTA SAREBBE DI 3-5 MLD. Se le correzioni non vengono fatte, però, sempre il Consiglio può invitare la Banca europea per gli investimenti (Bei) a riconsiderare la sua politica di prestiti verso lo Stato in questione.
La Commissione può infine chiedere una sanzione pari allo 0,2% del Pil nazionale, che può salire sino a un massimo dello 0,5%.
Le sanzioni possono comprendere anche la sospensione dei finanziamenti regionali dell'Ue. Ma il tutto deve essere votato dal Consiglio dei 28 a maggioranza invertita (serve cioè una maggioranza per bocciare la proposta, altrimenti si applica la multa). Una multa che «nel caso dell'Italia va dai 3 ai 5 miliardi di euro», dice Darvas.
PROSSIMO ESAME A MARZO 2015. Questo lo scenario che si potrebbe presentare a marzo se l'esecutivo europeo, che a novembre ha deciso di dare a Roma più tempo per mettersi in regola, decidesse, in mancanza di risultati soddisfacenti, di chiedere una modifica alla legge di stabilità.
Ma secondo l'economista del think tank Bruegel, più che le maniere forti la Commissione potrebbe propendere anche a marzo per i guanti di velluto. «Diranno che i passi sono stati fatti, che le riforme stanno dando i risultati, ma che non basta, che deve fare ancora tanto e di continuare a implementare».

Provvedimenti troppo severi rischiano di alimentare l'euroscetticismo

La strategia usata da Juncker è infatti quella della carota e del bastone, «anche se in realtà il capo dell'esecutivo europeo non ha così tante carote e non può nemmeno usare troppo il bastone», ricorda Darvas.
Quella tra Italia e Ue «è una partita che alla fine si dovrà concludere con un compromesso».
Che però, nonostante le dilazioni, deve essere raggiunto al più presto: «La situazione in Italia è davvero preoccupante: il debito è molto alto, l'inflazione è molto bassa e non c'è crescita. La sostenibilità fiscale è davvero a rischio», avverte l'economista.
Ma «se il governo Renzi riesce a fare buone riforme strutturali, nel settore pubblico, costituzionale, del mercato, la situazione potrebbe gradualmente migliorare».
«INTERVENIRE PRIMA CHE LA SITUAZIONE PEGGIORI». L'unica cosa da fare è quindi aspettare per vedere cosa succederà, «ma anche giocare ora, prima che la situazione peggiori ancora».
A perderci infatti è l'Italia, con o senza sanzioni. Che comunque, secondo Darvas, non arriveranno,
«La Commissione non arriverà a tanto, non solo perché sarebbe vista come una decisione molto dura nei confronti di uno Stato membro, ma anche perché le istituzioni europee sanno benissimo che devono fare i conti con gli euroscettici».
«IN GIOCO C'È LA POPOLARITÀ DELLA UE». Come a dire che devono decidere se sopravvivere all'ondata euroscettica e quindi chiudere un occhio sul mancato rispetto delle regole o rafforzare questo sentimento. «Dare sanzioni non farebbe altro che alimentare l'euroscetticismo che è molto forte in questi Stati, ci sono anche tanti partiti che si basano proprio su questo», dice riferendosi al Movimento 5 stelle in Italia e al Front national in Francia. «L'esecutivo europeo sa bene che a seconda delle decisioni che prende non solo mette in gioco la propria credibilità ma anche la propria popolarità». Quindi essere troppo severi non porterebbe ad altro che «a perdere il potere e quindi le prossime elezioni».

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