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INCONTRO 15 Dicembre Dic 2014 1841 15 dicembre 2014

Quirinale, Renzi gioca la carta Prodi per cancellare i 101

Il premier vede il Prof. Candidarlo per il dopo-Napolitano? Difficile. Ma Romano può compattare il Pd, fregare il Cav e lavare la macchia dei traditori del 2013.

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Matteo Renzi e Romano Prodi.

Gli osservatori più smaliziati che di toto-Quirinale si intendono commentano a caldo: «Renzi ha incontrato Prodi per bruciarlo».
Che il nome del Professore, travolto dalla famosa carica dei 101 nella primavera del 2013, abbia ormai poche chance nell’arena dell’elezione del successore di Giorgio Napolitano sembrerebbe acclarato.
Ma di fatto l’incontro a Palazzo Chigi di lunedì 15 dicembre (ufficialmente per discutere di politica internazionale) tra il premier e l’ex premier, fondatore di quell’Ulivo bistrattato per le sue divisioni da Renzi all’assemblea del Pd di domenica 14 dicembre, segna l’inizio del grande risiko quirinalizio.
ROMANO PER COMPATTARE IL PD. Perché di Prodi Renzi stavolta ha bisogno.
Innanzitutto per dare un’immagine di compattezza del Pd a quell’elettorato che non ha mai perdonato la carica dei 101 e poi perché il Professore potrebbe essergli utile per trovare la maggioranza necessaria a eleggere figure ex Dc e uliviste come Pier Luigi Castagnetti e Sergio Mattarella che potrebbero unire il partito e l’area cattolica presente in varie formazioni di centrosinistra.
PADOAN PIACE AGLI ALFANIANI. Questi continuano a essere tra i nomi più gettonati per la corsa al Colle, se Renzi dallo scricchiolante Patto del Nazareno sarà costretto a decidere per l’elezione del capo dello Stato a maggioranza.
Sono nomi che potrebbero farcela alla quarta votazione quando scatterà la maggioranza dei due terzi.
Un terzo candidato, ritenuto tra i più papabili, potrebbe essere il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, gradito anche al Nuovo centrodestra.
E sicuramente meno inviso di Poletti, l’autore del Jobs act, alla minoranza del Pd.

Bersani ha consigliato Renzi: «Romano non puoi non sentirlo...»

Romano Prodi e Pier Luigi Bersani.

L’ipotesi del presidente della Repubblica eletto a maggioranza è stata anticipata da Lettera43.it nel retroscena sul “patto del culatello” tra Renzi e Pier Luigi Bersani, che hanno ripreso a sentirsi e a incontrarsi.
Non a caso sarebbe stato Bersani a caldeggiare in particolare l’incontro tra premier ed ex premier a Palazzo Chigi. «Romano non puoi non sentirlo sul Quirinale, se non altro per un fatto di rispetto, dopo quello che gli capitò...», avrebbe detto Bersani al suo successore alla guida del Pd.
Ma anche Bersani sa bene che la candidatura di Prodi, la cui bocciatura nel 2013 gli costò la segreteria, è difficile se non impossibile.
MACCHIA DEI 101 DA LAVARE VIA. Ciò non toglie, per l’ex segretario, che la carica dei 101 è una macchia da lavare come condizione fondamentale per far ripartire sui giusti binari la partita per il Colle.
«Senza Bersani e Renzi insieme il Pd non va da nessuna parte, a cominciare dall’elezione del capo dello Stato», dice il leader dei Moderati alleati del Pd Giacomo Portas, grande amico di “Pigi”, il quale controlla più di 100 parlamentari.
Altra cosa sono le minoranze interne di Cuperlo e Civati. Se Massimo D’Alema non era presente all’assemblea di domenica per manifesto dissenso, Bersani non è andato perché, assicurano i suoi, «ha veramente problemi alla schiena».
MATTEO HA LA CARTA DI RISERVA. Che “il patto del culatello”, nel quale Prodi ha praticamente un ruolo da candidato “fantoccio”, sia la vera carta di riserva alla quale sta lavorando Renzi in sostituzione del patto del Nazareno, lo conferma l’uscita di Silvio Berlusconi che ha tuonato: «Del patto fa parte l’elezione del capo dello Stato».
E soprattutto la durissima uscita del capo dei dissidenti interni a Forza Italia Raffaele Fitto: «All’appuntamento per il Quirinale Forza Italia rischia di arrivare in una condizione di marginalità e di irrilevanza. Serve una nuova semina e un nuovo protagonismo di Forza Italia».
FORZA ITALIA, RISCHIO FRANCHI TIRATORI. Chiosa l’ex governatore pugliese e mister preferenze alle europee: «Da molto tempo sono dispiaciuto di dover svolgere nel mio partito un ingrato e doloroso ruolo di Cassandra, indicando con anticipo problemi e nodi, che, in realtà, dovrebbero essere ben chiari a tutti».
Tradotto: Forza Italia si è “dissanguata” per il patto del Nazareno, con una posizione “subalterna a Renzi” e ora rischia di non sedersi neppure al tavolo dove si danno le carte per l’elezione del capo dello Stato.
Ed è chiaro anche il pericolo sempre più concreto che compaiano franchi tiratori all'interno del partito berlusconiano.
SILVIO: «NO A UN ALTRO COMUNISTA». Di certo Berlusconi le sue intenzioni le ha fatte intendere più volte. «Non voglio un altro comunista al Colle, stavolta il capo dello Stato lo decidiamo anche noi...», ha ripetuto in questi giorni più volte il leader con i suoi, adombrando la minaccia di sfilarsi sulle riforme istituzionali.
Eventualità esplicitata da Renato Brunetta e Mara Carfagna.
Il capogruppo di Fi alla Camera, in particolare, ha scritto una lettera aperta a Silvio: «Le riforme io le chiamo Renzicum e Senaticum. Non c'entrano nulla con quanto si stipulò il 18 gennaio. Non era nato, quel Patto, per approdare a questi mediocri compromessi all'interno del Pd e all'interno della maggioranza di governo».
Ma, intanto, il risiko quirinalizio è già partito.
Ed è iniziato proprio con un incontro a Palazzo Chigi tra Renzi e quel Romano Prodi tanto inviso al Cav.

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