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ESTERI 12 Dicembre Dic 2014 0530 12 dicembre 2014

Isis, i capi cresciuti nel carcere Usa di Camp Bucca

La prigione Usa in Iraq ha ospitato i futuri leader jihadisti. Incluso al Baghdadi. Facendo da incubatore dell'insorgenza sunnita. «Lo Stato islamico è nato lì».

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Le bombe della guerra contro Saddam Hussein, poi la prigionia nei campi Usa. E quelle tute arancioni - non solo di Guantanamo - che, 10 anni dopo, ricompaiono nei video dell'Isis.
A Camp Bucca, fortezza nel deserto del profondo Sud iracheno, tra il Golfo Persico e il Kuwait, i colori delle tute erano quattro: rosse per le teste calde, giallo-arancio per i detenuti comuni, verdi per i veterani e bianche per i capi.
AL BAGHDADI? CONCILIANTE E CARISMATICO. Il califfo vestito di nero, Abu Bakr al Baghdadi, doveva averne una bianca, a giudicare dai racconti degli allievi ed ex compagni di prigionia, quasi tutti promossi a leader del costituendo Stato islamico in Iraq e Siria. «Un aspirante capo», apparentemente «tranquillo», chiamato dagli ufficiali americani a «dirimere i conflitti tra reclusi», proprio per i suoi modi così «concilianti».
Ma le apparenze ingannano e al Baghdadi si sarebbe rivelato il «più spietato». Tra i prigionieri di Camp Bucca però «aveva carisma». Per il suo dottorato all'Università islamica si accreditava come una «persona importante», ingannando anche i militari Usa, che, secondo alcune testimonianze, lo avrebbero rilasciato dopo un anno, perché «non pericoloso».
«CAMP BUCCA FU UNA GRANDE OPPORTUNITÀ». Come ricostruito da Lettera43.it, le vite dei capi dell'Isis si sono incrociate nel grande campo di detenzione Usa in Iraq. Luoghi come Camp Bucca «terrorizzavano» i nuovi arrivati, per le voci di torture della Cia.
«Ma allontanando le paure», ha raccontato all'inglese Guardian un comandante dell'Isis, dal nome di battaglia Abu Ahmed, «ci rendemmo conto che Campo Bucca era una straordinaria opportunità. In qualsiasi altro luogo sarebbe stato impossibile riunirci tutti assieme, troppo pericoloso. Lì invece eravamo al sicuro. E a poche centinaia di metri da tutta la dirigenza di al Qaeda».

Il reclutamento dell'Isis parte da Camp Bucca

La prigione di Camp Bucca sorgeva nelle vicinanze di Umm Qasr.

Uscito nel 2005, come Abu Ahmed, o nel 2009, come riferito da altre fonti, al Baghdadi ha reclutato gran parte dell'establishment “locale” dal campo Usa arrivato a ospitare, fino alla chiusura di cinque anni fa, 24 mila reclusi.
L'ASCESA DI ABU WAHEEB. Oltre ad Ahmed è per esempio transitato il comandante militare Isis dell'al Anbar, Abu Waheeb, trasferito poi nel carcere di Tikrit, da dove, liberato dai jihadisti, nel 2014 su chiamata diretta di al Baghdadi ha spiccato il grande salto di carriera.
A Camp Bucca ha stazionato anche l'ex colonnello dell'intelligence di Saddam Hussein, Abu Muslim al Turkmani, un tempo islamico moderato, poi votato alla jihad. E pure un altro pezzo grosso del Gabinetto di al Baghdadi, l'attuale luogotenente in Siria Abu Ali al Anbari, ha il curriculum ideale per venire da questo giro
17 LEADER USCITI DALLE PRIGIONI USA. Non si sa ancora molto dell'ex generale baathista, confluito come Waheeb nelle file di al Qaeda in Iraq (precursore dell'Isi, poi Isis). Ma, stilando la sua anatomia dettagliata del Califfato, l'esperto di terrorismo e consigliere del governo iracheno Hisham al Hashimi è arrivato a concludere che la «maggior parte dei nuovi quadri delll'Isis viene da personale militare, o ex ufficiali del Baath o dei dissolti corpi saddamisti, unitisi ad al Qaeda o allo Stato islamico in Iraq nella prigione di Bucca».
Il governo di Baghdad stima che 17 dei 25 maggiori leader dell'Isis siano stati, tra il 2004 e il 2011, nelle carceri degli Usa: tre nel Paese, incluse Camp Cropper, il centro di smistamento e interrogatori vicino all'aeroporto di Baghdad, e Abu Ghraib, nella periferia occidentale della capitale.
UN COVO DI ESTREMISTI. Camp Bucca era la prigione più capiente, primo terminale dei circa 96 mila iracheni arrestati, negli anni dell'occupazione, dalle forze statunitensi. E aveva una caratteristica: dentro, i responsabili degli episodi di nonnismo non erano i marine americani, ma gli estremisti sunniti, sempre più radicalizzati, di cui il campo Usa era diventato un covo.
Dai ranghi militari decaduti di Saddam, alla galassia qaedista responsabile dei maxi attentati a Baghdad, infine, all'esplosione dell'Isis: nell'Iraq controllato dal premier sciita Nouri al Maliki, i sunniti progressivamente estromessi hanno scatenato una guerra settaria contro il governo centrale e gli stessi americani, rei di aver consentito lo scivolare del Paese nell'orbita filo-iraniana.

Il maxi carcere incubatore dell'insorgenza sunnita

Per la Casa Bianca Camp Bucca era l'anti Abu Ghraib, un carcere alieno alle torture della Cia e necessario, come in tutti i dopoguerra.
Ma in quella che, anche negli Usa, definivano la «Guantanamo irachena» - pestaggi negli interrogatori, prigionieri senza cibo né cure, detenzioni arbitrarie - i takfiri, gli «infedeli» sunniti, compivano omicidi contro collaborazionisti e nemici.
Persino le Sahwa, le milizie sunnite create dagli Usa sciolte come neve al sole con l'avanzata dell'Isis, «temevano a dormire nel carcere». «Nel campo, le persone più importanti erano erano i sodali di Abu Musab al Zarqawi», ha confessato Abu Ahmed.
«SENZA CAMP BUCCA NON ESISTEREBBE L'ISIS». Grazie alle sue «doti strategiche», il superterrorista giordano ucciso nel 2010 da un raid Usa, ha dato spessore allo Stato islamico, allargandone il potere sul territorio. Al Zarqawi guidava la jihad, saldando varie anime sunnite.
E, nel maxi carcere, «c'era tempo per sedersi e discutere, un ambiente perfetto», a detta del giovane comandante dell'Isis, «Bucca era una fabbrica, se non ci fosse stata, l'Isis non esisterebbe. Ha costruito la nostra ideologia, uno Stato islamico stava sorgendo sotto il naso degli Usa».
IL PUNTO DI SVOLTA? LA CRISI SIRIANA. Usciti dal campo, gli estremisti si sono ricontattati. E da capo di uno dei gruppuscoli dell'insorgenza sunnita, al Baghdadi ha fatto strada, imponendosi come vice di Abu Omar al Baghdadi, il quasi omonimo e autoproclamato emiro dello Stato islamico dell'Iraq.
Sotto sigle continuamente mutanti prendeva forma il potente apparato militare - e alla fine anche politico - della deriva settaria nell'era post Saddam, che ha visto il 40% della popolazione sunnita cadere nelle mani dei tagliagola salafiti, alleati con crudeli gerarchi di regime.
Punto di svolta, per la scalata dell'Isis, è stata l'esplosione della crisi siriana. Se negli anni precedenti i servizi segreti siriani avevano rispedito in Iraq terroristi e vecchi baathisti rifugiati a Damasco, con le rivolte arabe del 2011 da Baghdad i jihadisti si sono spinti nel Nord della Siria, per rilanciare, da lì, l'offensiva sunnita in Iraq.
LASCIARE LA JIHAD VUOL DIRE MORIRE. Nell'anarchia siriana, il vuoto trovato da al Baghdadi, alla morte di Abu Omar, è diventato una prateria. Neanche Abu Ahmed si sarebbe mai aspettato che l'ambizioso compagno di cella «sarebbe arrivato a questo punto». Al Zarqawi era «più intelligente», numerosi fondamentalisti hanno fior di studi religiosi alle spalle, ma al Baghdadi è il più «pragmatico» e anche il «più sanguinario».
La cifra dell'Isis è riflessa nella natura del suo leader. E Ahmed è uno jihadista tentato dal pentimento. Ma abbandonare il gruppo significherebbe la «fine certa per lui e la famiglia». «Non è che non credo nella guerra santa, la faccio. Ma se lascio, sono un uomo morto».

Twitter @BarbaraCiolli

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