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FRIZIONI 12 Dicembre Dic 2014 1000 12 dicembre 2014

Pd diviso sulle riforme: gli schieramenti

Il giglio magico di Lotti e Boschi. I critici alla Richetti. Gli attendisti come Orfini. I separatisti con Civati. E quelli del sindacato, tipo Damiano. Le 5 correnti dem.

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Italicum, legge di Stabilità, riforme costituzionali, nomina del successore di Giorgio Napolitano.
Per Matteo Renzi dicembre e gennaio sono mesi di fuoco.
Silvio Berlusconi si sta dimostrando un interlocutore inaffidabile, uno che «sta al tavolo ma non dà più le carte» per dirla con le parole del presidente del Consiglio. E di conseguenza il patto del Nazareno scricchiola più che mai.
Tanto che il premier-segretario pare stia stringendo un'alleanza con l'ex rivale Pier Luigi Bersani per trovare un nome comune da piazzare al Quirinale (Sergio Chiamparino? Romano Prodi?) e compattare così l'irrequieto Partito democratico.
ESECUTIVO IN ALLARME. Però la maggioranza, complice la propria eterogeneità, è continuamente a rischio fibrillazioni.
Il 10 dicembre il governo è stato battuto su due emendamenti identici che proponevano l'abolizione dei senatori a vita.
Le proposte, manco a dirlo, arrivavano dalla minoranza dem. E a complicare i piani ci si è messo pure il voto in dissenso dal suo gruppo di Maurizio Bianconi, frondista di Forza Italia.
Solo giochetti parlamentari o un allarme preoccupante per la tenuta dell'esecutivo?
LITE FRA DELRIO E D'ALEMA. Di certo all’interno del Partito democratico le tensioni non mancano. E la Direzione nazionale di domenica 14 dicembre si annuncia come l'ennesima resa dei conti.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, ha avvisato via Twitter: «Se la minoranza del Pd vuole andare a votare lo dica. Noi vogliamo continuare e arrivare fino al 2018».
E Massimo D'Alema gli ha subito risposto: «È stupefacente che una persona ragionevole come lui non trovi di meglio che minacciare i parlamentari».


PD SPACCATO SUL JOBS ACT. Renzi ha portato a casa il traguardo del Jobs act, diventato legge il 3 dicembre. Ma per arrivare all'ok definitivo del Senato ha rischiato di imbattersi in una Caporetto.
Il 25 novembre, quando la riforma è approdata alla Camera (dov’è passata con “soli” 316 sì, uno dei risultati peggiori da febbraio a oggi), 40 deputati dem appartenenti alla minoranza non hanno partecipato al voto.
FASSINA, BINDI E CIVATI CONTRO. Fra questi spiccano i nomi di Enrico Letta (assente), Gianni Cuperlo, Alfredo D’Attorre, Stefano Fassina, Davide Zoggia, Rosy Bindi, Massimo Bray, Francesco Laforgia e Michela Marzano.
In due, Giuseppe Civati e Luca Pastorino (vicinissimo al deputato brianzolo) hanno votato contro.
Anche a Palazzo Madama la situazione è stata delicata, ma alla fine i dissidenti sono stati domati. Anche se la spaccatura resta evidente.

1. Il giglio magico: da Lotti a Boschi, da Guerini a Delrio

Il premier Matteo Renzi (al centro) con Faraone, Lotti, Guerini e Bonifazi. (Imagoeconomica)

Malgrado le smentite di circostanza, quello delle elezioni anticipate è un jolly che Renzi continua a conservare gelosamente nel mazzo in attesa che arrivi il momento giusto per giocarlo.
Anche a causa dell’atteggiamento poco costruttivo della minoranza, la fiducia degli italiani nel premier è scesa per la prima volta sotto il 50%.
Tornare alle urne portando in parlamento il più alto numero di fedelissimi darebbe all’ex sindaco di Firenze quella forza che in alcuni momenti è venuta a mancare.
IL BRACCIO AMBIDESTRO DI MATTEO. Il premier può comunque contare su un’importante schiera di fidatissimi. Quelli del giglio magico o del partito della Leopolda, come li chiamano i più. In cima alla lista c’è Luca Lotti.
Sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’editoria, è il braccio ambidestro di Renzi, come lo ha definito David Allegranti in The Boy.
Un’amicizia cominciata quando Matteo era ancora presidente della provincia di Firenze e Luca un semplice consigliere comunale.
In pochi anni Lotti è diventato l’anima del renzismo. Non a caso, nei giorni post primarie, se si chiedevano informazioni sui componenti della segreteria ai deputati vicini a Renzi tutti rispondevano: «Lotti c’è sicuramente, gli altri nomi sono ancora da decidere».
IL 'GIANNI LETTA' DEL PD. Fra gli altri fedelissimi non possono mancare i nomi di Lorenzo Guerini e Maria Elena Boschi.
Il primo, chiamato scherzosamente Arnaldo (come Forlani) o il 'Gianni Letta' del Pd, ha finora presenziato a tutti gli incontri fra il premier e Berlusconi per discutere di riforme costituzionali.
È uno dei più vecchi della pattuglia (ha 47 anni), ma la sua carriera di amministratore locale - prima presidente della provincia e poi sindaco di Lodi - ha spinto Renzi a nominarlo segretario in pectore del Pd.
DUE TRAGUARDI PER MARIA ELENA. Boschi è più giovane: classe 1981, in un solo anno è passata dall’essere deputata semplice a ministro per le Riforme costituzionali.
Organizzatrice della quarta Leopolda, ha invitato tutti a giudicarla per le riforme e non per le forme. Finora ha portato a casa il primo passaggio dell’Italicum e il Jobs act. Già tanto dopo anni di sterili tatticismi parlamentari.
C'È ANCHE YORAM GUTGELD. Citarli tutti è quasi impossibile. Ma nella war room renziana ci sono, a vario titolo, anche il consigliere economico Yoram Gutgeld, Davide Faraone, Simona Bonafè, Ernesto Carbone, Andrea Marcucci, Angelo Rughetti, David Ermini, Rosa Maria Di Giorgi, Ivan Scalfarotto, Lorenza Bonaccorsi, Roberto Giachetti, Edoardo Fanucci, Paolo Gentiloni, Sandro Gozi, Debora Serracchiani, Marianna Madia e Stefano Bonaccini (gli ultimi quattro sono renziani della seconda ora).
Tre casi a parte, per importanza strategica, sono Graziano Delrio, Dario Nardella e Francesco Bonifazi.
L'UOMO OMBRA DEL PREMIER. Il primo, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, è l’uomo ombra del premier, uno che come lui in carriera ha bruciato le tappe guadagnandosi la sua fiducia.
Prodiano della prima ora, sembra che fra i due l’amore sia sbocciato grazie alla comune avversione per Massimo D’Alema.
IL SANCHO PANZA DI RENZI. Nardella, invece, è il continuatore della politica renziana al Comune di Firenze. Toscano d’adozione - è nato a Torre del Greco, in provincia di Napoli - è stato eletto il 26 maggio 2014 dopo aver vinto le primarie. È scout come il capo ed è nato nel suo stesso anno, il 1975.
Dagospia lo ha ribattezzato il Sancho Panza di Renzi. Solo che lui alla lotta contro i mulini a vento preferisce il violino.
'BONITAXI' IL TESORIERE. Bonifazi, bonariamente chiamato 'Bonitaxi' (è stato l’autista di uno dei camper con cui nel 2012 Renzi ha girato l’Italia in cerca di consensi), è oggi il tesoriere del partito, figura chiave in tempi in cui le casse del Pd piangono miseria.
Scopritore di Boschi, era al fianco di Renzi anche a Palazzo Vecchio come capogruppo dem (anche se alle primarie del 2008 guidava lo staff elettorale dello sfidante Michele Ventura).

2. I 'fedeli ma critici': Richetti guida la pattuglia

Matteo Richetti. (ImagoEconomica)

Sempre nell’alveo renziano c’è poi quella che si potrebbe definire la categoria dei 'fedeli ma critici'. Senza dubbio a capo di questa sparuta pattuglia c’è Matteo Richetti.
Nato a Sassuolo, recentemente costretto a ritirarsi dalla corsa per la guida della “sua” Emilia-Romagna (Renzi non digeriva il dualismo fra lui e Bonaccini, poi di mezzo ci si è messa l’inchiesta sulle «spese pazze» in Regione), Richetti non ha mai risparmiato critiche al leader del Pd.
«NON SI GOVERNA COSÌ». Come quando, a inizio ottobre, dichiarò in un’intervista al Corriere della sera: «Non si governa tenendo sul tavolo i dati del gradimento elettorale. Facendo una sintesi, direi che la velocità sta prevalendo sulla profondità».
Il leader dem ha letto con il fumo agli occhi le parole di Richetti, anche se all’ultima Leopolda i due si sono riappacificati.
«I rapporti con Matteo sono ottimi», ha spiegato il deputato gettando acqua sul fuoco. «Sinceramente il caso Richetti non solo non esiste, ma c’è un retroscenismo ossessivo. Tra di noi non c’è mai stato un atteggiamento di lacchè dell’uno verso l’altro».
EMILIANO E IL “FATTACCIO”. Chi sul carro renziano è salito mantenendo comunque il proprio spirito critico è l’ex sindaco di Bari Michele Emiliano, vincitore delle primarie del centrosinistra per la scelta del candidato governatore della Puglia.
«Non ho sposato Bersani e non sposerò Renzi», ripeteva a chi, nell’ottobre 2013, gli chiedeva spiegazioni sul proprio cambio di rotta.
In realtà l’ex magistrato sarebbe dovuto volare a Bruxelles per fare il parlamentare europeo. Poi però, ad aprile, Renzi decise che tutte le capolista dem sarebbero dovute essere donne, e così piazzò Pina Picierno al primo posto davanti a lui nella circoscrizione Sud.
Emiliano obbedì e ritirò la propria candidatura (che definì «superflua»), tirandosi però fuori dalla scarpa qualche sassolino: «Probabilmente avrei preso più voti di lei».

3. I 'prudenti attendisti': 50 fra renziani a metà o della seconda ora

Matteo Orfini, presidente del Pd. (ImagoEconomica)

Molto folta anche la terza categoria, quella dei 'prudenti attendisti'.
Una sorta di limbo che numero più numero meno include 50 parlamentari, renziani a metà o della seconda ora, nel quale figurano anche i Giovani turchi Matteo Orfini e Valentina Paris.
ORFINI E L'ACCUSA DI RICICLO. Presidente del Pd e commissario del partito romano dopo lo scandalo Mafia Capitale il primo, componente della segreteria la seconda (dopo il rimpasto, Renzi gli ha affidato la delega agli Enti locali), a dicembre 2013 i due criticarono aspramente il Jobs act renziano.
Una misura che definirono «del tutto priva di riscontri fattuali» prima di votarla in Aula.
Ancor più duro fu l’ex portavoce di D’Alema quando a settembre dello stesso anno, appoggiando Cuperlo nella corsa alla segreteria, disse criticando gli endorsement a Renzi dei vari Veltroni e Fassino: «Matteo è passato dalla rottamazione al riciclo. Per fortuna c’è un gruppo di persone che sta lavorando ad una seria proposta alternativa».
Poi il vento è cambiato, tanto che in seconda battuta lo stesso Orfini ha accusato quelli che non hanno votato il Jobs act, fra cui proprio Cuperlo, di essere «vittime di protagonismo».
ANCHE COLANINNO #CAMBIAVERSO. Anche Matteo Colaninno può essere incluso in quest’ordine nonostante il fatto che all’inizio lui e Renzi si guardavano in cagnesco.
Colpa, anche ma non solo, di quella frase pronunciata dall’ex sindaco di Firenze pochi giorni prima delle primarie dell’8 dicembre 2013: «Colaninno? Lo cambiamo, non sarà più il responsabile economico del Pd».
Con il passare dei mesi, però, l’ex bersaniano ha cambiato verso: «La vittoria di Renzi e del Pd metterà il Paese al riparo dal grave pericolo del caos populista e ci darà la forza per portare l’Italia a guidare l’Europa», annunciava in una nota alla vigilia delle Europee del 25 maggio che hanno visto i dem toccare quota 40,8%.
SPERANZA È L'ULTIMO A MORIRE. Fra i “prudenti attendisti” c’è pure Roberto Speranza, uno dei coordinatori della campagna per le primarie che portarono Pier Luigi Bersani a essere il candidato premier del centrosinistra alle elezioni del 2013 e oggi capogruppo Pd a Montecitorio.
Da qualche mese Speranza usa la tecnica del bastone e della carota. «Ritengo sbagliati i comportamenti di coloro che decidono in maniera difforme dal gruppo», dice attaccando i dissidenti con un linguaggio in salsa renziana. Poi torna bersaniano e se la prende con il premier: «Renzi cambi registro, non banalizzi il dissenso, non attacchi così i sindacati, non dica che l’astensionismo è un fatto secondario».

4. I potenziali scissionisti: Civati, Cuperlo e Fassina

Gianni Cuperlo e Pippo Civati, in mezzo Matteo Renzi. (Imagoeconomica)

Inutile nasconderlo: scissione è un termine che nel Pd ricorre un giorno sì e l’altro pure, anche se in fin dei conti nessuno vuole lasciare il partito.
Il rischio è quello di essere condannati all’irrilevanza, ma il disagio è palpabile e il simbolo sono Civati, Fassina e Cuperlo.
PIPPO, UN PO' RIBELLE UN PO' GRILLINO. Formalmente, leggendo i dati dell’associazione Openpolis, il deputato brianzolo ha votato in dissenso dal gruppo 57 volte, l’1,23% sul totale dei voti (altri hanno fatto “meglio” di lui).
Più volte Civati si è detto pronto a uscire dal Pd ma, sul suo blog, ha scritto che «la mossa vera è unire la sinistra, divisa e spaesata, con tutto ciò che di sinistra e di moderno c’è un'Europa, da Podemos a Tsipras, ai Verdi, ai socialisti».
In Italia, invece, lui strizza l’occhio ai cinque stelle e ai fuoriusciti dal movimento di Beppe Grillo, che in passato lo ha definito un «pidimenoellino piccolo piccolo».
Stretto fra un Renzi gemello diverso di quello con cui organizzò la prima Leopolda e membro di una maggioranza di governo che include il Nuovo centrodestra di Alfano, sull’elezione del nuovo capo dello Stato Civati ha nuovamente chiamato a raccolta il M5s: «Se ci stanno al Quirinale l’unico nome è quello di Romano Prodi».
DOVE C'È CGIL C'È «FASSINA CHI?». Un altro di quelli che continua a sparare a palle incatenate contro Renzi è Fassina, che dopo aver paragonato l’agenda del premier a quella di Mario Monti definendo il Pd «un partito sempre più in linea con i poteri forti» ha deciso di non votare il Jobs Act alla Camera.
Un provvedimento che, secondo l’ex vice ministro dell’Economia, ha un unico obiettivo: «La libertà di licenziamento così cara al premier».
Fra i due l’amore non è mai sbocciato: in passato il deputato romano ha definito Renzi un «portaborse che ripete a pappagallo le ricette della destra», anche se il picco massimo lo ha raggiunto il numero uno di Palazzo Chigi quando rispose a una domanda su di lui con l’ormai celebre «Fassina chi?».
Molto più vicino alle posizioni della Cgil che a quelle del governo, è stato fra quelli che il 25 ottobre a Roma hanno partecipato alla manifestazione del sindacato guidato da Susanna Camusso. Presente in piazza anche in occasione dello sciopero generale del 12 dicembre.
GIANNI, EX PRESIDENTE ALL’ATTACCO. Poi c'è Cuperlo. Dal 21 gennaio 2014, giorno delle sue dimissioni dalla carica di presidente del Pd, il rapporto fra lui e Renzi si è incrinato in modo irreversibile.
Più volte l’ex responsabile comunicazione dei Ds ha rivolto parole non tenere nei confronti del premier. «Se il Pd diventa quello di chi dice che bisogna mettere dei paletti al diritto di sciopero non esiste più», ha recentemente affermato Cuperlo, secondo cui «la scissione sarebbe una sconfitta del progetto nel quale abbiamo creduto e sta a tutti evitare di precipitare lì, ma è chiaro che Renzi ha una responsabilità enorme».
Tranchant anche il parere sulla Leopolda, che lo sfidante alle primarie dell’ex sindaco di Firenze ha definito «un partito parallelo».

5. Quelli del sindacato: Epifani e Damiano

Guglielmo Epifani e Cesare Damiano. (ImagoEconomica)

Infine ci sono i filo-sindacalisti, una quindicina di parlamentari di provata estrazione Cgil e Fiom che, almeno a parole, si dicono contrari all’impostazione dei provvedimenti del governo sul lavoro.
BERSANIANI A FAVORE. Si tratta di un partito nel partito che si è però sgonfiato dopo che sia Guglielmo Epifani sia Cesare Damiano (ex segretario generale della Cgil e segretario di transizione del Pd il primo, ex ministro del Lavoro del secondo governo Prodi con un passato nella Fiom l’altro) hanno votato a favore del Jobs Act che riforma anche il famigerato articolo 18.
Di più: Damiano, oggi presidente della commissione Lavoro della Camera, se l’è presa con i dissidenti, che fino all’ultimo ha cercato di convincere a tornare sui propri passi.
Assieme a loro hanno votato sì anche molti bersaniani. In questa ultima sottocategoria della nuova geografia del Pd spiccano poi i nomi di Marco Miccoli, Patrizia Maestri e Cinzia Fontana: tutti con un passato nella Cgil e oggi favorevoli alla legge delega sul lavoro.
ANCHE BELLANOVA E BOCCUZZI IN LISTA. Non vanno dimenticati altri due nomi: Teresa Bellanova e Antonio Boccuzzi.
La prima, nominata da Renzi sottosegretario al Lavoro, è cresciuta formandosi nelle fila di Flai (Federazione lavoratori agroIndustria) e Filtea (Federazione italiana tessile abbigliamento calzaturiero).
«Sul Jobs Act si è fatta tanta propaganda ma abbiamo lavorato bene e non c’è nessuna negazione dei diritti delle persone», ha commentato Bellanova.
Anche Boccuzzi ha premuto il tasto verde. Torinese, classe 1973, è stato l’unico superstite nell’incidente alla ThyssenKrupp di Torino nel dicembre 2007.
Oggi, da ex operaio e sindacalista, vede la Cgil sul piede di guerra. A Camusso sarebbero arrivate esplicite richieste da parte dei delegati nazionali: togli la tessera a chi ha votato sì al Jobs act.

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