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RESA DEI CONTI 14 Dicembre Dic 2014 2200 14 dicembre 2014

Renzi-minoranza, scintille senza strappo nel Pd

Assemblea di fuoco. Ma niente rottura. Fassina: «Se vuoi il voto dillo, Matteo». Renzi rottama l'Ulivo («persi 20 anni») e avvisa: «Basta diktat, ora esigo lealtà».

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Matteo Renzi.

Toni piccati, dita puntate, sguardi che inceneriscono.
L'assemblea di un Partito democratico dilaniato in almeno cinque correnti ha mandato in scena la resa dei conti tra il premier segretario Matteo Renzi e la minoranza irrequieta.
Scintille, ma alla fine nessuno strappo clamoroso.
Solo tensione e stilettate a distanza.
L'uomo del giorno in questa domenica 14 dicembre è stato Stefano Fassina.
Un affondo contro il capo che ha ricordato quasi l'insurrezione di Gianfranco Fini nei confronti di Silvio Berlusconi ai tempi del Popolo della libertà.
Ma all'epoca si consumò un divorzio politico. Questa volta i coniugi hanno provato a superare le solite frizioni per continuare a convivere sotto lo stesso tetto nel centrosinistra.
FASSINA, ATTACCO FRONTALE. L'ex vice ministro dell'Economia, quello del «Fassina chi?», ha scelto l'attacco frontale a Renzi.
«Se vuoi andare al voto, dillo!». Il suo «non ti permetto» rivolto al segretario durante l'intervento sul palco, con tanto di gesto con la mano, ha scaldato i cuori dei ribelli.
Il premier ha cercato di azzerare la possibilità di nuovi 'diktat' in parlamento, scegliendo tuttavia di non arrivare alla rottura.
Il redde rationem è giunto al termine di una settimana turbolenta, visto che in commissione alla Camera sulle riforme si era consumata l'ennesima battaglia tra renziani e minoranze.
«NON STAREMO NELLA PALUDE». Ma non sono volati stracci. «Noi siamo quelli che cambiano l'Italia, non quelli che stanno a mugugnare», ha detto Renzi.
«Il Pd non è un partito che va avanti a colpi di maggioranza ma sia chiaro che non starà fermo nella palude per i diktat della minoranza».
Chi non è d'accordo non deve sottostare a un «principio di obbedienza», ma di «lealtà» al partito.
E chi vuol cambiare premier o segretario «si metta il cuore in pace», non avverrà prima del 2017 e del 2018.

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Assenti D'Alema e Bersani, Civati non interviene

Stefano Fassina.

Si sono notate le assenza di Massimo D'Alema e Pier Luigi Bersani - ufficialmente fermo per un mal di schiena -, mentre sul palco i toni di Alfredo D'Attorre e Gianni Cuperlo non sono stati morbidi, con il leader di Sinistradem che, se da un lato ha accantonato la parola scissione, dall'altro è entrato in tackle nel confronto Renzi-sindacati: «Le piazze non diventino il nemico del Pd».
Pippo Civati ha parlato tantissimo a margine della riunione. Ma non è intervenuto durante l'assemblea.
«PARTITO DELLA TROIKA». Lo ha fatto, eccome, Fassina. In un'escalation di accuse ha definito il Pd come «il partito della Troika e dell'establishment» e poi sbottando: «Non ti permetto più di fare caricature di chi la pensa diversamente da te, è inaccettabile».
Renzi non ha perso serenità: nessun provvedimento disciplinare sul dissenso sulle riforme.
ROTTAMATO L'ULIVO. Una stoccata, quella sì, a chi giorni fa evocava l'Ulivo: «Noto un certo richiamo nostalgico, ma l'Ulivo non è un santino, è stato mandato a casa dai nostri errori e noi realizziamo le sue promesse, ma abbiamo perso 20 anni».
Riforme sulle quali, è il punto fermo del premier, i sindacati «non hanno potere di veto».
BOCCIA INSOFFERENTE. Ma il disagio interno al Pd di certo resiste.
Francesco Boccia - seduto al fianco di Fassina - per esempio non riesce al contrario a trattenere un visibile sospiro in concomitanza del passaggio del discorso del premier dedicato alla persone normali che alla mattina dopo il risveglio «non rallentano».
ROMANO E MIGLIORE NEW ENTRY. Se c'è chi vuole uscire dal Pd, c'è anche chi ha deciso di entrare lasciando la vecchia via. Come Andrea Romano (ex Scelta civica) o Gennaro Migliore (ex Sel), entrambi alla prima assemblea.
Mentre Alfredo D'Attorre si è detto stanco del modo di comunicare del premier: «Renzi chiudendo le riunioni si fa prendere la mano e gioca al rilancio». Niente pesci in faccia, ma nemmeno niente abbracci.

La galassia del partito, dai fedelissimi ai civatiani

Pippo Civati all'assemblea del Pd.

Quello andato in scena a Roma è stato l'ennesimo faccia a faccia fra diverse correnti e fronde.
Alcune più grandi, come quella bersaniana, alcune piccole o piccolissime.
È la galassia variegata del Pd.
RENZIANI. I fedelissimi del premier-segretario che controllano il 67% della direzione e una quota perfino maggiore dell'assemblea del partito. Ne fanno parte Maria Elena Boschi, Lorenzo Guerini, Debora Serracchiani e Luca Lotti, tra gli altri.
AREA DEM. La componente guidata da Dario Franceschini, che è entrata in maggioranza sostenendo Renzi al congresso e poi la sua decisione di sostituire Letta. Tra i suoi esponenti anche il capogruppo del Pd al Senato, Luigi Zanda.
GIOVANI TURCHI. È l'area che raccoglie un gruppo di 40enni di provenienza Ds.
Uno dei leader dell'area era Stefano Fassina che si è allontanato quando la componente si è spostata su posizioni vicine a quelle di Renzi anche sulla riforma del lavoro e sull'articolo 18.
Il leader è Matteo Orfini, presidente del partito. 'Giovane turco' è anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando.
AREA RIFORMISTA. La componente bersaniana del partito, guidata dal capogruppo alla Camera Roberto Speranza.
Si caratterizza per esprimere al momento l'anima più moderata della minoranza, che punta sul dialogo per ottenere modifiche ai provvedimenti in parlamento ma non vuole rompere e tantomeno sentire passare di scissione.
Tra gli esponenti, Maurizio Martina, Cesare Damiano, Guglielmo Epifani e anche esponenti della segreteria come Enzo Amendola e Micaela Campana.
Alcuni parlamentari di Area riformista, come Alfredo D'Attorre e Davide Zoggia, hanno scelto però una linea più dura nei confronti del governo e deciso di non partecipare al voto sul Jobs act
SINISTRA DEM. L'area che fa capo a Gianni Cuperlo. Ne fa parte chi dopo il congresso ha deciso di non confluire in area riformista.
LETTIANI E BINDIANI. Le componenti che fanno capo a Enrico Letta e Rosy Bindi si sono formalmente sciolte.
Esponenti di spicco delle due aree, come la stessa Bindi e Francesco Boccia, che al congresso aveva sostenuto Renzi, fanno parte di quel gruppo trasversale alle minoranze che ha assunto posizioni molto critiche in parlamento, dal Jobs act alle riforme.
POPOLARI. Raccolti intorno a Beppe Fioroni, al congresso hanno appoggiato Cuperlo, ma sul Jobs act si sono spostati sulle posizioni di Renzi.
CIVATIANI. Rappresentano l'ala più 'estrema' tra le correnti interne. Il suo leader, Pippo Civati, ha più volte ventilato scissioni e un nuovo partito a sinistra. Del suo gruppo fanno parte i senatori Corradino Mineo e Felice Casson.

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