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ANALISI 18 Dicembre Dic 2014 1047 18 dicembre 2014

Siria, Ucraina, Palestina: forza Italia, fatti valere

Roma al centro di colloqui di alta valenza geopolitica. Ma il governo non fa sentire la propria voce. E si limita a discutere di problemi interni.

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Il premier Matteo Renzi.

Roma si è trovata nei giorni scorsi al centro di colloqui di alta valenza geopolitica. Dal premier israeliano Netanyahu ai ministri degli Esteri degli Stati Uniti (Kerry) e della Russia (Lavrov).
Occasione ghiotta per far sentire la voce del governo italiano sui nevralgici temi all’ordine del giorno: processo di pace, Siria, Ucraina, eccetera.
Ma di questa voce non c’è traccia: per riserbo richiesto dalle controparti, perché ritenuta poco interessante per l’opinione pubblica italiana o per la sua irrilevanza?
Sarei tentato di rispondere, ma lascio il quesito aperto per stimolare una riflessione al riguardo in un momento in cui l’Italia appare fin troppo concentrata sui propri problemi interni.
E per occuparmi dei dossier di questi colloqui che Kerry ha proseguito a Parigi (coi colleghi tedesco, francese e britannico) e Londra (negoziatore palestinese, Lega araba e Blair quale rappresentante del Quartetto).
SIRIA, LA LOTTA ALL'ISIS È LA PRIORITÀ. Sulla Siria è filtrato ben poco. Eppure vi si sta si sta giocando una delicatissima partita in cui real politik e ambiguità la fanno da padrone sullo sfondo di una tragedia umanitaria per descrivere la quale mancano ormai non solo le parole ma anche la disponibilità della Comunità internazionale a fronteggiarla adeguatamente.
Rileva soprattutto il fatto che la lotta contro l’Isis sembra essersi ormai affermata come la priorità delle priorità – anche se con modesti risultati - mentre il bersaglio Bashar al Assad si sta defilando a vantaggio di opzioni di transizione politica (“zone congelate” di Staffan De Mistura, Ginevra3, e via dicendo) implicanti malcelate garanzie per il regime, se non per lo stesso Assad, non certo compensate dai piani di addestramento delle forze di opposizione, piuttosto lenti per la verità, in vista di un ormai futuribile suo rovesciamento.
Con l’aggravante dell’ampio spazio d’azione lasciato alle milizie jihadiste, che sono affluite (e affluiscono) in Siria, grazie alla voluta porosità della frontiera turca, per abbattere Assad. C’è da sperare che non trovino punti di convergenza, anche strumentalmente, con l’Isis.
UCRAINA, UNO SPIRAGLIO IN FONDO AL TUNNEL. Sull’Ucraina esiste uno spiraglio anche se fragile. Obama ha dalla sua la possibilità di fermare le nuove sanzioni contro Mosca votate dal Congresso - l’Ukraine Freedom Support Act che prevede anche un aiuto militare per 350 milioni di dollari - e sta usando questa leva per avere contro-assicurazioni da parte russa.
La chiave sta nei termini in cui si potrà porre la condizionalità, evocata da Lavrov, dell'“equilibrio dei rispettivi interessi” legata agli accordi di Minsk del 5 e del 19 settembre e alla urgenza, ribadita dallo stesso ministro russo, di riunire il Gruppo di contatto (Kiev, Mosca, Osce e separatisti), cosa che non si è ancora materializzata, per responsabilità di Kiev, malgrado l’accordo di principio raggiunto al riguardo tra Kiev e Donbass tra il 9 il 12 dicembre.
L’Unione europea, sollecitata dal premier Yatseniuk a dare più aiuti economici e fiscali, ha notevoli possibilità di svolgere un ruolo incisivo in proposito, d’intesa con Washington, per superare l’impasse attuale. C’è da chiedersi se saranno d’ausilio in tale direzione le nuove sanzioni approvate giovedi 18 dicembre per la Crimea.

Processo di pace, all'Onu arrivano due progetti di risoluzione

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Il dossier più urgente era quello del processo di pace giacchè sul tavolo dei 15 membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si stanno depositando due progetti di risoluzione. L’uno promosso da Francia, Germania e Inghilterra mirante a rilanciare il negoziato in vista di un accordo di pace imperniato sull’opzione dei due Stati entro due anni. Parametro di riferimento le linee del cessate il fuoco pre guerra dei sei giorni come base del futuro Stato palestinese.
L’altro, elaborato congiuntamente da parte palestinese e dalla Lega araba, richiede per contro il riconoscimento dello Stato della Palestina e il ritiro di Israele dai “territori occupati” entro la fine di novembre del 2016.
Netto il rifiuto di entrambe da parte del premier israeliano Netanyahu che, partendo dalla premessa di non vedere una ragione per la quale gli Stati Uniti dovrebbero cambiare la posizione tenuta negli ultimi 47 anni - la soluzione del conflitto deve essere il frutto del negoziato tra le parti -, ha sottolineato l’aspettativa di un veto americano a qualsivoglia tentativo, palestinese o europeo, sullo status palestinese.
BRACCIO DI FERRO USA-PALESTINA. E qualche garanzia in tal senso deve averla ricevuta, almeno per quanto riguarda la fissazione di termini e correlati automatismi. Del resto lo stesso Obama ha ripetutamente rifiutato le risoluzioni che puntino a uno sbocco che non sia il risultato del negoziato tra le due parti.
Contrario al progetto di risoluzione arabo-palestinese, il 16 dicembre Kerry, presente anche Blair nella sua veste di rappresentante del Quartetto, non è riuscito a dissuadere il palestinese Erekat né il segretario generale della Lega araba Nabil al-Arabi a rinunciare a presentarlo in Consiglio.
E ha fatto intendere che gli Usa sono pronti a porre il veto, convinti anche del fatto che ciò non distoglierà i Paesi arabi dalla collaborazione in atto contro l’Isis.
Resta il progetto di risoluzione franco-tedesco-britannico che il ministro degli Esteri di Parigi, suo proponente iniziale, ha dichiarato ottimisticamente suscettibile di risultare accettabile per “tutti”.
MOGHERINI, UN TWEET E POCO ALTRO. Vedremo se dalla collaborazione potrà emergere, come molti sperano, un’inedita quadratura del cerchio, in grado secondo il palestinese Shtayyeh di risultare accettabile anche per i cittadini di Gaza e West Bank.
È lecito dubitarne, mentre sembra scontata la decisione palestinese di cominciare a chiedere l’adesione a organizzazioni internazionali sensibili come la Corte criminale internazionale. Con ricadute temibili per Israele.
Intanto in un suo tweet l’Alto rappresentante dell’Unione europea Federica Mogherini ha fatto sapere di aver parlato al telefono con Kerry e Abu Mazen per discutere del processo di pace in Medio Oriente.
Meglio sarebbe stato vederla accanto ai colleghi britannico, francese e tedesco. Per il profilo dell’Europa, in ordine sparso anche in quest’occasione, e per il prestigio dell’Alto rappresentante.

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