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MAMBO 15 Dicembre Dic 2014 1546 15 dicembre 2014

Questo Pd litiga e basta, l'Italia si sta stufando

Cosa resta dell'assemblea? Niente. L'armistizio è un bene, ma non durerà.

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Matteo Renzi durante l'intervento all'assemblea del Pd.

Che cosa ha detto l’assemblea nazionale del Partito democratico del 14 dicembre al Paese? Niente.
Letteralmente niente. Si è riunito l’organismo più importante del partito che guida il governo e che è il primo in Europa per fare solo chiacchiere, alcune moleste, tipo il fastidioso protagonismo inconcludente di Pippo Civati.
Renziani e anti-renziani dovrebbero riflettere su questo dato.
Il Paese sa solo che la scissione non ci sarà nei prossimi giorni, che c’è una disputa sulla storia dell’Ulivo, che Fassina ha criticato Renzi con la voce in falsetto per l’irritazione che gli montava dentro, che Luca Lotti, descritto come braccio destro di Renzi, è passato dalle faccende fiorentine a occuparsi della scelta del capo dello Stato.
ASTENSIONISMO, CHE SORPRESA... Poi ci si chiede perché centinaia di migliaia di persone, forse milioni, stanno decidendo di non andare a votare.
Nei giorni precedenti, in un crescendo di insulti reciproci, si è svolto un imponente sciopero di Cgil e Uil.
Ci si aspettava che Susanna Camusso dedicasse la domenica a spiegare quel che vuole dal governo, a parte la sua caduta. Anche qui niente.
La crisi italiana è tutta in queste due osservazioni.
Renzi saggiamente non ha forzato il tentativo di buttar fuori i suoi oppositori. Deve eleggere il presidente della Repubblica e cerca di tenersi buoni quanti più deputati è possibile.
MINORANZA, NON C'È IL LEADER. La minoranza ha tante ottime ragioni per allarmarsi dopo le prepotenze del premier, ma non ha linea e leader.
Basta pensare alla storia buffa, se non tragica, che ha visto impegnate le sue forze per bocciare i senatori a vita e non si è accorta che nella nuova Costituzione la guerra a quelle figure la dichiara proprio il premier.
Situazioni di questo tipo, si rassegnino i rottamatori e i nuovisti di ogni genere, se ne sono viste tante nella storia repubblicana e soprattutto in quella prima Repubblica che ha trasferito nella seconda tutti i suoi difetti e nessun pregio.
La Dc nei momenti cruciali, soprattutto a ridosso del voto per il Quirinale, si divideva in tanti tronconi, spesso scaricava sul Paese la propria crisi interna, le questioni più urgenti venivano accantonate.
MANCA ANCORA IL PROGETTO-PAESE. Renzi dice che non sta accantonando niente e che i dossier principali sono alla sua attenzione. Finora si è visto solo quel che vuole rinnovare in tema di mercato del lavoro e di istituzioni. Nient'altro.
Continua a non esserci il progetto-Paese. C’è una strana malattia nella politica di questi anni.
Dapprima ci hanno afflitto i tardo liberisti con la vecchia tesi che bastasse abbassare le tasse per incoraggiare i “ricchi” a investire e così a far ripartire l’economia, il mercato interno, l’occupazione e i salari.
Il risultato è che le tasse sono aumentate e noi stiamo in braghe di tela.
Oggi sembra che basta abolire il Senato (giusta riforma), fare una leggere elettorale che cambia giorno dopo giorno, abolire l’articolo 18 per convincere la signora Merkel. Non è cosi.
ROTTURA PSICOLOGICA COI SUOI. L’armistizio nel Pd, comunque, è una buona cosa. Peccato che non durerà.
C’è un dato che gli osservatori non debbono sottovalutare: si è creata una rottura psicologica fra Renzi e i suoi avversari. Ciascuno diffida dell’altro. Nessuno fa un passo per la legittimazione dell’altro.
Ci vorrebbe un dirigente o un gruppo di dirigenti che sappia percorrere la strada della pacificazione e imporla a un premier prepotente e a una minoranza che lo ha espulso dalla sinistra.
Il momento più alto della politica e della guerra non è lo scontro, ma l’armistizio e il compromesso. Cose che possono fare solo leader veri. Qui non se ne vedono.

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