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MAMBO 13 Dicembre Dic 2014 1452 13 dicembre 2014

Il vero nemico di Renzi? La sua idea di politica

Sempre in cerca di fronti di scontro. Troppo convinto della sua indispensabilità. Il premier, più che della minoranza Pd o del sindacato, è vittima di se stesso.

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Il premier Matteo Renzi.

Leggendo i retroscena dei pensieri segreti di Renzi e dei renziani, di prima o di ultima ora, sembra che sia tornata d’attualità la massima staliniana che «il partito si rafforza epurandosi».
Le minoranze interne sono ormai considerate alla stregua delle «quinte colonne», ovviamente il capo è D’Alema, quel che a Renzi non riesce di fare dipende da un gruppo di deputati e senatori riottosi oltre che dal sindacato.
Minoranza democratica e Camusso non hanno molti titoli di merito in questa stagione politica. Si sono buttati nella battaglia contro il premier con lo stesso vigore con cui ci si sarebbero scagliati contro un capo di governo avversario. La minoranza dem poi ha scelto terreni di scontro assai buffi (che senso ha togliere al presidente della Repubblica la prerogativa di nominare i senatori a vita?).
Camusso crede rivitalizzare un organismo stanco e burocratizzato come il sindacato con una battaglia interamente politica.
RENZI CONTINUA A CREARE FRONTI DI SCONTRO. Renzi però è vittima non della sua opposizione in famiglia, parenti-serpenti, ma della sua personale concezione della politica.
Ne enucleo alcuni aspetti: il primo è la creazione continua di fronti di scontro, Renzi è una specie di signore della guerra che vuole combattere tutte le battaglie nello stesso momento.
Il secondo è che Renzi va a queste battaglie con un piccolo drappello, che come è noto è generalmente diretto da ufficiali di rango inferiore, con un gruppo di amici e sodali che non hanno in mano né il polso né la conoscenza del Paese e delle istituzioni.
Terzo, il premier conta molto sull’effetto immagine e soprattutto sul fatto, questo molto berlusconiano, che lui è il principale capo dell’opposizione alla politica perché ne cavalca l’anti.
UN LEADER DEVE UNIRE UN PAESE, NON DIVIDERLO. Renzi, infine. è molto sicuro di sé, della propria capacità manovriera, della propria indispensabilità (dopo di me la Troika). Questa visione fa acqua da tutte le parti. Un leader deve unire il Paese, non dividerlo e, se non sceglie la strada della rivoluzione armata e della dittatura, deve collaborare con una parte dell’establishment che lo ha preceduto in quanto deve ereditare memoria di governo.
Un leader che si rispetti prede i suoi legionari, li sistema da qualche parte, poi procede con i più capaci dovunque si trovino. L’immagine di un leader, poi, è strutturalmente fragile nei tempi attuali, basta poco, anche la sensazione di essersi indebolito, per capovolgere il successo in insuccesso. Infine se è giusto, maoisticamente, contare sulle proprie forze, bisogna anche conoscere i propri limiti personali. Quelli di Renzi sono culturali, di esperienza, caratteriali.
COSA VOGLIAMO FARE DELLA PAROLA 'SINISTRA'? Il premier poi deve decidere che cosa fare di questa parola strana e un po’ fuori tempo che è “sinistra”. Non può battezzarla come piace a lui. Oggi lui in Europa ne rappresenta la più forte dilatazione verso destra, mentre in Grecia Tsipras la declina verso il senso opposto.
Forse avranno torto tutti e due, quel che è certo è che Tsipras dovrà fare i conti con l’Europa che c’è, e Renzi deve capire che non si rottama un elettorato, un mondo sindacale, una tradizione con un paio di Leopolde.
Il suo errore più grave è non aver capito due cose: che per quanto sia criticabile il sindacato, e lo è, molti italiani non ci stanno a distruggerlo; e che per quanto sia criticabile la vecchia sinistra, se tu ne disprezzi la storia e il suo popolo, questo, come in Emilia e Romagna, non va più a votare.
Questo promemoria serve a Renzi perché il 14 dicembre abbia in assemblea nazionale un atteggiamento non da caterpillar. Oggi una scissione è più probabile e probabilmente sarebbe una scissione sciagurata. Solo lui e i suoi errori possono renderla necessaria e addirittura positiva.

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