TERRORISMO 19 Dicembre Dic 2014 1500 19 dicembre 2014

Guantanamo, Obama e i detenuti ripudiati da tutti

Dopo il disgelo con Cuba, gli Usa vogliono rilasciarne decine. «No» delle carceri americane. All'estero nessuno vuole accoglierli. Si attiva il Vaticano. Foto.

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Prima il disgelo con Cuba, presto lo stop di Guantanamo.
Tra i desideri di Barack Obama per l'anno nuovo c’è, al primo posto, la chiusura del campo di torture legalizzate, promessa al suo arrivo alla Casa Bianca e, suo malgrado, mai completata (foto).
È ancora più dura che togliere l’embargo all’isola dei Castro.
Il presidente degli Usa sa di avere poco tempo, prima dell’insediamento, nel 2015, delle maggioranze repubblicane a Camera e Senato.
Dunque spinge l’acceleratore al massimo, alla ricerca di alleanze e consenso tra l’opinione pubblica.
VATICANO PRONTO ALL'AIUTO. La prigione dei sospetti terroristi nella base navale americana a Cuba è stata tra gli argomenti di punta nell’ultimo incontro, nella Santa sede, tra il segretario di Stato americano John Kerry e il suo omologo vaticano, Pietro Parolin, braccio destro di Francesco che tanta voce in capitolo ha avuto nella mediazione tra Obama e la famiglia Castro degli ultimi mesi.
A Kerry il presidente degli Usa ha ordinato di «lavorare sodo sulla chiusura di Guantanamo».
«Vuole vedere assolutamente maggiori progressi e vuole anche che il Congresso rimuova le restrizioni imposte, per andare avanti su questo fronte», ha annunciato il suo team anti-terrorismo.
LA TRINCEA DEL CONGRESSO. L’ultimo desiderata è come l’erba voglio: Camera e Senato hanno sempre bloccato i progetti per trasferire i sospetti terroristi nelle prigioni Usa, figuriamoci se il Congresso sarà interamente controllato dai repubblicani.
Nel 2009 Obama firmò un ordine esecutivo sulla «chiusura appena possibile di Guatanamo, non oltre un anno dalla data di questo ordine».
Il termine è clamorosamente scaduto, ma il suo mandato continua. E, negli ultimi due anni, pare pronto a tentare il tutto per tutto.

Smantellare la struttura? Più complesso del previsto

L’ordine esecutivo di Obama prevedeva anche la revisione di tutti i casi dei prigionieri a Guantanamo e delle loro condizioni di detenzione, lo stop ai procedimenti di fronte alle commissioni militari e la fine all'uso della detenzione segreta per lunghi periodi di tempo e delle «tecniche rinforzate d'interrogatorio».
Buone intenzioni a parte, smantellare la struttura si è poi rivelato parecchio più complesso del previsto, non solo per l’ostruzionismo dei repubblicani. A parole, in tanti erano d’accordo con il presidente, per tacitare lo scandalo mondiale delle torture.
OBAMA CI RIPENSÒ IN 5 MESI. Ma in pochissimi - anche tra l’opinione pubblica e anche tra i democratici - sono disposti a far entrare negli Usa i sospetti terroristi dell’11 settembre e di altre stragi, per regolari inchieste, regolari processi e regolari detenzioni.
Già nel maggio successivo, cinque mesi dopo l’annuncio, Obama rivedeva i suoi passi, ripristinando i processi delle commissioni militari e dichiarandosi d’accordo alla detenzione a tempo indeterminato e senza processo per i detenuti più pericolosi.
CAMBIAMENTI BLOCCATI. Parallelamente, l’amico personale e procuratore generale Eric Holder - dimissionario nel 2014 - disponeva indagini sulla distruzione delle registrazioni degli interrogatori ai detenuti all’estero.
E il trasferimento negli Usa di cinque detenuti accusati di partecipazione agli attacchi dell'11 settembre processati da un tribunale federale ordinario anziché dalle Commissioni militari.
Obama indicava inoltre il penitenziario di Thomson, nell’Illinois, come possibile sito per i non rimpatriati nei Paesi d’origine. Tra il 2009 e il 2012, tutte le frenate di Obama sarebbero rimaste tali. Le riforme tentate con Holder, viceversa, affossate dal Congresso e dal Pentagono o bloccate dal governo.

No alle prigioni negli Usa: meglio all'estero come «rifugiati»

Una cinquantina di carcerati a Guantanamo vengono dichiarati «non processabili né rilasciabili».
Il Pentagono conferma il diritto di detenzioni a tempo indeterminato anche in caso di assoluzione da parte delle Commissioni militari.
Senza dare spiegazioni, il Dipartimento della Giustizia annuncia lo stop ai processi per «la distruzione, da parte di personale della Cia, delle registrazioni filmate degli interrogatori dei detenuti».
A esclusione di due casi, anche le inchieste in merito vengono sommariamente chiuse. E fallisce il rientro, per il processo ordinario, dei cinque imputati per la strage delle Torri gemelle.
TERRE D'ORIGINE NEL CAOS. Dal 2012 Obama ha tentato di aggirare il muro contro muro interno facendo rimpatriare, nei rispettivi Paesi, i soggetti non più ritenuti pericolosi, nell’ottica di favorire una lenta e obliqua chiusura del campo.
Ma anche questo sentiero si è dimostrato lastricato da ostacoli.
Per motivi di sicurezza, la metà yemenita dei prigionieri di Guantanamo non è potuta rientrare nella terra infestata da al Qaeda. Sono poi nati contenziosi con i Paesi d’origine che non rivogliono indietro alcuni detenuti.
Cassata la chiusura, il Congresso Usa ha infine posto restrizioni ai trasferimenti, negando, negli ultimi mesi, anche un campo di prigionia sul territorio nazionale. A Obama non è rimasto che la questua all'estero per far ospitare gli ex di Guantanamo come «rifugiati».
CHI È DISPOSTO AD ACCOGLIERLI? L’Uruguay, per esempio ha accettato di prenderne sei, dopo i 16 trasferiti nel 2014 in altri Stati tra i quali la Georgia, la Slovacchia e l’Arabia saudita.
Dai quasi 800 del 2006, nel carcere di massima sicurezza aperto nel 2002 restano in 136: 67 sarebbero rilasciabili.
La Casa bianca ha diffuso nomi e profili dei potenziali rifiugiati, ma nessuno li vuole in casa propria.
Anche in Italia l’opinione pubblica grida contro la vergogna dei prigionieri torturati a Guantanamo, però, con l'allarme Isis, sarebbe disposta ad accoglierli da rifugiati?
La rete diplomatica vaticana nel mondo può essere molto utile, per le «soluzioni umanitarie adeguate» chieste dagli Usa per i paria in tuta arancione.

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