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NUOVE FORMAZIONI 16 Dicembre Dic 2014 1345 16 dicembre 2014

Germania, Pegida: l'odio anti-Islam spaventa Berlino

Prima protestavano contro gli immigrati. Oggi vogliono fermare l'islamizzazione dell'Ue. L'ascesa del movimento xenofobo guidato da un cuoco pluricondannato. Che fa leva sulle paure dei tedeschi.

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da Berlino

Pegida è l'acronimo di Patrioti europei contro l'islamizzazione dell'Occidente.

Sfilano in corteo per le strade il lunedì, come facevano nel 1989 i cittadini della Repubblica democratica tedesca (Ddr) nelle serate di Lipsia e, per meglio far capire l'antifona, si sono appropriati anche del loro slogan più famoso: «Wir sind das Volk» (Noi siamo il popolo).
IN PIAZZA CONTRO L'ISLAM. Le migliaia di persone che, settimana dopo settimana, hanno irrobustito il movimento civico divenuto noto con l'acronimo Pegida, non lottano però per qualcosa, come quelli dell'89 manifestavano per la libertà, ma contro qualcosa: l'islamizzazione dell'Occidente.
Il nome per esteso suona a un tempo patetico e millenaristico: Patrioti europei contro l'islamizzazione dell'Occidente.
BASI DEL NUOVO PARTITO. Da qualche tempo, nessun osservatore prende più sottogamba questo fenomeno che, se avrà la capacità di resistere all'inevitabile logoramento dei rituali delle marce, potrebbe fornire le basi per un solido e duraturo raggruppamento socio-politico dai tratti populistici, a destra dei tradizionali partiti cristiano-democratici, che appaiono spiazzati.
Oltre ai gruppuscoli neonazisti, l'Alternative für Deutschland nutre l'ambizione di diventare il braccio politico di questo movimento, qualora la sua evoluzione riuscisse a schivare derive più radicali.
XENOFOBIA E SVASTICHE. Complice l'emergenza profughi dalla Siria, che ha obbligato il governo a programmare nuovi centri d'accoglienza in vari angoli del Paese, da mesi la Germania è attraversata da proteste più o meno vistose organizzate dai cittadini dei quartieri interessati, nelle quali si mescolano sempre più spesso esponenti dei movimenti della destra radicale: a Berlino, Kassel, Colonia, Düsseldorf, Unna.
A Vorra, vicino Norimberga, sono stati dati alle fiamme tre edifici appena ristrutturati che avrebbero dovuto ospitare i profughi: sui resti anneriti sono state disegnate svastiche e slogan xenofobi.

Dai delusi della politica ai neonazi: chi sfila per le strade il lunedì sera

Lutz Bachmann è il leader di Pegida.

Ora il centro del sisma pare essersi concentrato a Dresda, dove dall'inizio di ottobre, ogni lunedì sera, un'umanità composita fatta di ceto medio impaurito, hooligan del calcio, delusi dalla politica, seguaci di teorie complottistiche e neonazisti ringalluzziti si mette in marcia per il centro cittadino, scandendo slogan contro il fantasma di Eurabia, l'Europa islamizzata.
15 MILA IN MARCIA. Agli inizi erano in 500, poi di colpo le manifestazioni si sono ingrossate. Nell'ultimo mese il salto di qualità: l'8 dicembre hanno sfilato in 10 mila, il 15 dicembre in 15 mila.
La protesta sta assumendo la dimensione di un movimento di massa, difficile trovare nella Germania di oggi un partito capace di mobilitare così tante persone per un'iniziativa politica.
BACHMANN È IL LEADER. Non è facile neppure individuare capi riconosciuti, anche se alcuni volti noti fanno storcere il naso.
È il caso di Lutz Bachmann, di professione cuoco e alle spalle una fedina penale ricca di condanne per droga, furti, aggressioni. Eppure di Pegida pare il portavoce: è lui che da un palco formato da un container aperto sobilla la folla contro i politici, gli immigrati e i giornalisti.
ODIO PER I GIORNALISTI. La stampa è odiatissima in quanto portatrice sana di cultura mainstream, del politicamente corretto che travisa consapevolmente la realtà e trasmette una visione distorta, ma utile a puntellare il sistema.
L'accusa: che si tratti di immigrazione o di Ucraina, di Vladimir Putin o di Europa, da tivù e giornali arrivano solo bugie. E dunque con i giornalisti non si parla, a meno che non si tratti degli inviati di Russia Today, loro invece amatissimi.
MISCELA DI TENSIONI. Tuttavia è un calderone ancora troppo indistinto, nel quale converge una miscela di tensioni che la Germania ufficiale non immaginava potessero covare nella sua pancia apparentemente satolla: xenofobi e anti-islamici, sciovinisti e antieuropeisti, borghesi declassati dalla crisi e cittadini impauriti dall'universo della globalizzazione, difensori di radici cristiane e populisti anti-establishment, teorici della fine della democrazia rappresentativa e uomini di mezza età preoccupati per la pensione.

La ricerca di soluzioni semplicistiche ad ansie e paure

Un manifesto di Pegida per fermare l'islamizzazione dell'Europa.

Quel che distingue il movimento di Dresda dai tanti movimenti sorti spontaneamente in tutta la Germania nell'ultimo anno è proprio l'estrema eterogeneità delle ansie e delle paure e la ricerca di soluzioni semplicistiche quanto impraticabili.
Rispetto alle cento Tor Sapienza tedesche che protestano per l'insediamento di un centro profughi, i patrioti europei offrono la rappresentazione plastica del disagio del ceto medio che teme di perdere (e forse ha già perduto) il suo ruolo di architrave della società.
CETO MEDIO DELUSO. Un ceto medio lacerato da lavori mal retribuiti, disuguaglianze crescenti e smarrimenti esistenziali, che ha perso la fiducia nella politica tradizionale, che forse legge e si istruisce meno rispetto al passato, esponendosi al vento di slogan irrazionali e alla caccia al capro espiatorio: in questo caso l'Islam.
LA PAURA DEL PASSATO. Nulla di troppo diverso da quel che negli ultimi due decenni è accaduto un po' ovunque in Europa, dove i populismi sono spuntati e poi cresciuti dall'Italia all'Austria, all'Olanda alla Gran Bretagna, dall'Ungheria alla Polonia, dalla Svezia alla Finlandia e alla Francia.
Ma in Germania l'emersione di un tale calderone fa più paura, perché il passato è stato negli ultimi 40 anni un macigno da rielaborare continuamente e non un imbarazzante fardello da nascondere sotto il tappeto. E fa più paura perché il presente offrirebbe anche visioni diverse.
PAESE CHE RESTA AMATO. Secondo un recente rapporto, la Germania è il secondo Paese dove si vorrebbe andare a vivere dopo gli Stati Uniti, un riconoscimento che dovrebbe inorgoglire un popolo da sempre ansioso di piacere agli altri.
Inoltre le statistiche interne assicurano che il lavoro degli stranieri consegna ogni anno al bilancio nazionale 22 miliardi di euro di surplus. Mai come oggi, insomma, la ricchezza dei tedeschi (e le loro pensioni) dipendono dalla presenza degli immigrati.
SILENZIO DALLA POLITICA. Il flusso di profughi dalla Siria porta in gran parte uomini e donne dotati di livelli di istruzione molto elevati, esattamente quel di cui ha bisogno la qualificata industria tedesca.
Su questi punti vorrebbe incentrarsi la reazione della politica tradizionale: un'opera pedagogica di spiegazione della realtà che coinvolga quanti oggi marciano, ma sono ancora disponibili a riaprire il dialogo con il sistema. Ammesso che non sia già troppo tardi.

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