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DIPLOMAZIA 16 Dicembre Dic 2014 2245 16 dicembre 2014

Palestina, gli Usa minacciano il veto

Kerry avverte: «No alla risoluzione per il ritiro israeliano». Ma Ramallah va avanti comunque.

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Il presidente palestinese Abu Mazen.

La situazione tra Israele e Palestina deve cambiare, ma non nella direzione scelta da Ramallah. Il segretario di Stato Usa John Kerry è impegnato in continui tentativi per far ripartire in qualche modo i colloqui.
Dopo aver visto il premier israeliano Benjamin Netanyahu a Roma il 15 dicembre, si è incontrato il 16 a Londra col capo negoziatore palestinese Saeb Erekat, per convincere la leadership palestinese a non portare in Consiglio di Sicurezza dell'Onu una risoluzione che chiede il ritiro di Israele dai territori occupati entro due anni.
RISULTATI SCARSI. I risultati non appaiono però incoraggianti. Dopo la riunione di Londra, una fonte palestinese ha fatto sapere da Ramallah che Kerry ha preannunciato che, se il documento dovesse essere messo al voto, ci sarebbe il veto degli Usa, mentre i palestinesi hanno affermato che non importa, e che hanno comunque intenzione di andare avanti.
Con i negoziati diretti interrotti da aprile, i palestinesi si preparano a presentare il testo all'Onu, attraverso la Giordania, e Netanyahu aveva esplicitamente chiesto a Kerry di apporre il veto.
KERRY TEME DI SCONTENTARE GLI ALLEATI ARABI. Pubblicamente, il capo della Diplomazia americana non ha però ancora detto sì, anche perché un voto del genere susciterebbe ancora una volta il risentimento degli alleati arabi degli Usa, molti dei quali sono ora peraltro impegnati in maniera attiva anche nella coalizione anti-Isis.
Frattanto, la Francia ha a sua volta avviato un tentativo di mediazione con una sua proposta di risoluzione che chiede il ritorno al tavolo negoziale a israeliani e palestinesi per giungere in due anni un accordo sulla soluzione dei due Stati.
Netanyahu è tuttavia contrario anche a questa prospettiva. «Ho detto a Hollande che giudico questa mossa negativa» e «contraria a un accordo di pace e a futuri negoziati», ha affermato il premier israeliano.

Tour de force europeo di Kerry

Il segretario di Stato Usa John Kerry.

Kerry ha visto a Roma il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, Netanyahu e il premier Matteo Renzi. Poi, sulla via per Londra, ha fatto scalo a Parigi, dove in una saletta riservata dell'aeroporto di Orly si è incontrato con i ministri degli Esteri francese Laurent Fabius, britannico Philip Hammond, e tedesco Frank Walter Steinmeier. E ha anche parlato al telefono con il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukri, mentre il 16 dicembre aveva in agenda incontri a Londra con Erekat, con il segretario generale della Lega Araba Nabil el Arabi e con l'emissario del quartetto internazionale per il Medio Oriente Tony Blair.
VOTO IN CINQUE STATI. Il tutto sullo sfondo del voto dei parlamenti di Portogallo, Francia, Spagna, Gran Bretagna e Irlanda che hanno chiesto ai rispettivi governi di riconoscere la Palestina, come ha già fatto il governo svedese. Una fuga in avanti che ha irritato il premier israeliano, il quale in una nota ha affermato che «i tentativi di palestinesi e diversi Paesi europei di imporre condizioni a Israele porteranno solo a un deterioramento della situazione regionale e metteranno Israele in pericolo».
E anche il suo ministro degli Esteri Avigdor Lieberman lo ha incalzato affermando che se Israele non dovesse prendere l'iniziativa e presentare un piano diplomatico, le sue relazioni con i Paesi occidentali sono a rischio. «Non dobbiamo restare con le mani in mano», ha detto.
LA GIORDANIA NON HA FRETTA. L'ambasciatore della Giordania all'Onu, Dina Kawar, ha fatto intanto sapere di non avere fretta di presentare la risoluzione palestinese al Consiglio di Sicurezza. «Kerry si sta incontrando in Europa con diversi ministri e aspettiamo di vedere cosa succede», ha detto, dando così al segretario di Stato americano del tempo prezioso per portare avanti la sua complicatissima missione. Ma da Ramallah, un consigliere del presidente Abu Mazen ha invece affermato che la risoluzione è attesa per il 17 dicembre sul tavolo del Consiglio di sicurezza, comunque.

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