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MAMBO 17 Dicembre Dic 2014 1149 17 dicembre 2014

Quirinale, il totonomine è uno spot devastante per la politica

È partita la corsa al dopo-Napolitano. Che è sempre a discapito della trasparenza.

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Roma: il palazzo del Quirinale, sede del presidente della Repubblica.

Confesso: non riesco a fare un toto-nomine per il Quirinale.
Non sono fra quelli che si mostrano distaccati e un po’ disgustati dalla piega del dibattito politico al punto da fingere disinteresse sul dopo Napolitano.
No, io sono molto curioso di sapere chi sarà il /la prescelto/a, ma mi sfuggono gli schemi su cui fare ipotesi.
OGNI GIORNO UN NOME NUOVO. Tutti, a cominciare da Matteo Renzi, dicono che dovrebbe essere un presidente votato dalla maggioranza del parlamento. Poi si scopre - guarda un po’! - che non è possibile mettere assieme M5s e Forza Italia e forse è difficile mettere assieme tutti i Dem e tutti i berlusconiani.
Ogni giorno che dio manda in terra c’è un candidato prevalente.
È passata la stagione delle Pinotti, oggi abbiamo quella di Pier Carlo Padoan e sempre sullo sfondo quella di Mario Draghi.
Nel frattempo in panchina ci sono Giuliano Amato, Walter Veltroni e Anna Finocchiaro. Si suggeriscono anche nomi rispettabili, ma più pallidi, come Dario Franceschini o Pierluigi Castagnetti. Incombe Romano Prodi.
UNA PARTITA CHE PUÒ SFUGGIRE DI MANO. Quello che manca è il cosiddetto mazziere. Renzi dovrebbe svolgere questo ruolo ma lui, giustamente, tiene coperte le sue carte, e non fa neppure capire sia lo schema di gioco sia che tipo di personalità vuole al Quirinale.
Si sta muovendo un po’ come l’onesto Pier Luigi Bersani, che nel giro di poche ore propose un candidato gradito al centro-destra, Franco Marini, e poi uno avverso, come Romano Prodi.
Alla fine il rischio più evidente è che la partita sfugga di mano e venga interamente controllata da qualche animale politico in grado di tessere una tela trasversalissima, mettendo assieme forze diverse e opposte. Accadde così per l’elezione di Giovanni Gronchi, portato al Quirinale da pezzi di Dc dal Pci e dal Msi.
L’idea che tenere coperto il nome del proprio candidato serve a non bruciarlo rappresenta forse una scorciatoia furbesca, ma è anche la più dura autocritica della politica.
SERVIREBBE PIÙ TRASPARENZA. L’ideale sarebbe che si facesse una rosa di nomi, e la facesse pubblicamente il presidente del Consiglio in quanto segretario del partito di maggioranza, e le forze politiche dibattessero davanti alla pubblica opinione sulle caratteristiche dei candidati. Sarebbe una prova di trasparenza.
Invece avremo lo spettacolo ridicolo delle grilline “quirinarie”, i nomi sussurrati per bruciarli, le manovre per far confluire voti su un quisque de populo.
L’Italia politica non coglierà neppure questa volta l’occasione di essere trasparente. Come accade, invece, per l’elezione dei rappresentanti di classe nelle scuole o in altre vicende elettive che la gente comune si trova ad affrontare.
Il mistero attorno ai candidati veri alla presidenza è lo spot più devastante che la politica manda in onda.

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