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INTERVISTA 18 Dicembre Dic 2014 1429 18 dicembre 2014

Scissione Pd, Civati: «A Grillo preferisco Tsipras»

ESCLUSIVO. Nega di voler la scissione. Ma è certo che «un soggetto politico a sinistra del Pd si farà». Civati a L43: «Io col M5s? Neanche negli incubi peggiori».

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Non ha votato lo Sblocca Italia, l'Italicum e il Jobs Act. È scettico sul progetto di riforma costituzionale del Senato. Contesta lo schema delle larghe intese, critica le politiche economiche del suo partito, azionista di maggioranza del governo.
Eppure, per il momento, continua a far politica con il Pd. Ma cosa vuole davvero Pippo Civati?
«SCISSIONE NEL PD? PIACE A VOI GIORNALISTI». L'ex compagno di rottamazione di Matteo Renzi, il secondo più votato alle primarie del Pd e, stando a un recente sondaggio di Piepoli, anche la personalità che avrebbe maggior consenso come leader di una nuova formazione politica di sinistra, nega di avere in mente l'ennesima scissione: «Questa parola piace a voi giornalisti ma a me non interessa per niente. Mi preoccupa invece che una parte della sinistra e di Paese non si senta rappresentata da questo Pd», dice a Lettera43.it.
Napolitano invita a non sprecare tempo e inchiostro parlando di elezioni e scissioni che creano solo instabilità? «Va tutto bene, ma se Alfano non si fosse scisso da Berlusconi, saremmo andati a votare nel 2014. Se un pezzo di Sel e Sc non si fosse scisso e non fosse confluito nel Pd, non avremmo parlato di allargamento a destra e a sinistra. E dagli applausi destinati a Currò, solo per il fatto che si scinda, dobbiamo desumere che lo stesso tipo di scissione si auspichi anche nel M5s».

Pippo Civati, parlamentare del Partito democratico.



DOMANDA. Civati lei dice di non voler fondare un nuovo partito, ma annuncia che non si candiderà col Pd se dovesse proseguire su questa strada politica. Non lo trova un po' contraddittorio?
RISPOSTA. Intanto faccio due considerazioni. Renzi dice di voler andare avanti fino al 2018. In realtà tutti i segnali dicono che vuole portarci al voto a maggio insieme alle Regionali in una grande festa in cui lui ritiene di stravincere, non si capisce bene con quale sistema elettorale.
D. L'Italicum.
R. Non sono tutti degli allocchi in parlamento, hanno capito le sue intenzioni e credo che sulla legge elettorale gliene faranno di tutti i colori. Io in ogni caso non ho nessuna paura delle elezioni e penso che questa legislatura debba comporsi e finire.
D. È la strada scelta da Abe in Giappone, elezioni anticipate. Ma con un debito pubblico a 2.157 miliardi di euro, vicino alla soglia greca del commissariamento, e il rinvio a marzo della commissione Ue, le sembra una scelta assennata?
R. Queste sono esattamente le motivazioni per cui qualcuno pensa che sarebbe complicato proseguire con questa legislatura: non perchè ci sono i frenatori, ma per gli indicatori economici.
D. Il ricorso alle urne sarebbe in ogni caso un'operazione ad alto rischio per il Paese.
R. Ricordo che Letta aveva detto che si andava a votare nel 2015. L'impegno iniziale di questa legislatura era quello. Il problema è dire una cosa e volerne fare un'altra, è la prima contestazione che faccio a Renzi. Se davvero si va fino al 2018 smettiamola di accelerare su cose che non hanno nessuna fretta e non rinviamone altre più importanti, come per esempio la giustizia.
D. Molti interventi sono stati avviati, dalle misure sulla corruzione alla responsabilità civile dei giudici.
R. È una danza della morte con decine di riformette e disegni di legge che continuano a sovrapporsi. La commissione Grasso, con il pacchetto di norme sulla legalità elaborato dal presidente del Senato, è bloccata da sette mesi. Sulla prescrizione adesso sembra che arrivi un altro testo ancora..
D. Dunque per lei meglio il voto.
R. Non è un problema andare a votare di per sé, l'importante è che lo si spieghi agli elettori, al parlamento, all'Europa. In ogni caso, se si andasse a elezioni io non potrei condividere una campagna elettorale in cui volantiniamo il Jobs act, la riforma del Senato - che a quel punto non saremo riusciti a fare -, le idee sul modello di sviluppo Sblocca Italia. Per questo sto elaborando un progetto di governo diverso con tutti i soggetti che abbiamo coinvolto a Bologna per il patto Repubblicano. Se Renzi accetta di discutere bene, se no amici come prima.
D. Vede, torna a ventilare una scissione.
R. Non mi interessa la scissione, si tratta di un progetto politico alternativo. Se vuoi fare il Partito della nazione benissimo, ma è il Partito della nazione meno Civati, perchè quell'idea di una forza centrista che pesca a destra e sinistra e che fa del trasformismo più o meno dichiarato un metodo politico a me non interessa. Sono per un bipolarismo vero.
D. Continua a non essere chiaro cosa vuole Civati.
R. Ogni giorno, ogni ora, c'è qualcuno che mi chiede di fare un partito a sinistra del Pd. Sto resistendo, perché credo in un progetto di governo serio, grande, come doveva essere quello dei democratici. Ma segnalo però che da una parte quel progetto si è allontanato dalla sua cultura politica e dall'altra che un pezzo di sinistra è particolarmente preoccupata, spaventata, non si sente rappresentata. Se questa cosa non interessa a nessuno è chiaro che la mia prima conseguenza sarà fare un'altra cosa, cedere a quelle lusinghe.
D. Esiste lo spazio per un nuovo partito a sinistra?
R. C'è ed è anche grande. Se anche io dovessi rimanere nel Pd o ritirarmi a vita privata qualcuno, in queste condizioni, un soggetto politico a sinistra del Pd lo fa.
D. E con chi? Con Sel? Con la Fiom?
R. C'è un asse anche più ambizioso di collegamento con altre realtà europee. L'esperienza di Tsipras, al di là della sua declinazione italiana, dimostrerà che un partito di una sinistra più rigorosa di quella a cui ci siamo abituati può ottenere un bel risultato.

«Alleanze coi grillini? Neanche nei miei incubi più strani»

D. Lei pensa a una sinistra con ambizioni di governo, quindi.
R. Se faccio l'esempio di Tsipras, è quello che a cui penso.
D. C'è già una piattaforma?
R. Il Patto repubblicano presentato a Bologna ha quella funzione. I 10 punti saranno riempiti di proposte più dettagliate. A quella iniziativa hanno aderito una serie di forze che vanno da alcuni esponenti di Sel ai Verdi a Francesco Campanella, fino ai socialisti alla sinistra liberale. Ci stiamo ragionando. È un testo che proporremo al parlamento e anche al Pd. Se il partito dirà che non gliene frega niente, quello sarà il punto di passaggio.
D. O di rottura.
R. La rottura non è con Civati o con la sinistra dem, ma con una parte consistente del Paese, con le forze sociali, culturali e anche intellettuali. Faccio notare che è la prima volta nella mia vita che vedo le piazze piene contro il Pd.
D. 80 euro al mese a 10 milioni di italiani. La soluzione di vertenze importanti come quella di Gela e di Piombino. L'ipotesi di un intervento pubblico per salvare l'Ilva. Le sembrano azioni di un governo di destra?
R. Se metto insieme Jobs act, riforme e Sblocca Italia, è un governo del Nuovo Centrodestra. Lupi festeggia lo Sblocca Italia, Sacconi la riforma del lavoro. C'è qualcosa che non va.
D. Eppure al Jobs Act ha lavorato tra gli altri anche Filippo Taddei, sostenitore della sua mozione congressuale che comprendeva la riforma del lavoro.
R. Non so se Filippo sia uno dei principali ideatori del Jobs Act, diciamo che si è convertito a una lettura un po' più sbrigativa di alcuni passaggi.
D. Intende una lettura più liberista?
R. Diciamo più liberalizzatrice, perchè gli voglio bene. Ma le divisioni sono emerse. Il contratto unico di Tito Boeri fui io a portarlo alla prima Leopolda, ma era unico per davvero, eliminava tutte le schifezze che ci sono in giro e avrebbe assorbito quasi tutto il precariato. Con il Jobs Act non sarà così. Le tutele crescenti rischiano di essere molto lunghe, non discutono il ricorso al precariato, e soprattutto non ci sono le risorse per gli ammortizzatori sociali universali che Renzi aveva promesso.
D. E quindi lei si allea con Fassina, che era viceministro dell'Economia durante il governo Letta e ha appoggiato le larghe intese con Monti.
R. Ma io non penso che sia tutta colpa di Renzi. È la formula delle larghe intese che ha cambiato il quadro politico. Il mio interesse ora è capire se c'è un ravvedimento nel Pd su questa impostazione.
D. Prima il suo partito dovrà superare lo scoglio dell'elezione al Quirinale, evitando i disastri di un anno fa. Il suo candidato ideale resta Prodi?
R. Se Prodi facesse il presidente della Repubblica io sarei contento e sarebbe una bella notizia per il nostro Paese.
D. Servirebbero però i voti dei grillini per eleggerlo. Crede che il Movimento 5 stelle potrebbe davvero appoggiare questa candidatura?
R. Ufficialmente è difficile, perché c'è una specie di richiamo della foresta che li porta sempre a un ribellissimo e a una indisponibilità totale a discutere soluzioni. Prodi è un uomo molto ingombrante, forse sarebbero più disponibili a nomi meno rappresentativi di una parte. Eviterei solo di rifare la stessa cosa di un anno fa.
D. Ci sono altre figure politiche su sui è possibile trovare una convergenze o si rischia di nuovo l'impasse dello scorso anno?
R. Credo che la vicenda delle ultime elezioni bruci ancora, spero ci sia maggiore responsabilità da parte di tutti. E spero che il criterio di scelta non sia «è più amico di quello o di quell'altro», perché il presidente della Repubblica non deve fare da sponda a un partito, ma essere una garanzia per tutti.
D. Lei ha sempre sostenuto la necessità di un dialogo con i cinque stelle. Ne è ancora convinto dopo l'alleanza dei grillini con la destra di Farage a Bruxelles e la proposta di uscita dall'euro?
R. Con loro poteva esserci convergenza su alcuni temi, ma Grillo ha un grande problema che è quello della democrazia interna.
D. Ha fatto però una scelta politica precisa che è quella del no euro. Il Pd può immaginare alleanze con una formazione antieuropeista?
R. Dopo la primavera del 2013 le strade si sono allontanate al punto che io non sogno nemmeno di notte, negli incubi più strani, di fare un'alleanza stretta con il M5s. Ormai si sono schierati a destra per recuperare consenso su alcuni temi.

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